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Diritti / Opinioni

Perché sappiamo così poco dei ricchi?

Economisti, sociologi, giornalisti: in pochi si occupano di questa categoria che ha preso in ostaggio la collettività. È ora di metterla a nudo. La rubrica di Lorenzo Guadagnucci

Tratto da Altreconomia 267 — Febbraio 2024
© Rodion Kutsaiev, unsplash

Uno spettro si aggira per il mondo e non è quello evocato a metà Ottocento da un paio di filosofi tedeschi, tutt’altro. È lo spettro di una classe sociale molto particolare: adulata, ammirata, temuta, spesso subita, ma quasi sconosciuta. Proprio loro, i ricchi e i ricchissimi.

È una presenza incombente quanto misteriosa: di loro non si parla quasi mai nel dibattito pubblico. Perciò si resta stupiti quando capita di leggere frasi come questa: “I ricchi sono un male per il mondo, e più sono ricchi maggiore è il loro impatto negativo”, come ha scritto, pensando alle emissioni di anidride carbonica, la giornalista Rebecca Solnit in un articolo pubblicato sul Guardian e tradotto da Internazionale. Giulio Marcon, in uno dei rari libri dedicati a quelli che dovremmo imparare a definire oligarchi, scrive: “La ricchezza è diventata un problema, in Italia e nel mondo, perché è concentrata in poche mani, perché è all’origine di grandi disuguaglianze, perché alimenta privilegi e spesso è fondata sui favori, sull’illegalità e l’evasione”.

Il saggio di Marcon ha un titolo -“Se la classe inferiore sapesse. Ricchi e ricchezza in Italia” (People, 2023)- che cita un testo di August Strindberg: “Se la Classe Inferiore sapesse cos’è la Classe Superiore! Essa è tenuta insieme -scriveva il drammaturgo svedese nel 1911- da interessi che definisce sacri: senza un’organizzazione esterna, i membri paiono riconoscersi dall’odore come i ciechi; somigliano a una loggia massonica con gradi, segni segreti, fondi. Emanano certe leggi ponendosi al di sopra di esse, loro ne hanno di eccezionali e segrete che usano a proprio vantaggio”. Strindberg non si nascondeva e non aveva tabù, ma erano altri tempi, con intellettuali più liberi e più coraggiosi di quelli odierni.

Oggi di ricchi e ricchissimi non conosciamo niente, o quasi. Forse i nomi dei miliardari -capitani d’impresa, manager, finanzieri, ereditieri- messi in fila ogni anno dalla rivista Forbes, in una lista di censo che oltretutto viene presentata e percepita come una graduatoria di merito. Ma che altro? Gli economisti, i sociologi, figuriamoci i giornalisti non si occupano granché di questa categoria: non la studiano, non la mettono a nudo.

Certo, esistono statistiche che mostrano gli stock (crescenti) di ricchezza che hanno accumulato -nel mondo 392.410 persone hanno un patrimonio netto superiore ai 30 milioni di dollari, per una ricchezza complessiva di 41mila miliardi secondo l’edizione 2022 del “World ultra wealth report”- ma ben poco è noto della loro vita reale, dei rapporti che intrattengono con il potere politico e dei metodi con cui incrementano e gestiscono i patrimoni, protetti peraltro da normative nazionali e sovranazionali compiacenti.

I cittadini italiani con un patrimonio superiore al miliardo di dollari secondo la rivista Forbes sono 70. Il primo è Giovanni Ferrero (39,1 miliardi), trentaduesima persona più ricca al mondo.

Non sappiamo, per carenza di analisi economiche e sociologiche adeguate, ma forse ugualmente sappiamo. Per esempio che ricchi e ricchissimi sono un’élite economica, ma non una classe dirigente, privi come sono di una visione d’insieme volta al futuro della collettività. Che riescono a condizionare il potere politico e quello mediatico grazie alla forza del denaro e all’ideologia (il neoliberismo) che domina la scena. Sappiamo che si oppongono a interventi davvero efficaci nel contrasto del surriscaldamento globale. Che lottano da sempre contro i beni comuni e l’economia pubblica. Che hanno preso in ostaggio il futuro della collettività. Sappiamo anche di aver bisogno di rompere il tabù e denunciare la loro perniciosa egemonia.

Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Noi della Diaz” e “Parole sporche”

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