Ambiente / Attualità

L’impronta del Prosecco, il vino del boom che prospera in una bolla

La produzione di Prosecco è schizzata: da meno di 2 milioni di ettolitri nel 2013 a oltre 3,5 milioni nel 2018. L’impatto su suolo e paesaggio -oggetto di una recente ricerca dell’Università di Padova- all’attenzione dell’UNESCO

Tratto da Altreconomia 217 — Luglio/Agosto 2019
Il paesaggio del Valdobbiadene Superiore di Cartizze - © Arcangelo Piai

Il 31 luglio 2019 è una data che cambia la storia del Prosecco. Entra in vigore il “blocco delle rivendiche” nel territorio di una ventina di Comuni trevigiani, quelli dov’è possibile produrre l’Asolo Prosecco Superiore DOCG. Significa che a partire da quella data, e per tre anni, nuove vigne di glera (così si chiama il vitigno da cui si ottiene il Prosecco) non potranno rivendicare la denominazione, e quindi il vino prodotto dovrebbe essere imbottigliato come Glera IGT o come vino da tavola bianco. Il blocco è stato recepito dalla Regione Veneto, ma la richiesta arriva dal Consorzio Vini Asolo Montello, una misura approvata a larghissima maggioranza dall’assemblea dei soci nel marzo del 2019, e adottata -spiega un comunicato- “con il preciso scopo di tutelare il paesaggio ed il territorio dei Colli di Asolo”. Su scala ridotta, anche l’area della DOCG asolana vive lo straordinario boom dell’economia del Prosecco, essendo passata da poco più di 5 a 12,3 milioni di bottiglie tra il 2015 e il 2018. Il territorio, così, offre in piccolo una chiave di lettura rispetto ai problemi che toccano oggi Veneto e Friuli, il territorio delle province di Belluno, Padova, Treviso, Venezia e Vicenza, di Gorizia, Pordenone, Trieste e Udine, quelli dov’è possibile imbottigliare Prosecco DOC, la cui produzione è passata da meno di 2 milioni di ettolitri nel 2013 ad oltre 3,5 milioni, nel 2018.

A dieci anni dall’approvazione del Disciplinare di produzione del Prosecco DOC (porta la data del 17 luglio del 2009, è un decreto firmato da Luca Zaia, allora ministro dell’Agricoltura nel governo Berlusconi, oggi presidente della Regione Veneto) questa crescita continua fino a 466 milioni di bottiglie dipende in larga parte dai mercati esteri. Questi assorbono i tre quarti del prodotto e nel primo bimestre del 2019 hanno visto una crescita del 25%, secondo un’analisi Coldiretti dei dati elaborati dall’Istat, anche se una spinta significativa all’export l’ha data il mercato inglese, che ha fatto scorte paventando i rischi della Brexit. La domanda che alcuni si pongono è: l’aumento della produzione potrà correre così per sempre? Secondo Luca Ferraro, vignaiolo ad Asolo, cantina Bele Casel, 12 ettari e 140mila bottiglie, la risposta necessaria è “no”, ma il contesto in cui opera è un altro: “Un industriale vede l’impianto di glera come un investimento, per diversificare il suo patrimonio, non ha un progetto: a lui non interessa se tra 10 anni il Prosecco dovesse ‘scoppiare’, perché può andarsene. Noi invece abbiamo un’azienda agricola, e se la bolla salta andiamo a casa”. Poco importano, in un’economia finanziarizzata, la certificazione biologica, i costi sostenuti per portare in vigna letame e compost, o per realizzare sovesci in grado di arricchire di sostanza organica i terreni, l’impegno per seguire tutta la filiera (dalla vigna all’etichetta, alla distribuzione). Che ne pensa Luca Ferraro, vignaiolo di seconda generazione, del blocco della rivendicazioni? “Andava fatto dieci anni fa. Nella DOCG, tra l’altro, non c’è nemmeno terra da piantare: qui ad Asolo trovare due ettari in blocco è difficile”. Un campanello d’allarme sul futuro del Prosecco arriva dal rapporto di Iri sulle vendite di vino nella grande distribuzione organizzata, presentato all’ultimo Vinitaly: spiega che dopo anni di continua e significativa crescita (“tumultuosa” la definisce Il Sole 24 Ore), il Prosecco nella grande distribuzione italiana ha conosciuto una frenata l’anno scorso. Meno 11,5% in quantità, meno 6,7% in valore.

© Consorzio Vini Asolo Montello

Nel comprensorio asolano, gli ettari vitati sono 2.131, meno del 10% della superficie complessiva dell’area. In quello dell’altra DOCG, tra Conegliano e Valdobbiadene, le vigne occupano invece il 31% del suolo. È su questo territorio che si è concentrato il lavoro dei ricercatori dell’Università di Padova, che a maggio hanno pubblicato sulla rivista “Plos One” la ricerca “Estimation of potential soil erosion in the Prosecco DOCG area”. Lo studio spiega che dalla produzione vitivinicola potrebbe dipendere fino al 73% dell’erosione del suolo nell’area, con un tasso medio fino a 31 volte superiore a quello tollerato in Europa, per caratteristiche legate alla tipologia del territorio (colline molto ripide, fortemente antropizzate) e all’uso del suolo. La ricerca -ripresa dalla stampa anglosassone- ha fatto rumore, anche perché applica al vino il concetto di soil footprint, consumo di suolo, inteso come sostanza organica, che si rifà a quelli di carbon footprint (emissioni di gas climalteranti) o water footprint (acqua virtuale per unità di prodotto finito), facile da comunicare: l’erosione legata alla produzione di una singola bottiglia di Prosecco DOCG, “se i terreni sono gestiti in modo convenzionale” (e cioè con largo uso di mezzi meccanici e diserbo chimico, specifica la ricerca), è stimata in 3,3 chili di frazione organica all’anno. “Nell’articolo presentiamo degli scenari di erosione in base alla gestione del rapporto coltura-territorio. La stima e mappatura dell’erosione potenziale è stata svolta simulando e combinando diversi scenari di gestione del suolo, in modo da poter compararne i risultati -spiegano gli autori ad Altreconomia-: uno scenario ‘convenzionale’ e quattro scenari ‘green’, che prevedono l’uso di siepi e fasce tampone vegetate intorno ai filari, ed aree interfilari vegetate al 100%. Questi esempi mostrano come, con semplici accorgimenti -che però devono tener conto o una riduzione di superficie (siepi), o una possibile riduzione di produttività (inerbimento)- il fattore erosivo possa essere drasticamente ridotto”. Di due terzi, secondo le stime.

180 tonnellate per ettaro, la resa massima in termini di uva ammessa per la produzione di Prosecco DOC

I ricercatori dell’Università di Padova si sono interessati al territorio di Conegliano e Valdobbiadene perché è un “caso paradigmatico in un contesto di intensificazione ed espansione agricola e di aumento della produzione vinicola”. Espansione avvenuta a discapito di altre colture, di superfici prative e boschive: nel mondo della soil science, spiegano, “si riportano ad oggi oltre 90 articoli scientifici che studiano i tassi di erosione dei suoli all’interno delle aree coltivate a vigneti”. In Piemonte, Toscana e Valle d’Aosta il tasso di erosione presenta valori medi di 40 tonnellate per ettaro all’anno. Queste misure dirette ancora non sono state fatte nell’area del Prosecco DOCG oggetto del paper di “Plos One”, ma il Consorzio di Tutela del Prosecco di Conegliano Valdobbiadene invece di invitare in loco i ricercatori per approfondire, con una lettera alla testata PadovaOggi ha attaccato lo studio. Avrebbe la “pretesa di definirsi scientifico” e sarebbe fondato su “pretestuosi modelli empirici”. “Il tema ha a che vedere con il tipo di agricoltura che s’intende perseguire, se si insiste nell’agricoltura convenzionale e nei suoi paradigmi o si vogliono prendere altre direzioni, in alcuni Paesi si sta lavorando sulla transazione agroecologica”, spiegano i ricercatori. Il paper è uscito a poche settimane dalla sessione del World Heritage Committee UNESCO che dovrebbe sancire l’ingresso delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene nella Lista del Patrimonio mondiale come Paesaggio culturale. La decisione verrà presa il 7 luglio a Baku, in Azerbaijan. Nel 2018 la candidatura era stata bocciata. Al riconoscimento resta contrario il Forum Stop Pesticidi, che riunisce 39 tra associazioni e comitati locali, regionali e nazionali. L’8 maggio scorso hanno indirizzato una lettera a Mechtild Rössler, direttore del World Heritage Center UNESCO. Un documento nel quale evidenziano perché -a loro avviso- le Colline del Prosecco “non possono essere dichiarate patrimonio dell’umanità”. Tra le motivazioni c’è che “le colline […] sono state completamente stravolte a causa degli sbancamenti, eradicazioni di alberi, anche secolari o storici, eliminazione di siepi, tutto ciò per far posto alla monocoltura”, e “l’utilizzo massiccio e sconsiderato di pesticidi di sintesi”. Quest’ultimo aspetto è assente nella valutazione dell’International Council on Monuments and Sites (ICOMOS), organo consultivo UNESCO, che ha raccomandato l’iscrizione. Come se la qualità del paesaggio fosse scissa dalla qualità ambientale.

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