Altre Economie / Intervista

“Rivendichiamo la nostra umanità costruendo una nuova economia della cura”

Intervista all’attivista ed economista indiana Vandana Shiva, che nel suo ultimo saggio sottolinea l’urgenza di un cambiamento che metta al centro un’economia realmente sostenibile. “Per tutta la vita ho assistito alla banalizzazione dell’economia della cura come se non esistesse, sebbene sia questa la base su cui poggia tutto il resto”

L'attivista politica e ambientalista, Vandana Shiva © Violaine Martin, Un Geneva

Siamo in crisi esistenziale, nel senso letterale del termine: la nostra esistenza, più che quella del Pianeta, è a rischio. Se il concetto ormai è condiviso in maniera mainstream assistiamo, però a un continuo logoramento che segue l’enunciare un problema, capire che ci sono delle soluzioni, constatare che siamo dentro una bolla di immobilismo sostanziale. Il che ripropone ogni anno lo stesso tema, ma con meno tempo a disposizione per risolverlo. “Dall’avidità alla cura” (qui la recensione di Paolo Cacciari) è un libro utile per mettere ordine in quello che Vandana Shiva, fisica quantistica, economista militante, ambientalista e teorica dell’ecologia sociale, descrive come un disastroso paradigma economico, basato sull’estrattivismo e sulla crescita senza fine. Che cosa stia alla base di questo mortifero nocciolo duro è una delle parole del titolo: l’avidità. “Un’avidità senza freni -scrive la professoressa Shiva- che non riconosce limiti ecologici o etici e non rispetta l’integrità e i diritti della Terra e dell’umanità”.

Le emergenze si moltiplicano, le pandemie non sono solo sanitarie, come abbiamo imparato in questi anni, soprattutto durante il primo grande lockdown, quello delle città vuote nel mondo e del ritorno della natura che ci conquistava nei filmati che popolavano i social. Le pandemie che individua Vandana Shiva sono quelle della fame, della povertà, della paura, della disperazione, dell’emergenza climatica, dell’estinzione, dell’ingiustizia, dell’esclusione e della diseguaglianza, dell’espropriazione e  dello sradicamento di larghe fasce di popolazione. Vandana Shiva ci ricorda che siamo interconnessi: la salute del Pianeta e la nostra non sono separabili. Ecco perché spunta la cara vecchia parola: rivoluzione. Anche se quella che suona più impegnativa sta nell’aggettivo: necessaria. Una rivoluzione necessaria per un’economia sostenibile.

Professoressa Shiva, partiamo dal lockdown, perché il suo libro e la sua riflessione si compiono proprio in quel periodo. Ci racconta perché ha scelto le due parole, avidità e cura?
VS
Mi era stato chiesto di presentare un paper sull’economia di papa Francesco, l’ho completato durante il lockdown ed è diventato questo libro, che ho voluto intitolare “Dall’avidità alla cura” perché per tutta la vita ho assistito alla banalizzazione dell’economia della cura come se non esistesse, sebbene sia questa la base su cui poggia tutto il resto. L’economia di mercato e della moneta collasserebbero se non ci fosse la cura, se non ci fossero delle persone interessate alla Terra. Se alcuni non si preoccupassero della famiglia e della comunità, se durante il Covid-19 non ci fossero stati i cosiddetti “lavoratori essenziali”, le persone non sarebbero sopravvissute. Quando ho iniziato le mie ricerche, ho cercato di capire in che modo quella che noi chiamiamo economia (da oikos, casa) è diventata l’economia così come la conosciamo oggi. Sono andata a rivedere tutto il non sense anglosassone che è stato insegnato per decenni: “La ricchezza delle nazioni” di Adam Smith, padre dell’economia moderna, descrive un modello colonialista senza usare il termine colonialismo. Descrive  la recinzione del bene comune senza chiamarla proprietà privata; parla della competizione come di qualcosa di naturale e innato; naturalizza le più perverse “non-qualità” dell’umanità: competizione, avidità, conquista. Quindi mi sono detta: non dobbiamo creare connessioni fra l’economia della cura -che supporta la vita e di cui abbiamo disperatamente bisogno- con l’economia dell’avidità che ha causato tutte le crisi che stiamo vivendo, a partire dalla pandemia. Dovremmo iniziare a chiamare i fenomeni per quello che sono, e non permettere l’appropriazione delle parole. Il mio libro è un tentativo di rivendicare la nostra umanità e la nostra cittadinanza attraverso l’economia della cura.

Dove si trovava durante il lockdown? Erano giorni tragici di scelta da parte dei medici assediati di casi e costretti a dover decidere chi viveva e chi moriva, che nel contesto della cura significa vivere un terribile paradosso.
VS Stavo partecipando a un tour di conferenze quando sono dovuta tornare di corsa a casa, ma ero molto confusa riguardo a come questo virus era stato gestito perché non avevamo mai assistito a nulla di simile a quello che stava succedendo in quei giorni. Durante mio volo di ritorno, mi sono imbattuta in un articolo pubblicato dal New York Times che sostanzialmente diceva: ora dobbiamo decidere a chi sarà permesso vivere e a chi morire. Mi sono chiesta: ma di cosa stanno parlando? Gli anziani dovrebbero morire? Di recente ho ritwittato un articolo che diceva che il 60% dell’inquinamento è causato dagli anziani. Hanno deciso: disfiamoci degli anziani. Tempo fa ho partecipato a un dibattito in tivù con Davide Serra (imprenditore italiano, principale finanziatore delle campagne elettorali di Matteo Renzi, ndr) il quale affermava che le persone anziane rappresentavano un ostacolo al progresso del Paese. Ho reagito e ho detto: se non ci fossero gli anziani, i giovani non ci sarebbero. E oggi, con l’economia che inizia a crollare, se un giovane non ha una famiglia a cui rivolgersi, non sopravvive. È stata creata una frattura tra le persone di colore e i bianchi, tra cristiani e musulmani, avete creato una rottura tra i lavoratori e i milionari, gli uni contro gli altri: adesso si vuole mettere differenti età del ciclo della vita le une contro le altre. Avendo tutto questo in mente ho cominciato a fare ricerche e ho scritto un articolo: “Riflessioni ecologiche sul Coronavirus”.

E a cosa hanno portato quelle riflessioni? Che cosa lega ecologia e Coronavirus?
VS Le nuove malattie infettive provengono dalle foreste tropicali ed entrano in contatto con l’uomo quando le foreste vengono abbattute in Brasile, in Indonesia, in Congo per coltivare soia, per produrre biocarburanti, per allevare maiali e bovini. La diffusione di queste malattie è la conseguenza di un sistema industriale che non conosce limiti ecologici, non conosce i limiti del Pianeta né i diritti umani: perché il diritto al cibo è un diritto umano. Questo sistema pensa che quello al profitto a qualunque costo sia un diritto. Così ho iniziato a studiare dati e ricerche sui decessi per Covid-19 e comorbilità: i malati di cancro hanno un rischio del 7,6% più elevato di morire dopo aver contratto il virus. Per chi ha il diabete il rischio è maggiore del 9,2%. Sono abituata -per mia formazione personale- a osservare le connessioni che non vengono analizzate. Quell’uno per cento della popolazione mondiale che provoca la distruzione delle foreste e alimenta la diffusione dei virus è anche responsabile delle distruzione dei nostri corpi: crea cancro e diabete. Siamo di fronte a un sistema alimentare sbagliato, che si basa sull’avidità.

Alla fine del libro torna un concetto a noi caro, quello dei semi. Lo avevamo usato nel libro di Altreconomia su Genova G8 come metafora per indicare che tutta la proposta del movimento altermondialista ha lasciato semi sparsi che sono poi gemmati. Che cosa intende per coltivare semi?
VS
La prima cosa da fare per coltivare i semi è salvarli e custodirli. Per salvarli bisogna preoccuparsene e interessarsi a loro e bisogna prendersi cura sia del seme biologico sia di quello culturale. Il seme è anche ricordo, e solo così si può garantire la sopravvivenza di semi che hanno in sé secoli di evoluzione. Nel ricordare Seattle, il fascismo in tutte le sue forme e le lotte contro i fascismi ricordiamo il nostro potenziale. Esattamente come fanno i semi che sono in grado di far germogliare una pianta.

Traduzione Martina Bignamini. L’intervista sarà trasmessa nel corso del Festival dei Diritti Umani (www.festivaldirittiumani.it) e pubblicata in versione integrale all’interno della prossima edizione di Altreconomia “Produci consuma crepa, manuale di resistenza e cambiamento”.

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