Economia / Opinioni

Se le risorse per salvare il lavoro finiscono ai fondi speculativi che bruciano l’occupazione

Chi decide migliaia di licenziamenti (Gkn inclusa) possiede pezzi importanti del sistema bancario, viene finanziato dalla Bce ed è consulente decisivo della Commissione e degli organismi europei. “Evitare che ciò accada dovrebbe essere una priorità”, scrive il prof. Alessandro Volpi

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Le vicende di Gkn e di altre aziende italiane devastate, in queste settimane, dai fondi di private equity dimostrano che sono necessarie alcune misure chiare. In primo luogo sarebbe opportuno che questi fondi non beneficiassero della liquidità generata dalla Banca centrale europea (Bce) per uscire dalla crisi, operando finalmente una distinzione fra banche d’investimento, fondi  e banche di credito ordinario. È paradossale che le risorse concepite per salvare l’occupazione finiscano a fondi il cui obiettivo è ridurre l’occupazione per scopi finanziari.

Sarebbe poi necessario che la stessa liquidità non arrivasse a fondi che hanno sede in paradisi fiscali e neppure nei “paradisi legali”, divenuti quasi l’unica geografia conosciuta dal sistema economico nostrano. In terzo luogo serve una tassazione finanziaria globale che non sia simbolica ma incida realmente con il fine di indirizzare le risorse verso investimenti produttivi.

Queste tre misure, qui ridotte all’osso per ragioni di chiarezza, sono rese sempre più indispensabili da una lunga sequenza di elementi che caratterizzano il panorama italiano, di cui si possono fare alcuni, significativi, esempi. Nella proprietà di Melrose industries, il “licenziatore seriale”di Gkn, figurano una serie di hedge funds di consolidata spregiudicatezza, con sedi tra Londra e vari paradisi fiscali. Un posto di rilievo hanno, in particolare Vanguard Group, celebre per il ricorso ai cosiddetti “robo advisor” (una tipologia di consulenti finanziari che forniscono consulenze finanziarie o gestione di investimenti online con un intervento umano da moderato a minimo), e l’immancabile BlackRock che gestisce un patrimonio di 8mila miliardi di dollari.

Nel caso italiano BlackRock possiede il 5,2% di Unicredit, il 5,7% di Mps, il 5% di Intesa Sanpaolo e il 4,8% di Telecom Italia, ma le sue partecipazioni si estendono ad Atlantia, Azimut, Prysmian, Ubi e a numerose altre realtà. Il suo peso, tuttavia, va ben oltre questi numeri: tra il 2016 e il 2018 ha organizzato gli stress test per conto dell’Eba, l’Autorità di vigilanza europea, sulla tenuta delle banche e attualmente è consulente della Commissione europea per lo “sviluppo degli strumenti necessari ad avvicinare il sistema bancario alla sostenibilità ambientale”.

In estrema sintesi: chi decide migliaia di licenziamenti possiede pezzi importanti del sistema bancario, viene finanziato dalla Bce ed è consulente decisivo della Commissione e degli organismi europei. Evitare che ciò accada dovrebbe essere una priorità.

A proposito delle sedi fiscali “di favore” è possibile citare una vicenda assai eloquente che riguarda la famiglia Agnelli. Al vertice dell’“impero” si pone la società semplice “Dicembre”, nata nel 1984, ma di fatto mai segnalata formalmente fino al 2012, nonostante si trattasse di un atto obbligatorio dal 1996. Da allora poi non ci sono stati “aggiornamenti” anche se alcuni dei nomi indicati erano scomparsi.

Di recente “Dicembre” ha proceduto a definire il nuovo assetto da cui risulta che il 60% è nelle mani di John Elkann e il restante 40% è diviso in parti uguali fra Lapo e Margherita Elkann. Questa società “semplice” racchiude la quota principale (pari al 38%) della holding olandese Giovanni Agnelli Bv che attraverso Exor, sempre con sede fiscale in Olanda, gestisce le partecipazioni in Stellantis, ancora con sede fiscale in Olanda (14,4%), in Ferrari (23%), in Cnh, con sede legale ad Amsterdam e domicilio fiscale in Olanda (27%), e in PartnerRE Juventus (64%).

Il fatto che ormai si accetti senza grandi remore che il capitalismo italiano non abbia sede fiscale in Italia costituisce un segno di triste sconfitta dell’economia reale. Se poi si osservano con ancora maggiore attenzione altri numeri del quadro nazionale la necessità del cambiamento delle regole accennato in apertura si rafforza ulteriormente. Anche a giugno  2021 l’industria del risparmio gestito ha registrato una raccolta positiva di 5,2 miliardi che portano il saldo dei primi sei mesi del 2021 a poco meno di una cinquantina di miliardi di euro. Nell’insieme il patrimonio complessivo del settore assomma a oltre 2.500 miliardi, un vero e proprio record, di cui il 51% fa riferimento alle gestione collettive e il restante 49% è affidato a quelle di portafoglio.

Da qui deriva gran parte del finanziamento azionario e obbligazionario che viene riversato sull’economia reale. I “leader” in Italia sono la francese Amundi, di proprietà del Crédit Agricole, Deutsche Bank, Jp Morgan Asset Management, Anima, dove il Banco BPM ha circa il 20% e Poste italiane il 10%, e Intesa San Paolo. In pratica, una fetta rilevante delle sorti del Paese è in queste mani; è evidente che non può trattarsi solo di investimenti finanziari ma lo strapotere di pochi monopoli deve essere combattuto da una politica economica in grado di definire le scelte strategiche per l’interesse collettivo.

Questa esigenza discende, infine, da un’ulteriore caratteristica italiana. Il rapporto presentato dall’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche mette in evidenza alcune questioni centrali per capire le difficoltà italiane. Siamo afflitti da una larga preponderanza di microimprese caratterizzate da bassa capitalizzazione, pressoché totale assenza di innovazione, bassa produttività, alla ricerca costante di lavoro precario sottopagato e dunque, in maniera inevitabile, scarsamente competitive.

Un indicatore su cui il Rapporto insiste molto è costituito dalla bassissima percentuale di imprenditori laureati: solo il 23,7% di tutte le imprese italiane è guidata da un laureato o da una laureata, una delle percentuali più basse in Europa. Peraltro l’età media degli imprenditori italiani non è bassa, attestandosi a 54 anni. Si tratta, per quanto riguarda quest’ultimo dato, di un elemento comune con le pubbliche amministrazioni dove nei prossimi cinque anni andranno in pensione 25mila medici e 42mila infermieri, mentre sono 140mila gli insegnanti con più di 60 anni.

I dati per capire in che modo il Paese potrebbe migliorare sono molto chiari. Quelle che mancano sono, come accennato, le regole in grado di declinare una dimensione pubblica del mercato, ben distinta dal capitalismo ormai autoreferente e autosufficiente, ben oltre i confini del nostro Paese.

Tesla, Amazon, Twitter e Ark Investe stanno, con sempre maggiore insistenza, facendo balenare l’idea di utilizzare le criptovalute, Bitcoin in primis, per i propri pagamenti. Questo significherebbe l’inizio della crisi delle istituzioni monetarie internazionali che perderebbero una parte rilevante della propria autorità. In altre parole, i colossi del capitalismo stanno provando a costruire la propria più completa autosufficienza che può condurre ad un controllo globale dei sistemi della distribuzione, della finanza, della comunicazione e dei pagamenti. Il mondo risulterebbe governato da un club di super ricchi digitali pronti ad occupare ogni spazio economico e sociale, dall’andamento dell’inflazione a quello dei mercati fino all’ultimo baluardo del debito, a cui i Bitcoin tenteranno l’assalto.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento.

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