Diritti / Attualità

Salute per tutte, a Roma un progetto dedicato alle donne migranti

Burocrazia e mancanza di consapevolezza dei propri diritti ostacolano le donne straniere nell’accesso ai servizi sanitari di base. “Non sanno di avere diritto alle cure e non sanno che l’Italia le garantisce anche a chi non ha i documenti”, spiega Sara Radighieri di Medici senza frontiere, organizzazione che ha promosso il progetto in collaborazione con l’Asl Roma 2

Un edificio occupato a Roma. Qui le operatrici di MSF incontrano donne vulnerabili che non hanno accesso ai servizi sanitari di base © Simone Zivillica per MSF

Adenike è una ragazza eritrea di 22 anni e mamma di un bambino nato a Roma lo scorso 3 maggio con un parto cesareo. Un bambino che ha rischiato di morire ancora prima di nascere a causa di una patologia legata al cordone ombelicale, che avrebbe potuto mettere a rischio anche la vita della giovane mamma. A salvare Adenike (nome di fantasia) è stato l’incontro con le operatrici di Medici senza frontiere (MSF) quando la ragazza era già al terzo mese di gravidanza si è recata in un consultorio della capitale per il suo primo controllo medico. “La nostra visita si è rivelata fondamentale perché abbiamo facilitato l’ecografia, che ha evidenziato la patologia. Grazie a questo intervento è stato possibile accompagnare la ragazza in una struttura ospedaliera che l’ha presa in carico e dove suo figlio è nato grazie a un parto cesareo”, racconta Sara Radighieri, responsabile medico di MSF del progetto SA.I.DA (Salute integrata donne) implementato dall’organizzazione in collaborazione con l’Azienda sanitaria locale (Asl Roma 2) per rafforzare i percorsi di inclusione delle donne che vivono nei quartieri della periferia Est della capitale.

Perché per le donne straniere, migranti e rifugiate l’accesso alle cure di base, comprese quelle ginecologiche, non è facile né scontato. In particolare, per coloro che vivono negli insediamenti informali, che non hanno una casa o che non hanno i documenti in regola. Il progetto SA.I.DA mira a dare una risposta ai bisogni di questa fascia di popolazione particolarmente fragile e vulnerabile. L’attività si svolge su due fronti: quello medico all’interno dei tre consultori dell’Asl Roma 2, affiancando e integrando le figure già presenti dello staff sanitario, e quello di divulgazione dei servizi sul territorio, attraverso visite regolari nelle comunità, per individuare i bisogni e attività di informazione e promozione della salute.

“I bisogni maggiori in questo tipo di popolazione sono l’accesso ai servizi sanitari di base e quelli legati alla sfera materno-infantile sono quelli maggiormente negletti spiega Radighieri-. L’accesso alle visite ginecologiche spesso non viene considerato come un bisogno primario, invece lo è. Lo stesso vale per le visite oncologiche e i test per la prevenzione del tumore al collo dell’utero e al seno. Noi vogliamo che a tutte le donne sia garantito il diritto alle cure di base e alla possibilità di fare un pap test”. Il team di MSF (interamente al femminile) fornisce orientamento, assistenza, follow-up per la tutela di gravidanza e maternità, screening per la prevenzione del tumore al collo dell’utero, violenza di genere, inclusa la violenza sessuale in situazioni specifiche, come nelle vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale e nelle mutilazioni genitali femminili.

Per queste donne, il principale ostacolo da superare è la mancanza di consapevolezza dei propri diritti: “Non sanno di avere diritto alle cure e non sanno che l’Italia le garantisce anche a chi non ha i documenti. Pensano di non potersi recare al consultorio -dice Radighieri. Per questo motivo una parte importante del nostro progetto consiste nell’andare sul territorio, negli insediamenti informali per informare le donne dei loro diritti”. Poi ci sono gli ostacoli burocratici come la mancanza di documenti di soggiorno o della residenza. La stessa Adenike, ad esempio, non aveva la residenza e ancora oggi questa carenza burocratica le ha impedito di iscrivere il figlio all’asilo nido. Di conseguenza la giovane non ha potuto svolgere attività lavorative né formative.

“Per accedere al Sistema sanitario nazionale serve la tessera sanitaria, ma per averla è necessaria la residenza. E chi vive per strada o in un insediamento informale non ce l’ha. È possibile avere una residenza fittizia, ma l’iter burocratico da completare è abbastanza lungo: per questo, all’interno del nostro team c’è una persona dedicata a questi aspetti -aggiunge la referente di Medici senza frontiere-. Pensiamo anche alle pazienti con patologie croniche, ad esempio a cui viene diagnosticato un tumore al seno: serve continuità di cure e qui entra in campo tutto il tema delle esenzioni e dell’invalidità. Ma senza un supporto di tipo socio-legale è difficile, per queste donne, ottenerlo”.

Nei primi tre mesi di attività il team di MSF, composto da un’ostetrica, una psicologa, una promotrice della salute, un’operatrice socio-legale e una mediatrice culturale, ha seguito direttamente 92 donne con diverse necessità, da quelle mediche a quelle socio-legali, tra cui 56 nei consultori. Inoltre, più di 400 persone sono state raggiunte nelle attività di informazione e promozione della salute. “Non vogliamo che il nostro progetto sia una ‘bolla di sapone’ -commenta Radighieri- per questo motivo abbiamo improntato le nostre attività in modo da dare supporto al sistema sanitario pubblico e ai consultori, portando le nostre competenze specifiche, maturate anche nei Paesi di origine di molte delle donne migranti”. Oltre alle mediatrici culturali, infatti, MSF mette a disposizione dei consultori le proprie ostetriche che, ad esempio, conoscono i temi e le problematiche connesse alla pratica delle mutilazioni genitali femminili. “Noi facciamo da ponte tra le comunità straniere e le persone più difficili da raggiungere da un lato e il Servizio sanitario nazionale dall’altro. Quando il progetto finirà vogliamo che le donne delle comunità straniere sappiano dove andare e a chi rivolgersi, creando empowerment femminile all’interno delle comunità. Per questo motivo, un altro obiettivo del progetto è quello di creare dei referenti all’interno delle comunità”.

Il progetto SA.I.DA si rivolge anche a quel “mondo sommerso” e poco visibile di cui fanno parte le badanti provenienti dai Paesi dell’Est Europa, le migranti di origine cinese o bengalese che hanno pochi contatti all’esterno della propria comunità di riferimento e che rischiano di trovarsi in una situazione di isolamento, soprattutto quando parlano poco l’italiano o non lo parlano affatto. “Andiamo a incontrarle organizzando incontri nelle moschee, nelle associazioni, nelle scuole di italiano o ai doposcuola dei figli -racconta Radighieri-. Capita spesso che queste donne non si avvicinino nemmeno al sistema sanitario e arrivino in ospedale solo quando il travaglio è già avanzato e senza aver fatto nemmeno un controllo durante la gravidanza”.

L’incontro con queste donne e l’ascolto dei loro bisogni ha fatto emergere anche esigenze insospettabili. Quando si pensa a un progetto dedicato alla salute materno-infantile per le donne straniere raramente si pensa al tema dell’infertilità: “In realtà stiamo vedendo anche un numero significativo di donne che non riescono ad avere figli conclude Radighieri-. Sono donne che risiedono in Italia da molti anni e che non possono accedere all’adozione o alle cure per la fertilità, che sono molto costose. Anche questa problematica viene trascurata, ma invece sta molto a cuore a queste donne: in molte culture non avere figli viene vissuto come qualcosa di problematico”.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Altreconomia per non perderti le nostre inchieste, le novità editoriali e gli eventi.