Economia / Opinioni

Perché nel 2001 è nato un nuovo mondo finanziario. E perché è fallito

La democrazia politica passa dal mercato, si diceva vent’anni fa. Dalla Cina alla finanza, le “bolle” sono scoppiate. La rubrica a cura del prof. Alessandro Volpi

Tratto da Altreconomia 239 — Luglio/Agosto 2021
Interno di una fabbrica di giocattoli a Tangxia, in Cina © Chris via Flickr

Il nuovo mondo è iniziato nel dicembre del 2001. Dopo un ventennio dall’avvio della scelta della presidenza Reagan negli Usa di spingere il Pianeta in direzione della liberalizzazione dei flussi di capitale, giungeva a compimento il percorso, fortemente voluto da Bill Clinton, di inserimento della Cina nel mercato internazionale, attraverso l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). L’idea clintoniana era, in apparenza, lineare. E consisteva nella fiducia totale nella capacità salvifica del mercato in termini di affermazione della democrazia politica. 

In altre parole, per Clinton la sterminata disponibilità cinese di manodopera era una risorsa a cui il sistema produttivo americano avrebbe potuto attingere per mantenere il suo primato economico. Riuscendo al contempo, proprio con la forza del mercato, a trasformare alla radice la lunga tradizione imperiale e comunista della Cina, che sarebbe dovuta diventare in pochi anni una democrazia liberale. 

Come è noto, le cose non sono andate in quella direzione. La Cina, sfruttando proprio la sua natura di regime radicalmente antidemocratico, ha utilizzato il capitale e la tecnologia esteri per generare in maniera fulminea un’industrializzazione, in tempi e dimensioni sconosciute alle precedenti rivoluzioni industriali. Ha trasformato le originarie delocalizzazioni delle catene produttive delle multinazionali nello sviluppo di un sistema “autoctono”, capace di fare concorrenza su scala globale e, sotto l’egida dello Stato, di condizionare le strategie economiche e monetarie delle grandi potenze. In particolare l’economia cinese ha avuto la straordinaria caratteristica di far lievitare il prezzo delle materie prime e dell’energia, senza determinare un aumento dell’inflazione mondiale, raffreddata dall’eccezionale abbattimento dei costi della manodopera.

Così, mentre la Cina diventava la fabbrica del mondo e il cuore dell’economia reale, le economie “occidentali” si dedicavano a tempo pieno alla finanziarizzazione, resa possibile proprio dal contenimento dell’inflazione. Si moltiplicavano le “scommesse” realizzate con gli strumenti della finanza derivata sull’andamento dei prezzi delle commodities e dell’energia e, per effetto delle politiche monetarie della Federal reserve, prendeva forma una fiammata creditizia di cui i mutui subprime avrebbero beneficiato. In altre parole, la turbofinanza e le premesse della crisi del 2008 traevano alimento dall’andamento forsennato dell’economia cinese che infuocava una domanda senza inflazione e offriva ai mercati finanziari infinite occasioni di ottimismo rialzista. La stessa ingegneria finanziaria, concepita per distribuire il rischio attraverso le cartolarizzazioni, non sarebbe stata forse così selvaggia senza l’ondata di fiducia nella capacità della stessa finanza di produrre ricchezza che l’ingresso della Cina nel Wto aveva messo in moto. 

2001. L’11 dicembre alla conferenza di Doha in Qatar, la Cina diventò ufficialmente il 143° membro dell’Organizzazione mondiale del commercio 

Erano in molti, allora, gli osservatori che individuavano il destino dell’Occidente nella possibilità di trarre dalla finanza e, non più dalla produzione e dal lavoro, gli elementi della sua fortuna. Poi è arrivata l’esplosione della gigantesca bolla creata da una simile, distorta, visione e l’intervento dello Stato è risultato decisivo non più solo in Cina. Nei prossimi anni è possibile che Pechino, in uscita dalla pandemia in maniera più veloce delle altre realtà economiche internazionali, superi gli Stati Uniti, probabilmente senza modificare affatto la propria natura di regime autocratico. Nel luglio del 2001 questi rischi erano già decisamente chiari.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa.
Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento.

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