Finanza / Opinioni

Con questa tassa minima globale il grande capitalismo sta vincendo la partita

L’accordo internazionale in materia di fisco, che introduce un’aliquota del 15%, si applica a un perimetro ristretto di Stati e di società (neanche 100) e non esistono certezze sull’uniformità dei criteri di redazione di bilancio. Mentre una “stupida” austerità e un ulteriore approfondimento delle disuguaglianze si profilano all’orizzonte. L’analisi di Alessandro Volpi

© Markus Spiske - Unsplash

Definire “storico” un accordo internazionale in materia di fisco che introduce un’aliquota del 15%, in pratica poco più di quanto previsto nei paradisi fiscali mascherati, è davvero troppo. Dall’ipotesi di una seria revisione del sistema dei prelievi a livello globale si è precipitati ad un atto dai contorni quasi meramente simbolici, destinato a sostituirsi ad altre forme di imposizione esistenti e quindi, nella sostanza, rilevante solo in parte minuscola. Il “secondo pilastro” dell’accordo, in particolare, tocca una porzione minima dei profitti, peraltro con varie, significative eccezioni.

Il governo inglese ha infatti ottenuto di esentare “il perimetro” della City, e quindi le banche internazionali che qui hanno sede e le molte che vi si trasferiranno, dal nuovo regime fiscale. A ciò bisogna aggiungere che la soglia del 10% del margine operativo, indicato come parametro di riferimento, finisce per escludere dall’imposizione colossi come Amazon che hanno margini bassi a causa degli alti costi ma guadagnano miliardi grazie al gigantesco volume di vendite. In tal senso, i giganti finiranno per essere ancora più premiati e la spinta verso le grandi dimensioni produttive, magari a discapito della qualità del lavoro, risulterà ancora più affannosa. Per “fare la storia” sarebbero stati necessari esiti assai diversi, come del resto dimostrano ulteriori limiti della nuova tassa minima globale.

Nell’ambito dell’Unione europea, tre Stati si sono dichiarati contrari persino ad un’aliquota del 15%. Si tratta dell’Ungheria di Viktor Orbán, dove l’aliquota della corporate tax è al 9%, dell’Irlanda, dove si paga il 12,5% sulla carta, perché poi di fatto l’aliquota reale è decisamente più bassa, e dell’Estonia che non tassa gli utili reinvestiti. È altresì evidente un altro limite di natura generale. La proposta, proveniente dall’amministrazione Biden, prevede che la tassa sia applicata soltanto a corporation con almeno 20 miliardi di dollari di fatturato, in pratica solo un’ottantina di società, contro l’ipotesi originaria dell’Ocse di almeno 2.300 realtà societarie. Non bastasse tutto questo, sono escluse “per genere” da entrambi i “‘pilastri” le banche, le società di estrazione di materie prime e quelle di international shipping, cioè di trasporto aereo e via mare.

In sintesi, “lo storico accordo”, celebrato da tanti commentatori, sembra applicarsi ad un perimetro ristretto di Stati -peraltro per l’applicazione europea occorre l’unanimità- e di società. Se poi si aggiunge che anche all’interno di quel perimetro non esistono certezze sull’uniformità dei criteri di redazione di bilancio, appare sempre più chiaro che il grande capitalismo sta vincendo la partita. Tutto ciò avviene mentre emergono due elementi destinati a confermare i timori in merito all’incapacità diffusa di cogliere il senso del cambiamento che la crisi pandemica avrebbe dovuto imporre.

Larry Fink, presidente e amministratore delegato di BlackRock, un fondo che gestisce oltre 9mila miliardi di dollari -una cifra non lontana dalla somma del Pil di Germania, Francia e Italia-, è intervenuto a Venezia alla Conferenza internazionale sul clima e si  dichiarato molto sbalordito dal fiume di risorse finanziarie che stanno affluendo in direzione della green economy. Si tratta, a suo giudizio, di un fenomeno di dimensioni sconosciute, in grado di mobilitare fino a 50mila miliardi di dollari. Un’enorme liquidità che passerà in larghissima parte, ancora una volta, attraverso le grandi banche e i grandi fondi internazionali, destinati a diventare così sempre più cruciali nelle strategie di erogazione dei finanziamenti necessari per compiere la transizione ecologica.

La domanda, allora, sorge spontanea: saranno davvero capaci le banche e i grandi trader di scegliere le iniziative più appropriate in termini ambientali o la transizione ecologica diventerà l’ennesima tappa della finanziarizzazione, farcita di colossali scommesse speculative? Ad oggi, la normativa e le regole bancarie globali -che, in realtà, sono poca cosa- fanno propendere decisamente per la seconda ipotesi. Senza una conferenza mondiale in materia di investimenti verdi, con obiettivi molto concreti, sarà difficile anche solo provare a fermare il nuovo turbocapitalismo verde. Il secondo elemento deriva dal recente comunicato stampa preparato da Christine Lagarde, e approvato all’unanimità dai governatori delle varie banche nazionali dell’area euro. In sostanza, il testo in questione si limita ad affermare che l’obiettivo della Banca centrale europea è quello di mantenere l’inflazione attorno al 2%, accettando la possibilità che salga poco sopra tale soglia. In altre parole, sembra che abbiano vinto il presidente della Bundesbank Jens Weidmann, e quello della Banca d’Olanda Klaus Knot, decisamente favorevoli a nuove strette sui tassi di interesse e a una brusca riduzione dell’indebitamento. Per ottenere, la necessaria, e ottusa, unanimità, la presidente della Bce si è collocata su una posizione cautissima, ben più rigida di quanto paiono intenzionati a fare la Federal Reserve di Powell e le politiche espansive di Yellen. Avremo così un euro inutilmente forte, una “stupida” austerità e un ulteriore approfondimento delle disuguaglianze e del malessere sociale, mentre dalla tassazione finanziaria internazionale scaturiranno effetti decisamente limitati, e non necessariamente positivi.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento.

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