Diritti / Attualità

Diritti violati e inefficienza. L’Europa non è una casa sicura per i richiedenti asilo

Nell’anno della pandemia da Covid-19, i numeri di richiedenti protezione internazionale in Europa sono in drastico calo: -32,6% rispetto al 2019. Il report annuale del Consiglio europeo per i rifugiati e gli esuli (Ecre) denuncia l’inefficienza del sistema d’asilo europeo che “viola regolarmente” i diritti dei richiedenti

@ Tobias Mrzyk, unsplash

I diritti delle persone richiedenti protezione internazionale vengono “abitualmente violati” nell’Unione europea e i sistemi nazionali di asilo “continuano ad essere caratterizzati da gravi lacune di efficienza e qualità”. È quanto emerge dal report annuale pubblicato dal Consiglio europeo per i rifugiati e gli esuli (Ecre) che analizza la salute del diritto d’asilo nell’Unione. Un anno particolare, il 2020, in cui la pandemia da Covid-19 ha inciso sul numero dei nuovi richiedenti asilo (in forte diminuzione), peggiorando però la condizione di chi già era sul territorio europeo.

Lo studio si basa sui dati dell’Asylum information database (Aida), che contiene informazioni dettagliate sulle procedure, le condizioni di accoglienza e le misure di integrazione per i richiedenti asilo di 23 Paesi europei. Come detto, a causa della pandemia, nel 2020 le richieste d’asilo sono state in totale 471.300 in calo del 32,6% rispetto al 2019: una cifra che rappresenta appena lo 0,1% del totale della popolazione dell’Unione europea. Segue questo trend anche l’Italia. Nel 2020 sono state registrate 26.963 nuove richieste di protezione, in larga maggioranza uomini (79%), provenienti principalmente da Pakistan (5.515), Nigeria (3.199) e Bangladesh (2.745). Nel 2019 le nuove richieste erano state 43.783 ovvero il 38% in più. Allargando l’analisi in Europa, solo la Romania -nuovo crocevia di migranti e richiedenti asilo che percorrono la rotta balcanica- registra un dato in controtendenza con un aumento del 138% di nuove richieste.

La generale diminuzione delle richieste d’asilo non è solamente dovuta alle limitazioni di movimento legate alla pandemia da Covid-19 bensì anche alla crescente difficoltà di accesso al territorio europeo dovuto a “illegittime procedure di frontiera” che si verificano in “più della metà dei Paesi esaminati dall’Aida”. Respingimenti diretti e indiretti, accordi informali di riammissione, divieti nell’accesso alla procedura d’asilo sono solo alcuni esempi. Aida sottolinea come, nonostante sia difficile quantificare precisamente il numero delle persone coinvolte, i respingimenti siano diventati uno strumento di gestione delle frontiere esterne: nel 2020 circa 25.600 persone sono state respinte dall’Ungheria, 18.400 dalla Croazia, 15mila dalla Bulgaria e 13.400 dalla Romania. A queste si aggiungono circa 10mila persone “riammesse” dalla Slovenia verso Paesi confinanti e, soprattutto, i respingimenti in mare che hanno interessato Grecia, Italia, Malta e Cipro. “Il grado di impunità che ha prevalso nei Paesi europei nel 2020 -si legge nel report– così come l’aumento della violenza e l’uso eccessivo di forza nei controlli alle frontiere, richiedono l’attuazione immediata di meccanismi di monitoraggio efficaci e indipendenti”. L’Italia è interessata sia per le procedure di riammissione sul confine italo-sloveno, con un contenzioso giudiziario in cui i giudici hanno dichiarato illegittima la procedura seguita dalle autorità italiane, sia per i respingimenti verso Croazia e Albania che continuano a registrarsi nei porti adriatici.

Secondo i dati Eurostat nel 2020 gli Stati membri dell’Ue hanno garantito protezione a 280mila persone, il 5% in meno rispetto al 2019. L’asilo rimane la principale forma di protezione riconosciuta, il 45% del totale, seguita dall’umanitaria (29%) e dalla protezione sussidiaria (26%). La diminuzione del numero di richieste d’asilo ha permesso di smaltire l’arretrato: le domande pendenti al termine del 2020 sono il 18% in meno rispetto all’anno precedente. Nonostante questo, “l’aumento della durata nelle procedure continua ad essere preoccupante” perché il Covid-19 ha inciso sulle differenti fasi delle procedure d’asilo che sono state sospese o posticipate di diverse settimane tra marzo e l’estate 2020. Nello specifico, in Italia le Commissioni territoriali, gli organi competenti per il rilascio delle forme di protezione, hanno sospeso le attività dal 13 aprile al giugno 2020 e non hanno ancora ripreso il ritmo pre-pandemia. In Grecia, il 50% delle procedure pendenti erano in attesa di decisione da più di dodici mesi. A Cipro il procedimento può durare da due a tre anni.

Aida sottolinea l’inefficacia del sistema giudiziario definito “preoccupante in diversi Paesi europei”. “Questo è dovuto -si legge nel report– alla mancanza di competenza di alcuni tribunali nel campo della protezione internazionale, l’incoerenza nel processo decisionale tra i vari tribunali nazionali, la riduzione dei termini di ricorso e la mancanza di effetto sospensivo (nella procedura di rimpatrio ndr) in alcuni Paesi”. Come conseguenza, la percentuale di riconoscimenti varia “significativamente” da un Paese all’altro. Vedersi riconosciuto un diritto è legato al territorio in cui si arriva: un cittadino afghano avrà l’1% di possibilità di vedersi riconosciuta una forma di protezione in Bulgaria, il 100% in Polonia, il 57% in Francia e il 17% in Ungheria.

L’accesso alle misure di accoglienza è stato problematico per un considerevole numero di persone. In Belgio, Cipro, Irlanda, Malta, Olanda, Spagna e Serbia si registrano le criticità maggiori. In Francia solamente il 51% dei richiedenti asilo aventi diritto ad una sistemazione nei centri di accoglienza sono stati accolti in generale, con la pandemia è aumentato il numero di centri di emergenza utilizzati anche per facilitare l’auto-isolamento. Questo ha portato, in certi Paesi, un aumento della precarietà delle condizioni di vita e significative restrizioni nella libertà di movimento per i richiedenti asilo. In Cipro, Grecia, Romania e Serbia, per esempio, i richiedenti asilo sono stati sottoposti a prolungati e sproporzionati misure che si sono trasformate in una detenzione di fatto che ha negato loro la possibilità di lasciare i centri per diversi mesi. Con riferimento all’Italia, il report sottolinea le criticità dell’utilizzo di navi quarantena per l’isolamento delle persone, migranti e richiedenti asilo, soccorsi in mare. “Nonostante i rigorosi requisiti stabiliti dall’Unione europea secondo cui la detenzione dovrebbe essere una misura di ultima istanza in linea con i principi di necessità e proporzionalità, molti richiedenti protezione internazionale continuano a essere soggetti a detenzione assoluta e le alternative alla detenzione sono raramente applicate nella pratica”.

Nel report, il Consiglio europeo per i rifugiati e gli esuli sottolinea come il nuovo Patto per l’asilo e la migrazione, presentato dalla Commissione europea nel settembre 2020, debba “garantire che il diritto d’asilo e il principio di non-respingimento siano i punti saldi del sistema d’asilo europeo”. Un giudizio netto, da parte del gruppo di ricerca, che invita gli Stati membri ad attivarsi per migliorare. “Nonostante la normativa in vigore nell’Unione europea, i diritti delle persone bisognose di protezione internazionale continuano a essere regolarmente violati in tutta Europa, in gran parte impunemente. È necessario adottare le misure necessarie per rispettare le norme sull’asilo: un prerequisito per l’istituzione di una politica di asilo Unione europea credibile, equa e funzionante”.

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