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Diritti / Opinioni

Quell’uguaglianza che non c’è. Perché le rivolte in Francia ci riguardano da vicino

Parigi ha fatto errori enormi nel non attuare un’efficace politica di inclusione sociale e di uguaglianza sostanziale dei nuovi francesi. Ma nel nostro Paese manca addirittura l’inizio di una riflessione sulla necessità e urgenza di attuare una politica radicalmente nuova e diversa. L’analisi di Gianfranco Schiavone

© ev - Unsplash

In un acuto articolo di analisi sulle rivolte accadute in Francia, Anais Ginori scrive su la Repubblica di inizio luglio che “il razzismo in Francia non è un’opinione ma una realtà fatta di discriminazioni nella frequenza dei controlli di polizia, nella mancanza di mezzi dati all’istruzione pubblica di scuole-ghetto, nell’assenza di opportunità di lavoro quando si porta un nome con assonanza mediorientale”. Ricordando che troppo spesso “ci si divide a priori, discutendo se le diseguaglianze razziali sono più importanti di quelle sociali o viceversa”, Ginori osserva che “in questo modo, non si avanza di un passo. Anziché fare una gerarchia delle priorità, è necessario piuttosto lottare contro tutte le discriminazioni in modo forte e proattivo”.

Sono riflessioni che condivido del tutto e che devono portarci a pensare anche alla situazione italiana, un Paese nel quale, per riprendere le parole di Ginori, il razzismo è una realtà fatta di continue discriminazioni quotidiane, così diffuse e ordinarie da non essere spesso neppure percepite come tali (in particolare sul problema della profilazione razziale rinvio alla rubrica di Altreconomia proprio di maggio).

In particolare in Italia una normativa iniqua e irrazionale, che non si riesce o non si vuole modificare, genera un’incessante precarizzazione del soggiorno, e quindi della vita dei cittadini stranieri, mentre una parallela normativa impregnata ancora della nozione della cittadinanza quasi solo come discendenza (ius sanguinis) produce il paradosso di centinaia di migliaia di giovani stranieri che hanno vissuto tutta la loro vita in Italia senza esserne però divenuti cittadini (e talvolta senza essere neppure regolarmente soggiornanti).

Dal 2013 al 2021 la Francia ha riconosciuto a 141mila persone (una media di 15mila all’anno) il diritto di stabilizzare il proprio soggiorno in Francia per rispetto del diritto alla vita privata e famigliare in applicazione dell’art. 8 della Convenzione europea dei diritti umani (fonte ministero dell’Interno-Dipartimento per gli Stranieri, dati al 26 gennaio 2023). In Italia all’opposto, dopo solo due anni dalla sua emanazione a fine 2020, il governo in carica ha attuato una violenta campagna politica per cercare di cassare la protezione speciale per rispetto della vita privata e famigliare, ridicolmente presentata come “caso unico in Europa” di indebite regalie. Ciò non è avvenuto per insuperabili limiti costituzionali ma la pressione politica in tale direzione è stata fortissima tanto che ancor oggi circolano, persino tra gli addetti ai lavori, notizie del tutto false in base alle quali la protezione speciale per rispetto della vita privata e famigliare sarebbe stata cancellata.

È indubbio che la Francia abbia fatto errori enormi nel non attuare un’efficace politica di inclusione sociale e di uguaglianza sostanziale dei nuovi francesi delle seconde, terze e quarte generazioni, ma ciò che spaventa della situazione italiana è che in Italia c’è la radicale assenza di una riflessione sulla necessità e urgenza di attuare una politica totalmente nuova e diversa rispetto a quella attuale che sia finalizzata a realizzare un piano per l’uguaglianza sostanziale dei cittadini stranieri e dei loro discendenti. Evidenzio volutamente la nozione di uguaglianza e non quella, più fragile e per molti aspetti ambigua, di integrazione sociale, perché il gigantesco problema politico che la Francia ha di fronte non è quello dell’ordine pubblico ma quello di una profonda disuguaglianza tra i suoi cittadini.

La storia delle migrazioni in Italia è molto più recente risalendo, come fenomeno a largo impatto sociale, solo dalla fine degli anni Ottanta e lo stratificarsi delle generazioni, con i connessi dilemmi sulla propria identità e sulle proprie prospettive di vita da parte dei nuovi cittadini rispetto al Paese di origine dei propri genitori e dall’altro rispetto al Paese in cui sono nati e/o cresciuti, è un processo che sta emergendo molto più recentemente.

Nulla delle scelte politiche e normative fatte dall’Italia in materia di migrazioni, di contrasto alle discriminazioni e di politiche di inclusione fa pensare a una migliore capacità del nostro Paese di gestire questi cambiamenti nel prossimo futuro; anzi, tutto sembra indicare l’esistenza di problematiche potenzialmente maggiori e di una più acuta impreparazione sociale e culturale che si manifesta in una disinvolta e allarmante inconsapevolezza dei problemi che ci attendono. 

Gianfranco Schiavone è studioso di migrazioni. Già componente del direttivo dell’Asgi, è presidente del Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus di Trieste

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