Diritti / Opinioni

Politica è prendersi cura degli inciampi urbani

Camminare per periferie e margini è un esercizio utile per conoscere il colore delle fragilità. Dovrebbero farlo amministratori e urbanisti. La rubrica del prof. Paolo Pileri

Tratto da Altreconomia 218 — Settembre 2019
© Rikki Chan on Unsplash

Li ho contati e sono 337. Sto parlando dei passi che un uomo deve fare dal centro di accoglienza al civico 176 di via Corelli   (Milano) fino al primo straccio di marciapiede che poi -molto poi- lo porterà in città. 337 passi strisciando accanto a una strada pericolosa, tra rifiuti, tombini smozzicati, pezzi di cemento, vetri, amianto, resti di pali che sporgono dal suolo (e verso Novegro è pure peggio). Tutti i giorni: caldo, sole a picco, pioggia, freddo, neve, nebbia, ghiaccio, pozzanghere che le auto ti sfrecciano accanto a 70 chilometri orari. Tutti i giorni da tre anni. Da quando la Croce Rossa ha preso in gestione il centro di accoglienza nella ex caserma Mancini, al confine tra Milano e Novegro. Già naufraghi di mare, già migranti climatici sfrattati dalle loro terre dal nostro vile consumismo, ora naufraghi nel cemento di una Milano che li sbatte ai suoi margini, dove manca il più elementare marciapiede salvavita.

Qualcuno dirà: “Ma come, con tutto quel che facciamo, stiamo a vedere se c’è il marciapiede?” Si, lo stiamo a vedere. Non sono inezie, ma segni delicati di un’attenzione inclusiva o del suo contrario. E poi, se inezie sono, sarà inezia anche realizzarlo per una città olimpica come Milano. Mi chiedo se i sindaci sanno di questa inezia. E gli assessori? E i deputati? Non credo. Loro non ci vanno a piedi ai centri di accoglienza. Quei 337 passi non li fanno. Non scavalcano rifiuti con le loro belle scarpe. Non provano la paura a rientrare la sera col buio quando la tua ombra disegnata dai fari dell’auto si stampa a terra e preghi che non ti investa. E così finiscono per non capire fino in fondo.

Se visiti un centro di accoglienza con auto e fotoreporter al seguito, ti perdi un pezzo di ciò di cui ti devi occupare. E non è poco. Se cacciamo i più bisognosi nei posti più infami e disagiati, brutti e pericolosi non lamentiamoci se poi crescono storti. L’ambiente urbano è un potente educatore, nel bene e nel male. La sua qualità insegna il rispetto. L’incuria la disaffezione e il disprezzo. La politica in fondo lo sa: davanti ai suoi municipi o nelle piazze che contano fa spazzare, lucidare e raccogliere perfino la polvere perché là c’è in ballo la “reputation” (e la rendita immobiliare). Là i marciapiedi sono lastricati di preziosi marmi, mentre in via Corelli si deve camminare sul nulla.

Quel nulla non è un’inezia, ma l’immagine di una disuguaglianza urbanistica. Un piccolo virus che non sappiamo vedere e che ci abitua a ingoiare altre ingiustizie. Un’inezia che fa la differenza come la fa un granellino di sabbia quando inceppa il miglior meccanismo. Ne sono convinto.

337 sono i passi ingiusti che separano il centro di accoglienza di Milano-via Corelli dal primo marciapiede sicuro. Le piccole disuguaglianze contano. Tanto

Danilo Dolci e i suoi riparavano i paracarri delle strade più assurde, ricordandoci che la cosa pubblica era anche in quelle piccole cose là. Per imparare a non trascurare le inezie disuguaglianti i sindaci dovrebbero fare un Erasmus “impara a vedere che forma hanno le fragilità da piccole”. Sei mesi dormendo là dove sono e si formano, mangiando là, muovendosi là. A piedi o in bici. Senza autisti. Senza stampa. Come i cittadini, come il migrante che hai accolto (bravo!) ma poi ficcato e fiaccato in fondo al tuo comune, senza marciapiede. E questo farebbe bene anche a noi urbanisti, abili oratori di fragilità che tocchiamo con mano meno di quel che le fragilità han bisogno. Imparare a prendersi cura di questi piccoli inciampi urbani e sociali è un atto politico più grande di quel che pensiamo e, soprattutto, più che mai necessario per le nostre agende urbane.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “100 parole per salvare il suolo” (Altreconomia, 2018)

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