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Diritti / Intervista

“Sono appena uscito dalla Striscia di Gaza: che cosa ho visto, come stanno le persone”

Andrea De Domenico è il capo dell’Ufficio per il coordinamento degli Affari umanitari dell’Onu per i Territori palestinesi occupati. È appena uscito da Gaza. In questa intervista racconta con estrema chiarezza le condizioni della popolazione. “Non so come le giovani generazioni porteranno la ferita di questo orrore nella propria vita”

La distruzione a Khan Younis, nel Sud della Striscia di Gaza, alla fine di gennaio 2024 © CHINE NOUVELLE/SIPA / Ipa-Agency.Net / Fotogramma

Andrea De Domenico è il capo dell’Ufficio per il coordinamento degli Affari umanitari delle Nazioni Unite (Ocha) per i Territori palestinesi occupati ed è appena uscito dalla Striscia di Gaza. Tra le tante immagini conservate nella “camera oscura” della sua memoria ne sceglie due: le colonne di fumo dei bombardamenti, viste attraverso le tende degli sfollati nel sud della Striscia, e un campo di pallavolo improvvisato, dove dei ragazzini palestinesi giocavano, nonostante tutto.

De Domenico questa è la sua prima missione nella Striscia, da quando è scoppiata l’offensiva israeliana, a seguito dell’attacco di Hamas?
ADD
 No. È la seconda volta che sono entrato dal 7 ottobre e questa volta sono rimasto una settimana.

Quindi, in realtà, le Nazioni Unite stanno entrando a Gaza?
ADD Noi siamo stati tra i primi a entrare. Da inizio novembre abbiamo mandato dei team di quattro persone che entravano e uscivano a rotazione.

Allora perché viene detto che le Nazioni Unite a Gaza non entrano?
ADD Perché è insufficiente e soprattutto non ci viene garantito un sistema sostenibile di entrata e uscita: non posso fare accedere a Gaza delle persone senza la garanzia di riuscire a riportarle fuori. Questa per noi è una grande difficoltà sia sul piano della sicurezza sia dell’operatività. Non si tratta solo di entrare, ma di essere in grado di lavorare. Per esempio, con delle comunicazioni che funzionino, ma da questo punto di vista è un disastro. Gli israeliani ci hanno permesso di portare dentro dei telefoni satellitari, ma si usano in emergenza, non nelle comunicazioni normali o per Internet. E visto che accendono e spengono le connessioni a loro piacimento, è molto complicato per noi operare: se non siamo in grado di comunicare alla gente dove deve andare, quale può essere il centro di sanità o di distribuzione da raggiungere, diventa tutto molto farraginoso.

Che cosa fa concretamente l’Ocha a Gaza?
ADD L’Ocha è l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite, in pratica coordiniamo i vari partner nella determinazione dei bisogni e affinché la risposta sia equilibrata. Per esempio, che venga consegnata acqua o cibo in tutte le zone, che i centri di distribuzione siano riforniti equamente e così via. Poi raccogliamo tutte queste informazioni e produciamo rapporti da presentare agli Stati membri, ai donatori, alle parti e per tutti quelli che vogliono sapere che cosa succede sul campo. Inoltre, facciamo segretariato del coordinatore umanitario nel Paese.

Che cosa ha fatto nella settimana a Gaza?
ADD Sono entrato per portare dei veicoli blindati, perché ovviamente quando ci spostiamo per le missioni e nei convogli usiamo mezzi blindati. Ne avevamo pochi, 21 per tutto il sistema delle Nazioni Unite, molti in condizioni non buone. Sono molto delicati e pesanti, si danneggiano facilmente e ovviamente non c’è modo per ripararli in questo momento. Ci abbiamo messo più di due mesi e mezzo di negoziati con Israele per farne entrare quattro. Li hanno tenuti un giorno, rivisti per bene e probabilmente anche buggati, ma non abbiamo nulla da nascondere. Nei giorni scorsi, quando abbiamo passato un checkpoint, il nostro mezzo è stato attaccato dalla folla. Quando si sono resi conto che non avevamo cibo, ma solo un po’ di medicinali e del carburante per l’ospedale al-Shifa di Gaza, ci hanno tirato sassi e hanno quasi distrutto un finestrino. Ci hanno anche sparato altre volte.

Voi vi rapportate sia con il coordinamento israeliano nei territori (Cogat) sia con Hamas?
ADD Sì. Abbiamo relazioni con entrambi.

Il suo team è rimasto dentro Gaza?
ADD Sì, ho un team sul terreno composto da quattro internazionali e tre nazionali. Di solito i nazionali sono otto, ma gli altri sono usciti perché ovviamente volevano portare la loro famiglia in sicurezza. Per farli uscire abbiamo negoziato tre mesi, con situazioni assurde in cui avevano approvato l’uscita del padre e dei figli, ma non della madre, per esempio. Se rientrano non ho la garanzia di farli riuscire e quindi è una decisione molto difficile, potenzialmente è quasi una condanna a morte per il mio staff.

Che cos’altro ha fatto a Gaza?
ADD Stavolta volevo capire quale fosse il ritmo della quotidianità e la situazione del coordinamento umanitario. Volevo vedere ovviamente vari siti e andare al Nord. Abbiamo provato per un’intera settimana ma non ci hanno mai dato il permesso. Solo ieri un team è riuscito ad andare a Shifa e abbiamo mandato un paio di convogli al Nord con del cibo. Il problema è la complessità di ogni operazione, riusciamo a far poco e la gente è davvero affamata.

Quante persone vi risulta ci siano ancora al Nord?
ADD Secondo una stima molto approssimativa circa 1,9 milioni di persone stanno a Sud e quindi le rimanenti 300-400 mila dovrebbero essere a Nord. La stragrande maggioranza della popolazione si è concentrata a Rafah, specie dopo l’operazione su Khan Younis e quindi ero molto interessato anche a vedere gli ospedali di Khan Younis. Ho visitato l’ospedale al Nasser, che come tutti è irriconoscibile. Sono diventati dei centri di accoglienza per sfollati, con persone ovunque, tra i feriti e i malati, che ovviamente sono arrivati con le loro famiglie, sperando nella protezione degli ospedali. Ci sono stati degli attacchi che hanno fatto evacuare la maggior parte degli sfollati e dei pazienti, con scene che il direttore generale dell’ospedale mi raccontava ormai senza quasi stupore. Gente intubata o con ferite aperte e infettate che è scomparsa dall’ospedale, persone con i ferri per le fratture scomposte fuggite, impaurite dai bombardamenti. Sono spariti 120 letti: i familiari dei pazienti che non potevano camminare li hanno portati via con quelli. Il team medico si è ridotto del 50% e non riescono a convincere altri a venire.

A proposito di numeri, quello delle vittime palestinesi viene messo spesso in discussione da parte israeliana. A voi risultano corretti?
ADD In tempi non di guerra raccogliamo i dati dal ministero della Salute, che storicamente ci ha sempre fornito dati in maniera molto dettagliata. Per intenderci, con i numeri delle carte d’identità. In tempi di guerra, dovrebbe essere l’Alto commissariato per i diritti umani a raccoglierli, ma non avendo i visti, non sono stati in grado. Durante le precedenti guerre, però, prendevano i dati del ministero e li verificavano e la differenza è sempre stata insignificante. In questi giorni ho incontrato le autorità della Salute e ho chiesto loro se hanno ancora questa capacità.

Che cosa le hanno detto?
ADD Mi hanno spiegato che per la vasta maggioranza delle persone uccise sono i familiari a fornire loro i documenti. Alcuni cadaveri arrivano in ospedale non accompagnati e quindi di questi non hanno l’identità, ma contano il cadavere. Quello che non è certo e probabilmente sottostimato, invece, è il numero delle persone rimaste sotto le macerie.

Quante sarebbero?
ADD Quelle che sono riuscite a contare sono 7-8.000. Quindi stimano siano molti di più.

Tra le tante emergenze, qual è la situazione che la preoccupa di più?
ADD Dal punto di vista umano, i bambini, che sono il 50% della popolazione di Gaza. Tutte le scuole sono diventate centri di accoglienza per gli sfollati e c’è questa massa di bambini che vive in condizioni molto semplici e precarie. Spesso stanno a piedi nudi, non hanno neanche le scarpe e fa freddo a Gaza ora. Generazioni che non so come porteranno la ferita di questo orrore nella loro vita. Da un punto di vista umanitario, invece, ci sono due aspetti: molti report parlano di uccisioni sommarie. Episodi molto preoccupanti da un punto di vista del rispetto della legge della guerra e della violenza nei confronti dei civili: cecchini che sparano sulla gente perché si avvicina agli ospedali. Qualche settimana fa una giovane donna, che doveva partorire e che sapeva della presenza dei cecchini, si è avvicinata all’ospedale con la sorella. Quest’ultima è stata uccisa. Altro aspetto molto preoccupante è la parte di sanitation, cioè la prevenzione e il controllo delle malattie. La concentrazione di centinaia di migliaia di persone in strutture che non sono state pensate per l’accoglienza o in tende e rifugi è una bomba a orologeria. Abbiamo già problemi di epatite A e di scabbia e le malattie presto potrebbero diventare la prima fonte di mortalità.

Quanti camion entravano al giorno prima del 7 ottobre e quanti ne entrano ora?
ADD In una situazione di normalità entrano circa 500 camion al giorno da Kerem Shalom e Rafah. Ora ne entrano 200. Il problema è il sistema complicatissimo: una volta superati gli scanner egiziani e israeliani, ci sono almeno altri quattro passaggi, in cui le merci vengono caricate e scaricate dai camion, prima di poter arrivare ai punti di distribuzione. Le persone non hanno nulla e quando vedono un camion, anche a distanza chilometrica, cercano di assaltarlo. Quindi abbiamo anche il problema di rendere sicura tutta la zona operativa, dove facciamo le distribuzioni, ma anche le operazioni logistiche. Il corridoio dove entrano i camion è stato più volte attaccato, avevamo chiesto alla polizia di darci una mano, per tenere un po’ di ordine: gli israeliani hanno bombardato e ucciso tre poliziotti.

Che cosa chiede a Israele?
ADD Avrei una lunga lista, ma essenzialmente di metterci nelle condizioni di lavorare in maniera sicura ed efficace. Ormai la popolazione è molto vicina anche a prendersela con noi, perché ovviamente siamo visti come incapaci di dare loro le risposte per cui dovremmo essere lì. Ma basti dire che sono state rifiutate delle lampade solari per portare luce nelle tende. Non vengono fatti entrare i generatori e un sacco di altri prodotti.

Come si è sentito a uscire da Gaza?
ADD Male. Non sai se tornerai e se rivedrai lo stesso orizzonte. Provi come un senso di abbandono verso i colleghi, gli amici, le persone che hai visto, perché non sai il destino che li attende. E poi ti senti maledettamente privilegiato, perché puoi uscire e in tre minuti essere letteralmente nella pace e trovare tutto quello che ti serve. E pensi a quanto sarebbe facile per tutte quelle persone trovare un po’ di serenità, muovendosi solo di qualche chilometro.

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