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Esteri / Reportage

“Non saranno le armi a darci sicurezza: perché rifiutiamo il servizio militare in Israele”

Yeheli Cialic ha ottenuto l’esonero dall’esercito all’età di 19 anni. Oggi coordina Mesrevot, l’associazione che dà protezione e consulenza ai giovani israeliani che non vogliono arruolarsi. Collabora con i palestinesi per costruire la pace. Un compito che dal 7 ottobre è diventato ancora più complesso. L’abbiamo intervistato a Tel Aviv

Yeheli Cialic © Lidia Ginestra Giuffrida

Due bandiere rosse sventolano dal balcone spezzando il ritmo dei palazzi di Tel Aviv. È la sede di Hadash, il partito comunista nato dentro Israele, formato per il 90% da palestinesi del 1948 e per il 10% da ebrei israeliani. È qui che Yeheli Cialic incontra i compagni palestinesi e israeliani con cui da anni lotta contro l’occupazione e il regime di apartheid in Palestina. Yeheli è un giovane israeliano, coordinatore di Mesrevot, l’associazione che dà sostegno ai refusnik -chi rifiuta di servire l’esercito- e aiuta i giovani a comprendere che esiste la possibilità di farlo. All’età di 19 anni ha ufficialmente ottenuto l’esonero dal servizio militare.

Cialic, perché hai scelto di non fare il servizio militare?
YC Sono cresciuto in una famiglia israeliana tradizionale, per me oltre l’esercito non c’era altra scelta. Mio padre era un generale e mia sorella ufficiale nel corpo di intelligence. Tutta la mia famiglia ha servito nell’esercito, ma io sono stato il primo a rifiutarlo. Inizialmente volevo arruolarmi anch’io. In Israele ci vendono il servizio militare come un modo per avanzare nella società. Il mio obiettivo era di entrare nel corpo di intelligence. Non ci sono riuscito. Mi sono sentito inadeguato e ho deciso di seguire un programma in cui, invece di fare il militare, frequenti prima l’università completamente pagata dall’esercito. Dovevo conseguire una laurea e un master in Ingegneria aerospaziale e poi lavorare per sei anni nelle forze armate. A quei tempi non sapevo che rifiutare il servizio militare fosse un’opzione possibile, ma lentamente ho cominciato a “vedere” l’occupazione, e ho capito che quello che avrei fatto sarebbe stato sbagliato. Sapevo che non volevo prenderne parte. A quel tempo ero un “sionista liberale”; ero contro l’occupazione, ma credevo che comunque fosse necessario proteggere il Paese. Noi israeliani cresciamo con l’idea che i soldati ci tengano al sicuro e io pensavo di dover fare la mia parte. Quindi ho deciso di servire, come se unirsi all’esercito fosse una cosa naturale. Durante l’addestramento di base ho avuto una crisi psichiatrica. Ho iniziato a leggere libri sull’anarchismo e sul comunismo, e poi sono arrivato ad Hannah Arendt. È così che ho cominciato a pensare fuori dagli schemi simbolici. Ho capito che le forze armate seguono solo le decisioni politiche del governo. E io non mi fido del governo. Quindi, perché avrei dovuto servirlo? Quella crisi mi ha dato la capacità di riflettere davvero su queste cose. Guardandomi allo specchio, non volevo vedere un criminale di guerra, un complice. Non solo dovevo evitare di servire il sistema, ma dovevo combatterlo. Sapevo che potevo ottenere un esonero per motivi di salute mentale e che la mia famiglia l’avrebbe accettato. Così ho smesso di servire. È stato un lungo processo fatto di visite da psichiatri che dicevano che stavo solo fingendo, ma alla fine ho ottenuto l’esonero. Il giorno in cui l’ho ritirato, sono andato direttamente in Cisgiordania a vivere con i palestinesi e documentare le violazioni dei loro diritti.

Com’è cambiata la tua vita dopo questa decisione?
YC Cambiano le tue priorità, il tuo rapporto con le persone. Ancora oggi, ogni volta che in Israele incontri qualcuno, una delle prime domande che ti fanno è che cosa tu abbia fatto nell’esercito. Immagina dover rispondere che non hai servito e che è stata una scelta fatta anche per motivi politici. Per la mia famiglia è stato molto difficile, anche se sapevano che l’arruolamento non era la cosa giusta per me e che non sarei mai stato in grado di vivere in quel tipo di sistema. L’idea che il loro unico figlio non servisse nell’esercito li metteva in grande difficoltà. All’inizio, le persone pensavano che fossi pazzo, perché ciò che facevo era così lontano da ciò in cui credevano e dal modo in cui erano stati educati. Ma lentamente, molte persone della mia famiglia hanno cominciato a cambiare idea. Mia madre, ad esempio, è diventata progressista, soprattutto dopo essere stata con me a Masafer Yatta e aver visto con i propri occhi la sofferenza dei palestinesi. Adesso è contro l’occupazione e l’apartheid. 

Che conseguenze ha avuto sulla tua vita lavorativa?
YC È illegale per un datore di lavoro chiederti se hai prestato servizio militare o negare un lavoro per questo motivo. Tuttavia, le persone possono cercare il mio nome su Google e trovarmi facilmente. Quindi, in termini materiali, non c’è un impatto significativo, ma questo non minimizza quello sociale. Questa scelta è come nuotare controcorrente, va contro tutto ciò che ti è stato insegnato. Molte persone non vogliono nemmeno parlarti a causa delle tue convinzioni, o meglio, della tua mancanza di adesione alle loro. Essere progressista, o ancora peggio antisionista, è come essere completamente fuori dalla norma e questo influisce sulla tua vita quotidiana. Non è solo l’atto del rifiuto in sé, ma la consapevolezza che ogni giorno ti svegli e scegli di continuare a lottare per ciò in cui credi, anche se è una lotta in salita. 

A Tel Aviv, nella sede di Hadash, il partito comunista nato dentro Israele © Lidia Ginestra Giuffrida

Che cosa è cambiato dopo il 7 ottobre nella co-resistenza con i palestinesi?
YC Quel giorno ha reso alcune cose ancora più difficili. Noi la chiamiamo cooperazione, ma in realtà è più una partnership, riconosciamo che qui ci sono due gruppi nazionali che meritano entrambi l’autodeterminazione. Questa terra deve essere condivisa e dobbiamo cooperare, perché non c’è altra scelta. Ci sono sette milioni di palestinesi qui e altrettanti ebrei, nessuno se ne andrà. Per alcune persone, da entrambi i lati, queste parole sono difficili da sentire. Ma per me, le ideologie che mirano all’eliminazione di Israele o all’idea di un territorio libero da una delle due parti non sono realistiche. Siamo tutti esseri umani, non semplici simboli o numeri da cronaca televisiva. Io non ho un altro posto dove andare. Mia madre è un’ebrea araba del Marocco, mio padre un profugo argentino. Io credo nella partnership come contro-narrazione che sostituirà le precedenti, quelle del nazionalismo arabo chauvinista e quella del sionismo. Non voglio creare una falsa equivalenza tra i due poteri. Penso che entrambe le ideologie siano sbagliate, ma una di loro ha molto più potere, è sostenuta dagli Stati Uniti e possiede armi nucleari. Se vogliamo davvero cercare una soluzione, non si tratta di cercare i colpevoli. Certo, i vertici dell’establishment militare e politico israeliano devono affrontare le conseguenze di ciò che hanno fatto. Per me questa è la base. Non puoi fare politica qui in Israele senza una partnership ebraico-palestinese, perché fare politica solo con ebrei o solo con palestinesi significa perdere metà della storia.

Che cosa vedi nel futuro di questa terra?
YC La situazione attuale e la sofferenza che viene inflitta, prima di tutto, a Gaza, è disumana. Il 7 ottobre ho perso tanti amici, alcuni sono ostaggi che ancora non sono tornati a casa. Non erano coloni, erano cittadini che vivevano le loro vite e sono stati massacrati nelle loro case. Questa è una questione politica e non può essere risolta con mezzi militari. Non c’è una soluzione militare. Certo, credo che ci siano forme legittime di resistenza armata, ma questo non è il modo, non puoi rapire civili, non puoi massacrarli o violentarli nelle loro case. Questa sarebbe decolonizzazione? Risolve qualcosa? Che tipo di Palestina vuoi vedere? Questo è quello che continuo a chiedere, anche ai conservatori israeliani: che tipo di Stato vuoi vedere? Uno di apartheid? Le persone meritano di vivere con dignità, sicurezza e prosperità. E dobbiamo chiedere qualcosa di reale, che per me si traduce -inizialmente- in due Stati confederati con l’obiettivo successivo di riunirci in un unico Paese con gli stessi diritti. Io nel futuro scelgo tutti coloro che credono nel valore di ogni vita e nella possibilità concreta di esistere pacificamente insieme.

Quali sono le vostre attività come Mesrevot?
YC Forniamo protezione e consulenza ai giovani israeliani che scelgono di rifiutare il servizio militare. Organizziamo eventi informativi, perché sentiamo la responsabilità di parlare agli israeliani di rifiuto e antimilitarismo come forma di disobbedienza civile. Crediamo che il mantenimento del regime di apartheid, dell’occupazione e l’avanzamento della colonizzazione siano una scelta politica. Lavoriamo alla costruzione di un contro-potere politico che dica basta: nessuna arma ci garantirà mai la sicurezza. L’unica cosa che ci renderà sicuri è la pace. La sicurezza è la normalizzazione con i nostri vicini e la possibilità di vivere come parte del Medio Oriente e non nella falsa convinzione di essere solo un’isola europea in mezzo alla giungla. 

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