Economia / Opinioni

Debito pubblico e protezionismo. Si profila una nuova economia?

Stati Uniti ed Europa sembrano aver capito che per battere le economie emergenti, prevalenti sul mercato, la strada migliore è quella del debito pubblico. Un chiaro rovesciamento di convinzioni destinato a riportare in auge pezzi della storia del lungo Novecento. L’analisi di Alessandro Volpi

Il vertice del G7 in Cornovaglia del giugno 2021 © commons.wikimedia.org/

Le due recenti riunioni del G7 e della Nato sembrano aver posto fine, in maniera tombale, all’“ideologia” del mercato globale, spesso più prosaicamente definita globalizzazione. Stati Uniti ed Europa hanno manifestato, a chiare lettere, l’intenzione di riportare in auge un multilateralismo regionale, di fatto costruito su una ripristinata, e decisamente arruffata, idea di “Occidente”. Si tratta di un rapido processo che vede l’eliminazione almeno parziale di dazi transatlantici, l’ipotesi concreta di una tassazione internazionale condivisa e resuscitate strategie di difesa, e non solo, comune. Naturalmente a fronte di questo regionalismo, si sta assistendo ad un nuovo protezionismo che separa l’Occidente da quelle che lo stesso Occidente definisce potenze autocratiche: in pratica un Pianeta spaccato almeno in due parti, secondo una linea di faglia che è stata determinata, in gran parte, proprio dalla globalizzazione.

Il mercato globale ha visto un drastico ridimensionamento del binomio Usa-Ue a vantaggio dei colossi emergenti, guidati dalla Cina, che hanno approfittato, fino in fondo, del trionfo della concorrenza. Alla luce di ciò, la concorrenza, punto nodale del mercato globalizzato, è diventato il tema da ridefinire in termini nuovi dagli “sconfitti” occidentali che stanno rapidamente teorizzando una dimensione “sana” del mercato stesso con cui giustificare il protezionismo verso quelle realtà statuali e quelle economie giudicate, appunto, come autocratiche e piratesche in materia di produzione e di tutele ambientali.

In altre parole, sembra palesarsi una visione del mercato “libero” che vale solo per le aree dell’Occidente. Destinate però, così, a doversi strutturare in un modo per molti versi autosufficiente rispetto a quelle zone, come la Cina, capaci ancora di rivestire un ruolo centrale per l’intero Pianeta.

Si assiste, dunque, a un’autarchia di mercato, che non è un ossimoro. Ma il mezzo che l’Occidente concepisce per difendersi dalle “tigri” emergenti e che segna tuttavia la fine di due chimere, a lungo coltivate, rappresentate dalla volontà di esportare la democrazia e dalla convinzione che il mercato conduca al successo delle “democrazie”.

In un simile contesto anche Mario Draghi sembra aver abbracciato le tesi del “nuovo” protezionismo. Nel verde della Cornovaglia, il presidente del Consiglio italiano, ha mostrato il volto duro nei confronti dell'”autocrazia” cinese. “L’Italia ha speso moltissimo negli ultimi dieci anni per migliorare le emissioni -ha dichiarato Draghi a margine del G7- ma se non possiamo fidarci delle politiche interne degli altri Paesi si comincerà ad applicare una tassa che aggiusti la differenza dei costi di produzione, e questo è il primo passo verso il protezionismo”.

Il nostro Paese si colloca quindi tra quelli disponibili a intraprendere la strada di un protezionismo “ambientale”, di cui l’Europa sta discutendo da tempo. Il tema vero è però costituito dal fatto che, una volta intrapresa una simile soluzione, non bisognerebbe fare sconti né differenze “strategiche”. In altre parole, sarebbe opportuno non essere subalterni a nessuno e neppure utilizzare il protezionismo ambientale per partecipare, da tifosi, allo scontro geopolitico fra Usa e Cina.

C’è un ulteriore elemento che merita di essere sottolineato rispetto a queste considerazioni: la crisi del 2008, quella del 2011 e ancor più la pandemia da Covid-19 hanno dimostrato che lo strumento insostituibile per superare le difficoltà, anche quelle più dure, è costituito dall’indebitamento pubblico, reso possibile da monete internazionali dominanti, quelle che hanno solo Europa e Stati Uniti.

La prima emissione di titoli comuni europei ha raccolto in poche ore 20 miliardi di euro, a fronte di una domanda sette volte superiore, con un tasso dello 0,1%. In maniera quasi paradossale, l’Occidente sembra aver capito che per battere le economie emergenti, prevalenti sul mercato, la strada migliore è quella del debito pubblico, con un chiaro rovesciamento di convinzioni destinato a riportare in auge pezzi della storia del lungo Novecento.

Rispetto a questo fenomeno sono possibili due brevi notazioni “nazionali”. Durante la pandemia la capacità di risparmio delle famiglie italiane è aumentata del 50%, ma il rendimento è stato molto vicino allo zero. Se, invece, si fosse manifestata una capacità di mettere a reddito questo risparmio con una remunerazione anche solo di un punto percentuale, le famiglie italiane avrebbero guadagnato nel complesso circa 30 miliardi di euro, poco meno del 2% del Pil italiano: un effetto paragonabile a quello del Recovery plan. È evidente, alla luce di ciò, che concepire titoli del debito pubblico adatti per questo tipo di risparmiatori, insieme a una cultura altrettanto attenta al legame fra risparmio e debito pubblico sarebbero due condizioni per migliorare la ripresa e, al contempo, per dare fiato agli investimenti pubblici, all’interno di una nuova nozione di mercato.

La seconda notazione nasce da una lucida intervista rilasciata a Il Sole 24 da Attilio Ventura, ex presidente di Borsa Italiana, in cui ha sostenuto tre cose fondamentali. In primo luogo non bisogna temere una ventata inflazionistica perché non ci sarà; il sistema di produzione mondiale è strutturato in maniera tale da non rendere possibile ondate inflazionistiche paragonabili a quelle del passato. Ventura ha poi affermato che “nella storia nessun debito pubblico è mai stato rimborsato dopo aver oltrepassato l’80% del Pil. In queste situazioni, lo Stato si preoccupa solo degli interessi”. La terza considerazione ha a che fare con le strategie da seguire: “Emetti titoli lunghi anche cinquant’anni e il debito lo rinnovi continuamente”. Un antico conoscitore dei mercati pare aver capito molto di più di tanti osservatori di grido. E ancora una volta si profilano i contorni di una nuova economia.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento.

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