Diritti / Approfondimento

La crisi climatica aumenta i rischi per i difensori dell’ambiente

Lo sfruttamento incontrollato e l’avidità che causa l’emergenza climatica sta avendo un impatto sempre più violento sulle persone e sui “defenders”, denuncia Global Witness nel suo rapporto annuale. Nel 2020 sono stati assassinati 227 attivisti, metà dei quali tra Colombia, Messico e Filippine

© Global Witness

“Molti pensavano che mia madre fosse pazza. Oggi è chiaro a tutti che non lo era: aveva ragione”. Malungelo Xhakaza è la figlia di Fikile Ntshangase, attivista sudafricana assassinata nella sua casa il 22 ottobre 2020. Ntshangase era una dei leader della Mfolozi Community Environmental Justice Organisation (Mcejo), un’associazione locale impegnata in una battaglia legale contro l’espansione di una miniera di carbone gestita dalla “Tendele Coal Mining”. “Mia madre aveva osservato le crepe sui muri delle case degli altri abitanti della zona e si chiedeva se non fossero causate dalle continue esplosioni. Aveva osservato la polvere di carbone depositarsi nelle stanze e si interrogava sullo stato di salute dei polmoni delle persone che le abitavano”, ricorda Xhakaza, in un lungo intervento pubblicato da Global Witness nelle pagine di “Last line of defence”, il report annuale con cui l’organizzazione fotografa gli attacchi ai danni degli attivisti impegnati a difesa dell’ambiente.

Quando Tendele ha deciso di espandere le sue attività, “mia madre è diventata il loro incubo peggiore”, continua Xhakaza: “Ha organizzato la comunità, ha manifestato, ha spiegato alle persone i loro diritti. Molti durante l’allargamento della miniera hanno accettato di andarsene. Ma non mia madre. Lei è rimasta ferma, rifiutando i pagamenti, sostenendo l’azione legale della comunità di Mfolozi contro la miniera. In definitiva, credo che sia questo che è costato la vita a mia madre”.

Fikile Ntshangase è una dei 227 attivisti impegnati nella difesa della terra e dell’ambiente assassinati nel corso del 2020 (con una media di circa quattro omicidi a settimana) secondo le stime di Global Witness, che registra un ulteriore peggioramento della situazione rispetto al 2019 quando le vittime registrate furono 212. Ma i dati, ammette la stessa Global Witness, sono quasi certamente sottostimati e non riescono a restituire la reale portata del problema: “In alcuni Paesi la situazione dei defenders è difficile da valutare: le restrizioni alla libertà di stampa o gli ostacoli a un monitoraggio indipendente possono portare a una sottostima dei dati”, si legge nel report. Inoltre, gli omicidi e gli attacchi fisici rappresentano la punta dell’iceberg: chi vuole mettere a tacere attivisti e ambientalisti può fare ricorso a un’ampia gamma di strumenti di pressione che vanno dalle minacce alla criminalizzazione, dalle aggressioni alla diffamazione, dalla sorveglianza alle minacce di stupro ai danni delle donne.

Sebbene incompleti, i dati raccolti dal 2012 in poi da Global Witness mettono in luce lo stretto (e pericoloso) legame tra cambiamenti climatici e diritti: “Lo sfruttamento incontrollato e l’avidità che causa la crisi climatica sta avendo un impatto sempre più violento sulle persone”, sottolinea la ricerca. Se non ci sarà un cambiamento radicale la situazione è destinata a peggiorare: più terre verranno sottratte alle comunità locali per impiantare miniere o colture intensive, più foreste verranno abbattute più peggiorerà la crisi climatica più gli attacchi ai difensori si faranno frequenti. Minacce, aggressioni e omicidi sono la diretta conseguenza delle proteste che si levano dalle comunità che vengono costrette a lasciare le proprie terre o a rinunciare ai propri diritti a seguito delle azioni di compagnie minerarie, multinazionali dell’agro-business e aziende impegnate nel disboscamento.

Nel 2020 più della metà degli omicidi ai danni di attivisti (124) si sono registrati in tre soli Paesi: Colombia (che con 65 defenders assassinati, un terzo dei quali appartenenti a comunità indigene, si conferma il Paese più pericoloso), Messico (30 vittime) e Filippine (29 vittime). Anche a livello globale i leader indigeni rappresentano circa un terzo del totale delle vittime. Il 71% degli attivisti uccisi era impegnato per la difesa delle foreste, i polmoni verdi del Pianeta, fondamentali per contrastare la crisi climatica. Mentre l’America Latina si conferma come il continente più pericoloso per i defenders, sono 18 gli omicidi registrati in Africa nel 2020 (in crescita rispetto ai 7 del 2019). Tra loro 12 ranger impegnati nella difesa del Parco del Virunga nella Repubblica Democratica del Congo sono stati assassinati da miliziani armati.

La situazione è particolarmente grave nelle Filippine dove, nel corso del 2020, il presidente Rodrigo Duterte ha approfittato della pandemia da Covid-19 per reprimere ulteriormente il dissenso nel Paese, implementando un lockdown particolarmente duro e approfittando del momento per approvare l’Anti terrorism law che è entrata in vigore a giugno. “I critici di Duterte sostengono questo provvedimento accelererà il red targeting, etichettando attivisti e leader sociali come ribelli comunisti -si legge nel report– e porterà a un aumento della violenza contro i difensori dell’ambiente e degli indigeni”. Le tensioni nel Paese sono destinate a crescere anche a seguito delle decisioni del presidente di incentivare l’attività mineraria per favorire la ripresa economica post-pandemia, oltre ad aver recentemente revocato il divieto di estrazione a cielo aperto. A livello globale, la pandemia da Covid-19 è stata utilizzata strumentalmente da molti governi per introdurre misure draconiane di repressione del dissenso e di controllo di cittadini, giornalisti, attivisti e leader sociali.

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