Ambiente / Attualità

A piedi nudi nel cemento. L’Italia non smette di consumare e sprecare suolo

In un anno sono stati consumati 24 metri quadrati di suolo urbano per ogni ettaro di aree verdi. La cementificazione avanza senza sosta, in particolare nelle aree compromesse. Un fenomeno che non procede di pari passo con la crescita demografica: ogni cittadino ha in “carico” circa 400 metri quadrati di superfici occupate da cemento, asfalto o altri materiali artificiali. Intervista a Michele Munafò, curatore del Rapporto ISPRA SNPA sul consumo di suolo in Italia

© Fabian Bächli / Unsplash

L’Italia non ha ancora preso atto che il consumo di suolo è un problema, e così anche nel 2018 la copertura e l’impermeabilizzazione è cresciuta al ritmo di due metri quadrati al secondo, 14 ettari al giorno, per un totale di 51 chilometri quadrati. È dietro l’angolo il 2020, quando ogni Paese dell’Unione europea dovrebbe attuare politiche in grado di ridurre in modo significativo il consumo di suolo, per realizzazione l’obiettivo di azzerarlo entro il 2050. 
”Siamo lontani da questa visione -sottolinea Michele Munafò, curatore del Rapporto ISPRA SNPA sul consumo di suolo in Italia, presentato al Senato lo scorso 17 settembre-: ciò che abbiamo potuto misurare è invece l’inefficacia delle norme regionali in materia e l’assenza di una norma nazionale, i cui effetti negativi sono evidenti. Ad oggi non si vede alcune sostanziale riduzione dell’incremento dei tassi di copertura artificiale, in alcuni casi assistiamo addirittura ad un incremento del consumo di suolo”.

Il rapporto evidenzia come ogni abitante del Paese abbia ormai in “carico” oltre 380 metri quadrati di superfici occupate da cemento, asfalto o altri materiali artificiali, mentre la popolazione continua a diminuire: nell’ultimo anno, ad esempio, è come se avessimo costruito 456 metri quadrati per ogni abitante in meno. “Oltre all’obiettivo di azzeramento europeo -ricorda Munafò-, ci sono anche quelli dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che in realtà richiederebbe di allineare il tasso di crescita delle superfici artificiali a quello della popolazione. In un Paese a crescita nulla, come l’Italia, questo significherebbe non solo azzerare entro il 2030 il consumo di suolo, ma addirittura, ed è un paradosso, ma è una forzatura formalmente corretta dal punto di vista dell’indicatore utilizzato dalle Nazioni Unite, andare a recuperare suolo, rinaturalizzando superfici artificiali”, sottolinea Munafò.

La realtà è però un’altra: il rapporto fa l’esempio della Regione Umbria, che è di per sé una delle più virtuose del Paese, con con una percentuale di suolo consumato al 2018 del 5,64% (contro una media nazionale del 7,64%), e un unico comune -Bastia Umbra- il cui territorio risulta artificializzato per più del 15 per cento. “Nella regione Umbria -annota il report- i 92 piani comunali vigenti prevedono un incremento delle superfici urbanizzate attuali che varia dal 50 al 150%, con alcuni Comuni che si spingono a superare anche il 200-250%. Tali numeri sono del tutto indipendenti dalla dinamica e dagli scenari evolutivi demografici. Il tasso demografico medio agganciato a questi valori di crescita urbana sarebbe del 3,5% annuo per 10-20 anni, in una Regione che negli ultimi 50 anni ha registrato un valore del 2‰. Infatti, a fronte del suolo urbanizzato odierno, nell’ordine di circa 30.000 ettari, nei piani vigenti sono ancora disponibili altri 20.000 ettari di incremento, dei quali il 65% per aree residenziali e produttive”.

L’ISPRA parla di “potenzialità latente”, per descriver le cubature nascoste negli strumenti urbanistici vigenti. Nel caso dell’Umbria, valgono un volume pari al totale dell’edificato dal secondo Dopoguerra ad oggi. “Purtroppo è una situazione diffusa, frequente in tutto il territorio -spiega Munafò-: bisogna in qualche modo metter mano a queste previsioni, rivedendo gli strumenti urbanistici, anche perché la popolazione è diminuita e gli scenari demografici ci dicono che l’Italia continuerà a perdere popolazione”.

Focus sulle città
Uno dei focus del nuovo rapporto sul consumo di suolo sono le città italiane. Nelle aree urbane ad alta densità nel 2018 abbiamo perso 24 metri quadrati per ogni ettaro di area verde. In totale, quasi la metà della perdita di suolo nazionale dell’ultimo anno si concentra nelle aree urbane, il 15% in quelle centrali e semicentrali, il 32% nelle fasce periferiche e meno dense. La cementificazione avanza senza sosta soprattutto nelle aree già molto compromesse: il valore è 10 volte maggiore rispetto alle zone meno consumate. A Roma, ad esempio, il consumo cancella, in un solo anno, 57 ettari di aree verdi della città (su 75 ettari di consumo totale). Record a Milano dove la totalità del consumo di suolo spazza via 11 ettari di aree verdi (su un totale di 11,5 ettari). L’unica città metropolitana in controtendenza è Torino, che inverte la rotta e inizia a recuperare terreno, riconquistando 7 ettari di suolo nel 2018.
”Il consumo di suolo in città ha un forte legame anche con l’aumento delle temperature e la frequenza del fenomeno delle isole di calore: la differenza di temperatura estiva delle aree urbane rispetto a quelle rurali raggiunge spesso valori superiori a 2°C nelle città più grandi” sottolinea l’ISPRA in una nota.



Tutti i dati
Il Veneto è la regione con gli incrementi maggiori +923 ettari, seguita da Lombardia +633 ettari, Puglia +425 ettari, Emilia-Romagna +381 ettari e Sicilia +302 ettari. Rapportato alla popolazione residente, il valore più alto si riscontra in Basilicata (+2,80 m2/ab), Abruzzo (+2,15 m2/ab), Friuli-Venezia Giulia (+1,96 m2/ab) e Veneto (+1,88 m2/ab). La Lombardia ha superato il 13% di suolo consumato.
Dopo Roma, il secondo Comune italiano che ha registrato la maggiore trasformazione è Verona (33 ettari), seguito da L’Aquila (29), Olbia (25), Foggia (23), Alessandria (21), Venezia (19) e Bari (18), tra i comuni con popolazione maggiore di 50.000 abitanti. Tra i comuni più piccoli, si distingue Nogarole Rocca, in provincia di Verona, che ha sfiorato i 45 ettari di incremento. “Più della metà delle trasformazioni dell’ultimo anno si devono ai cantieri (2.846 ettari), in gran parte per la realizzazione di nuovi edifici e infrastrutture e quindi destinati a trasformarsi in nuovo consumo permanente e irreversibile” spiega l’ISPRA.

La qualità del suolo

Le nuove coperture artificiali non sono l’unico fattore che minaccia il suolo e il territorio, che sono soggetti anche ad altri processi di degrado come la frammentazione, l’erosione, la perdita di habitat, di produttività e di carbonio organico, la desertificazione. Una prima stima delle aree minacciate è stata realizzata dall’ISPRA per valutare la distanza che ci separa dall’obiettivo della Land Degradation Neutrality, previsto dall’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Dal 2012 al 2018, le aree dove il livello di degrado è aumentato coprono 800 chilometri quadrati, quelle con forme di degrado più limitato addirittura 10.000 chilometri quadrati. 
Negli ultimi sei anni secondo le prime stime l’Italia ha perso superfici che erano in grado di produrre tre milioni di quintali di prodotti agricoli e ventimila quintali di prodotti legnosi, nonché di assicurare lo stoccaggio di due milioni di tonnellate di carbonio e l’infiltrazione di oltre 250 milioni di metri cubi di acqua di pioggia che ora, scorrendo in superficie, non sono più disponibili per la ricarica delle falde aggravando la pericolosità idraulica dei nostri territori. 
Il recente consumo di suolo produce anche un danno economico potenziale compreso tra i 2 e i 3 miliardi di euro all’anno dovuti alla perdita dei servizi ecosistemici del suolo. Intanto, sono passati 7 anni dalla prima proposta di legge per limitare il consumo di suolo. Un tema che pare ormai scomparso dall’agenda del Parlamento.

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