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Razzismo e diseguaglianze fiaccano la lotta globale al diabete

© Towfiqu Barbhuiya - Unsplash

Secondo le stime pubblicate dalla rivista Lancet, nel 2050 oltre 1,3 miliardi di persone a livello globale si troveranno a convivere con il diabete. Una malattia la cui diffusione e impatti sono aggravati dalle iniquità sociali e geografiche. Ma l’industria farmaceutica punta su biomedica e approcci tecnologici

Occorre cambiare approccio al trattamento e alla prevenzione del diabete, affrontando le diseguaglianze che sono alla base della diffusione della malattia, in particolare tra minoranze e persone a basso reddito. È tornata a evidenziarlo a fine giugno la rivista scientifica Lancet -insieme a The Lancet diabetes and endocrinology e all’American diabetes association con due articoli e un editoriale sul tema ripresi in Italia da Salute internazionale, quotidiano online dedicato ai temi della sanità.

Il diabete è un problema globale che sta crescendo in modo esponenziale e avrà effetti duraturi sulla salute per le generazioni a venire. E le diseguaglianze stanno accelerando questa crisi globale. L’iniquità strutturale, che comprende il razzismo strutturale e le diseguaglianze geografiche, è profondamente radicata nelle strutture geopolitiche, economiche, sanitarie e sociali e crea grandi differenze nella posizione socioeconomica e nella disponibilità di risorse -si legge nell’introduzione agli articoli-. Queste differenze influenzano in modo differenziato e negativo sulla salute ‘a valle’ come sull’accesso a cure e istruzione di alta qualità, nonché sulla prevalenza e sulla mortalità del diabete”.

Secondo le stime pubblicate da Lancet, infatti, entro il 2050 più di 1,3 miliardi di persone a livello globale saranno affette da una forma di diabete. Una crescita più che doppia rispetto ai 529 milioni di casi del 2021, un aumento causato principalmente dal diabete di tipo 2 che nel 2021 rappresentava il 90% dei casi a livello mondiale. “Si tratta di persone che vivono con una patologia che altera la qualità della vita, provoca alti tassi di mortalità e aggrava numerosi tipi di malattie -scrivono i ricercatori-. La maggior parte dei casi è attribuibile a fattori di rischio sociale, come un indice di massa corporea elevato, rischi dietetici, fattori ambientali e professionali, uso di tabacco o di alcol e scarsa attività fisica, che prosperano grazie al modo in cui sono progettati i nostri ambienti e alla struttura iniqua in cui sono organizzate le nostre risorse e le nostre società”.

Il primo degli articoli pubblicati esamina come il razzismo strutturale e le diseguaglianze geografiche amplifichino le cause sociali alla base della malattia e influenzino negativamente l’accesso all’assistenza e alle cure. Secondo i ricercatori, nel 2021 l’aspettativa di vita media dopo una diagnosi di diabete di tipo 1 variava dai 13 anni per un bambino di 10 anni in un Paese a basso reddito a 65 anni per un bambino della stessa età ma residente in un Paese ad alto reddito. Allo stesso modo anche la pandemia da Covid-19 ha peggiorato le condizioni dei diabetici. “La pandemia ha amplificato le disuguaglianze nel diabete a livello globale: le persone ammalate hanno il 50% di probabilità in più di contrarre un’infezione grave e il doppio di probabilità di morire rispetto alle persone sane, soprattutto se appartenenti a gruppi minoritari”.

Uno dei fattori determinanti è la difficoltà da parte di persone marginalizzate nell’accedere a cure e a seguire una corretta terapia. Un caso emblematico per quanto riguarda le diseguaglianze nei Paesi a basso o medio reddito è quello dell’Africa subsahariana. Secondo la International diabetes federation, nella regione vi sarebbero 23,6 milioni di diabetici, saranno 54,9 milioni nel 2045. Nel 2015 la malattia aveva un impatto economico stimato in 19,5 miliardi di dollari, pari all’1,2% del Prodotto interno lordo (Pil) della regione, ed è previsto che raggiungerà un valore compreso tra l’1,4% e l’1,7% del Pil nel 2030. Secondo l’articolo gran parte delle diseguaglianze riguardano la scarsità di risorse nei Paesi a basso e medio reddito che compongono l’area. L’insicurezza alimentare, una delle principali conseguenze delle diseguaglianze, riduce l’accesso a una dieta equilibrata e sana, favorendo così l’insorgere e rendendo più gravi le conseguenze della malattia. Anche l’accesso alle diagnosi e ai farmaci risulta problematico: un’analisi congiunta di studi rappresentativi della popolazione a livello nazionale condotti in 12 Paesi dell’Africa subsahariana tra il 2005 e il 2015 ha stimato che il 27% delle persone con diabete aveva ricevuto la diagnosi contro il 74% degli Stati Uniti, mentre solo l’11% dei diabetici in Africa subsahariana assumeva insulina (contro il 94% negli Stati Uniti).

Si riscontrano le stesse criticità tra le minoranze etniche all’interno di un singolo Paese: un caso di scuola è quello degli aborigeni australiani. Nel 2021 i tassi di mortalità e di ospedalizzazione legati al diabete erano oltre quattro volte più alti tra i nativi e gli abitanti delle isole dello Stretto di Torres (la regione a Nord dell’Australia e confinante con la Nuova Guinea) rispetto agli australiani non indigeni. La vita media risultava di 62,5 anni per gli aborigeni e gli abitanti delle isole dello Stretto di Torres, rispetto agli 82,2 anni della popolazione australiana generale, con le malattie cardiovascolari e il diabete tra le due principali cause di morte. La giovane età di insorgenza della malattia e la persistenza di concentrazioni glicemiche elevate contribuiscono all’eccesso di rischio di complicazioni. Per le donne aborigene e delle isole dello Stretto di Torres, a livello nazionale e per tutte le popolazioni aborigene del Territorio del Nord, il diabete è un problema di salute e la prima causa di morte. Una situazione simile negli Stati Uniti, dove le persone che vivono in aree marginalizzate hanno il 53,7% di probabilità di mortalità da diabete in più e il 66,5% di anni di vita persi.

Nonostante questi risultati, il focus resta invece sugli interventi biomedici e sui nuovi dispositivi. Si tratta di un mercato ampio e fonte di lauti profitti: le previsioni per il mercato globale dei farmaci per il diabete di tipo 2 nel prossimo decennio variano notevolmente, con alcune che superano i 100 miliardi di dollari, mentre si stima che la spesa sanitaria globale correlata salirà a 1.054 miliardi di dollari entro il 2045. “Il diabete sarà una malattia dominante in questo secolo -conclude l’editoriale pubblicato su Lancet-. Il modo in cui la comunità sanitaria se ne occuperà nei prossimi due decenni determinerà la salute della popolazione e l’aspettativa di vita per i prossimi 80 anni. Il mondo non è riuscito a comprendere la natura sociale della patologia e ha sottovalutato la reale portata e l’entità della minaccia rappresentate dalla malattia. Le stime del Global burden of diseases 2021 e la serie di articoli pubblicati da Lancet sono perciò un invito urgente a correggere la rotta”.

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