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Diritti / Opinioni

La forza del cinema che racconta i ceti popolari

Registi come Loach, Riondino e Albanese hanno il coraggio di uscire dal “non-dibattito” dalla politica. Qualcosa si muove. La rubrica di Lorenzo Guadagnucci

Tratto da Altreconomia 266 — Gennaio 2024
Palazzina Laf - Trailer, Youtube

Il regista inglese Ken Loach, dall’alto dei suoi 87 anni, continua a documentare, un film dopo l’altro, la condizione dei ceti subalterni nella società contemporanea. Nell’ultima opera, “The old oak”, affronta un tema scabroso: la xenofobia nella classe operaia. E per una volta è approdato a esiti speranzosi, andando oltre il non-dibattito cui assistiamo da anni nel mondo politico e mediatico. Non-dibattito perché il discorso pubblico sul tema ha preso in breve tempo una piega ben precisa, accettando e dando per scontate l’esistenza di una “emergenza immigrazione” e l’avversione generale verso lo straniero, col risultato che destre e “sinistre” istituzionali si sono trovate a competere sullo stesso artificiale terreno.

Il cinema, insomma, a volte riesce a scendere più in profondità rispetto ad altre forme di comunicazione, sempre che ci siano la voglia e il coraggio di uscire dagli schemi predefiniti, dall’agenda ufficiale, dalla ferrea (seppure non dichiarata) regola del moderatismo. Ken Loach ha saputo farlo più e più volte, ma un vero filone di cinema delle e sulle classi subalterne non è mai riuscito a prendere forma. Perciò sorprende che in Italia l’uscita di “The old oak” sia stata accompagnata da ben due film con protagonisti appartenenti alla classe operaia e al centro di sceneggiature che hanno rielaborato importanti casi di cronaca.

Michele Riondino, al debutto come regista, ha ripescato dal buco nero dell’Ilva della sua Taranto la storia del reparto di confino allestito negli anni Novanta dai nuovi proprietari dello stabilimento. “Palazzina Laf” racconta una vicenda di mobbing collettivo: nell’edificio in disuso finivano, a non fare nulla, operai, impiegati e quadri, nonché sindacalisti interni, tutti giudicati per qualche ragione scomodi, riottosi o pericolosi per gli obiettivi della proprietà. Il protagonista del film (lo stesso Riondino) è un operaio che si lascia assoldare come informatore dai manager aziendali, salvo poi liberarsi dall’abbraccio mortale con il padrone al momento della resa dei conti.

Nel secondo film, “Cento domeniche”, Antonio Albanese dirige sé stesso nei panni di un operaio che finisce sul lastrico a causa del fallimento di una banca che aveva approfittato, per i suoi azzardi nella finanza, della fiducia accordata da migliaia e migliaia di risparmiatori. Entrambi i registi hanno sentito l’esigenza di avvertire gli spettatori, nei titoli di coda, sull’attualità di quanto appena mostrato. “I reparti confino esistono ancora, per quanto poco se ne parli”, scrive Riondino. “I crack bancari hanno mandato in fumo miliardi, rovinando centinaia di migliaia di persone, mentre ai ‘pesci grossi’ si è dato il modo di salvarsi”, ricorda Albanese.

Sono 357.077 i fascicoli scoperti nel 1971 negli uffici Fiat di Torino con le schede su comportamenti, appartenenze e opinioni politiche, vita privata di operai e altre persone. Alla schedatura avevano collaborato anche funzionari di polizia, retribuiti dall’azienda

In due libri appena pubblicati, entrambi dedicati alle nuove forme di mobilitazione collettiva -“La società esiste” di Giorgia Serughetti e “Le piazze vuote” di Filippo Barbera, usciti entrambi per Laterza- si cita il caso della ex Gkn di Campi Bisenzio (FI), dove è in corso la più lunga assemblea permanente nella storia del movimento operaio (due anni e mezzo), come segnale di una nuova stagione di ricerca, pensiero e azione che coinvolge il mondo del lavoro in connessione con altri ambiti di attivismo, nella logica che il Collettivo di fabbrica chiama “convergenza” e che riecheggia la pratica “intersezionale” teorizzata e attuata dal femminismo. I film, i libri, la pratica concreta. Che qualcosa di veramente nuovo stia covando sotto la cenere del conformismo e della rassegnazione?

Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Noi della Diaz” e “Parole sporche”

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