Diritti / Attualità

A Palermo un ambulatorio per curare le ferite delle torture

Medici Senza Frontiere ha aperto, in collaborazione con l’azienda sanitaria locale, un ambulatorio specialistico per la riabilitazione di richiedenti asilo e rifugiati sopravvissuti a violenza intenzionale e torture commesse nei centri di detenzione in Libia. “Tutto questo dolore potrebbe essere evitato”, spiegano gli operatori dell’organizzazione

Un migrante fotografato nel centro di detenzione di Abu Salim, Libia © UNSMIL Photos

“Una persona sopravvissuta alla tortura è già una persona a rischio di ‘frammentazione’ per i vissuti che porta con sé. Gli uomini, le donne e i minori stranieri non accompagnati che hanno subito queste esperienze in Libia ci dicono spesso frasi come ‘Non mi sento più una persona’ oppure ‘Sono un pezzo di carne’. Noi lavoriamo non solo per curare i sintomi fisici e psichici, come ansia o depressione e le conseguenze post-traumatiche, ma soprattutto per restituire le persone sopravvissute alla tortura alle loro esistenze, restituendo dignità in ogni fase della cura”.

Ester Russo è una psicoterapeuta di Medici Senza Frontiere (Msf) e da febbraio di quest’anno lavora all’interno dell’ambulatorio specialistico per la riabilitazione di migranti e rifugiati sopravvissuti a violenza intenzionale e tortura che l’organizzazione ha aperto a Palermo in collaborazione con l’Azienda sanitaria provinciale (Asp) locale. Il nuovo servizio, che va a rafforzare le prestazioni già offerte dall’U.O.C. Psicologia e l’U.O.S. Promozione salute immigrati, è gratuito e svolto in collaborazione con diverse realtà del territorio.

Torture e violenze sono esperienze molto diffuse tra richiedenti asilo e rifugiati che arrivano in Italia: alcuni dei pazienti del nuovo ambulatorio vengono identificati nei Cas (Centri di accoglienza straordinaria) della provincia di Palermo in cui Msf ha svolto attività di prevenzione e monitoraggio del Covid-19 e promuoverà il nuovo servizio, mentre chi vive al di fuori del sistema di accoglienza viene indirizzato da associazioni e organizzazioni attive sul territorio. “Ci rivolgiamo a tutte quelle persone che vogliono e desiderano fare un percorso di medio-lungo termine -spiega Russo-. L’ideale sarebbe poter rispondere al disagio delle persone da poco arrivate in Italia, perché significa che c’è stata un’identificazione precoce. Ma spesso vediamo anche persone che vivono in Italia da anni, che portano sul corpo segni di tortura ‘antichi’ e che sono più complessi da trattare nella globalità dei bisogni”.

“L’Asp di Palermo va incontro a tutti coloro i quali soffrono mettendo a disposizione le tante professionalità dell’Azienda -sottolinea il Direttore generale dell’Asp, Daniela Faraoni-. Le vittime di violenza intenzionale e di tortura saranno accompagnate in un percorso di accoglienza, supporto, sostegno e cura per consentire loro di riappropriarsi della propria vita e proiettarsi con uno spirito nuovo verso il futuro. Il protocollo d’intesa stipulato con Medici Senza Frontiere ha queste finalità consentendo, tra l’altro, una reale e concreta presa in carico del migrante vittima di tortura. Per le stesse finalità, l’Azienda ha stipulato un altro protocollo d’intesa con l’Università di Palermo per le certificazioni medico-legali degli esiti di violenza”.

L’obiettivo del percorso riabilitativo offerto dall’ambulatorio è migliorare lo stato psico-fisico dei pazienti attraverso l’intervento di un’équipe interdisciplinare che affronta le problematiche psicologiche, mediche, sociali e legali, seguendo gli specifici bisogni della persona. I servizi offerti, con il fondamentale supporto dei mediatori interculturali, vanno dalla psicoterapia alla medicina generale e legale, dalla fisioterapia all’assistenza sociale e legale.  Interventi diversi, che però sono legati da un filo rosso: per ciascuna persona, il percorso di riabilitazione deve essere centrato sui bisogni del singolo, garantendo la possibilità di accedere anche all’assistenza specialistica offerta dal sistema sanitario nazionale: “Coinvolgere il servizio pubblico è fondamentale per assicurare la continuità nel tempo della presa in carico -sottolinea Ester Russo-. Ma anche per riaffermare il diritto alla salute di queste persone: chi è sopravvissuto alla tortura ha diritto a percorsi riabilitativi specialistici. Senza questo, gli esiti di traumi e violenze rischiano di segnare profondamente lo stato di salute di queste persone, già segnato dalla permanenza in contesti di violenza”.

Chi arriva a chiedere aiuto ai medici di Msf e agli operatori dell’Asp di Palermo ha subito l’esperienza della tortura durante il viaggio che lo ha condotto dal proprio Paese d’origine in Italia. E per molti i luoghi della tortura coincidono con i centri di detenzione libici. “Abbiamo in carico persone che sono state torturate in cinque centri diversi”, sintetizza Ester Russo. Violenze, pestaggi, stupri, scosse elettriche applicate alle parti più sensibili del corpo. Una delle pratiche più diffuse, spiega l’operatrice di Msf, è la cosiddetta falaka o falanga in cui si colpisce con violenza la pianta dei piedi. “Pochi pazienti non hanno subito questa forma di tortura. In base all’oggetto usato, all’intensità dei colpi e alla frequenza con cui si viene sottoposti a questa pratica i danni possono anche essere permanenti come il dolore cronico e persino l’impossibilità di camminare -spiega Ester Russo-. Anni fa, quando ho iniziato a lavorare con i migranti provenienti dalla Libia, ho avuto modo di riscontrare come la percentuale di sopravvissuti alla tortura fosse elevata, ma ora siamo di fronte a una situazione in cui questi crimini sono sistematici. Tutto questo dolore potrebbe essere evitato: quello che succede in Libia è inaccettabile e non possiamo continuare a chiudere gli occhi, considerare la Libia un Paese sicuro in cui è possibile costringere a far vivere le persone che spesso scappano già da contesti dove è difficile sopravvivere”.

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