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Diritti / Reportage

Da Bolzano a Roma, la repressione contro chi manifesta per la Palestina

© Rai Alto Adige

Reportage dall’Alto Adige, dove quattro attivisti antimilitaristi hanno interrotto pacificamente la messa di Natale per esprimere solidarietà al popolo palestinese. Denunciati dalla polizia, rischiano fino a due anni di reclusione. Non è un caso isolato, altri attivisti sono stati fermati, a Padova e in Vaticano

“A Gaza c’è un genocidio. Il Natale è annullato. Für ein freies Palästina (Palestina libera, ndr)”: queste le frasi riportate sullo striscione srotolato da quattro militanti antimilitaristi davanti all’altare del duomo di Bolzano, durante la tradizionale cerimonia di Natale presieduta dal vescovo Ivo Muser. I quattro hanno lanciato poi un appello, accendendo i riflettori sul massacro indiscriminato che l’esercito israeliano sta consumando nei Territori palestinesi occupati, e sono poi usciti dalla chiesa. 

La pacifica interruzione, durata un paio di minuti, ha causato reazioni diverse nella società altoatesina. Il portale di informazione Salto ha descritto la replica del vescovo al breve fuori programma “composta” e ha sottolineato come, nelle interviste rilasciate al termine della funzione, Muser abbia preferito non commentare i contenuti della protesta, dichiarando solo che “il Natale è la festa della speranza e della solidarietà e ci dice che la pace nel cuore è l’unica risposta possibile che noi tutti possiamo dare”. 

A entrare nel merito del messaggio scandito dai manifestanti è invece Giorgio Nesler, referente per il dialogo interreligioso della diocesi di Bolzano-Bressanone. “I ragazzi hanno sollevato domande e aperto spazi di riflessione per chi ha voglia di guardare alla complessità di quanto sta avvenendo in Palestina”, spiega ad Altreconomia. Secondo il referente bolzanino, inoltre, “la protesta del 25 dicembre ha una sua legittimità perché nasce dalla volontà di porre l’attenzione sulle vittime dell’annientamento che Israele sta portando avanti con la complicità del mondo occidentale” e reputa pertanto “doveroso chiedersi come sia possibile festeggiare il Natale di fronte alla strage che quotidianamente si consuma sotto i nostri occhi”. Da persona di fede, proprio per questo Nesler giudica positivo che l’appello sia riecheggiato tra i banchi di una chiesa: “Non facciamo che parlare di pace e non possiamo scandalizzarci quando questo stesso concetto viene espresso con maggiore forza: uno dei nostri compiti è mostrare l’orrore della violenza indiscriminata”. 

Di tenore decisamente diverso la reazione della politica, a livello locale e nazionale. Juri Andriollo, assessore alle Politiche sociali del Comune di Bolzano ed esponente cattolico del Partito democratico, ha parlato di “provocazione controproducente per la causa palestinese”, aggiungendo che andrebbero “comprese le ragioni degli uni e degli altri e non enfatizzati i torti, in particolare nelle chiese”. Le forze politiche di destra, dal canto loro, hanno cavalcato l’episodio chiedendo a gran voce sanzioni contro i manifestanti. Se Matteo Gazzini, commissario provinciale di Forza Italia in Alto Adige, ha giudicato l’accaduto come “un fatto gravissimo e inaccettabile che dimostra la mancanza di rispetto verso tutta la comunità cattolica e l’odio contro Israele in ogni luogo”, a rincarare la dose ci ha pensato il neo-vicepresidente della Giunta provinciale Marco Galateo di Fratelli d’Italia, che ha etichettato la protesta “pro Palestina e pro Hamas” e ha giudicato “violento e pericoloso usare la paura per portare avanti le proprie idee”, agitando lo spettro di un’azione legale nei confronti degli attivisti. Dello stesso avviso Roberto Bagnasco, deputato di Forza Italia membro della commissione Difesa della Camera, che ha parlato di “un atto pericoloso che, se non punito, creerebbe un precedente”.

Secondo i dati raccolti dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) a oggi gli attacchi di Israele su Gaza hanno causato più di 22mila morti, 53mila feriti, 1,9 milioni di sfollati e la distruzione di circa 65mila infrastrutture

La denuncia da parte della polizia è puntualmente arrivata il giorno successivo all’incursione. I quattro militanti bolzanini dovranno ora rispondere all’accusa di “turbamento di funzioni religiose del culto di una confessione religiosa” (articolo 405 del Codice penale). Questo reato, istituito con regio decreto il 19 ottobre 1930 e modificato nel 2006 al fine di “unificare nella tutela tutte le confessioni religiose”, prevede la reclusione fino a due anni per “chiunque impedisce o turba l’esercizio di funzioni, cerimonie o pratiche religiose del culto di una confessione religiosa, le quali si compiano con l’assistenza di un ministro del culto medesimo o in un luogo destinato al culto, o in un luogo pubblico o aperto al pubblico”. 

La manifestazione a sostegno del popolo palestinese tenutasi a Trento il 30 dicembre 2023 © Alessio Giordano

Per Maurizio Veglio, avvocato del foro di Torino e membro dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), un intervento di questo tipo da parte dell’autorità giudiziaria può essere visto “come una reazione strumentale e, di fronte a un caso come quello di Bolzano -dove non vi è stata alcuna messa in pericolo delle persone presenti e che aveva una chiara finalità morale-, ragionevolmente ci si attenderebbe che un pubblico ministero già oberato di lavoro faccia cadere la contestazione”. Resta l’incognita, secondo Veglio, di come possa comportarsi la procura di Bolzano, “più periferica e probabilmente meno subissata di casi rispetto a quella di una grande città, dove il pubblico ministero potrebbe anche optare per una decisione diversa”. 

Quello che è certo, comunque, è che nel periodo natalizio non è stata solo l’interruzione della messa di Bolzano a fare notizia e a innescare la risposta repressiva da parte delle forze dell’ordine. Il 20 dicembre quattro attivisti di “Quelle brave q. b.” hanno esposto le bandiere della Palestina e della pace e uno striscione che recitava “50mila Maria a Gaza” in piazza San Pietro a Roma. Valerio Gatto Bonanni, membro del collettivo, ha spiegato ai microfoni dell’Ansa che l’iniziativa, “nata per denunciare che in questo momento in Palestina ci sono 50mila donne incinta che rischiano la vita e 180 che ogni giorno sono costrette a partorire senza anestesia e non in un ospedale, si è conclusa con un fermo di tre ore in questura”. Sempre in Piazza San Pietro, questa volta il giorno di Natale, cinque persone hanno segnalato di essere state fermate dalla polizia dopo aver esposto una bandiera palestinese e un piccolo striscione con la scritta “Unico vero giubileo: cessate il fuoco”. I cinque -tra loro un uomo di 87 anni e una donna incinta- sono stati portati in commissariato e successivamente denunciati per “manifestazione non autorizzata”. 

A Padova, infine, quasi in contemporanea con Bolzano, ha avuto luogo la protesta di due attivisti di Ultima Generazione. I due diciassettenni hanno interrotto la messa di Natale per invocare la pace in Palestina e una maggiore giustizia sociale nel mondo, esponendo due cartelli recanti i messaggi “Gesù nasce, il Pianeta muore” e “Meno soldi alle armi, più soldi alla gente”. La loro azione è stata rapidamente fermata dal servizio di sicurezza della chiesa, che li ha consegnati alle forze dell’ordine. I due attivisti sono stati denunciati per “manifestazione non autorizzata” e “turbamento di funziona religiosa”. 

Mettendo in fila gli episodi registrati negli ultimi giorni in Italia, appare dunque possibile individuare un filo conduttore -la repressione delle forme di solidarietà spontanea verso il popolo palestinese-, che mostra come anche nel nostro Paese si stia concretizzando il rischio paventato da Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, in un’intervista rilasciata lo scorso novembre ad Al Jazeera, ovvero la creazione di “un contesto in cui le libertà di associazione ed espressione e il diritto alla protesta sono repressi e perseguiti a un livello che non ha precedenti e dove chiunque critichi la condotta del governo israeliano e dichiari la propria solidarietà al popolo palestinese deve poi affrontare pesanti conseguenze”. Davanti a uno scenario del genere, secondo Albanese, l’unica scelta possibile resta quella di non rassegnarsi e di riappropriarsi dello spazio pubblico per discutere e confrontarsi, perché “nel momento in cui non è più permesso parlare -in Italia come in altre parti d’Europa-, allora ha inizio anche la nostra fine”.

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