Finanza / Opinioni

Perché la speculazione affama il Pianeta

Dal mais alla soia, dal grano allo zucchero i prezzi delle materie prime hanno registrato aumenti impressionanti nel corso dell’ultimo anno. Non a causa dell’aumento della domanda, ma per effetto della speculazione finanziaria. La pandemia sta accentuando il fenomeno della “finanza prodotta dalla finanza”, a scapito del mercato avverte Alessandro Volpi

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Fin troppo a lungo una parte della narrazione economica ha sovrapposto mercato e capitalismo che, in realtà, devono essere tenuti ben distinti: una distinzione resa ancora più marcata dalla finanziarizzazione. Sono utilizzabili, fra i tanti, tre esempi recenti per chiarire una simile differenza. Il primo è desumibile da un’intervista a Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare, rilasciata al Corriere della Sera, in cui lamentava il fatto che i prezzi delle materie prime agricole stanno salendo troppo rapidamente. La ragione di tale crescita è, quasi per intero, la speculazione. La decisione di Joe Biden di puntare su biodiesel e bioetanolo ha fatto impennare i prezzi del mais, cresciuti da settembre 2020 a giugno 2021 del 60%. Anche il grano tenero è aumentato del 37%, la soia addirittura dell’80%, l’olio di palma del 53% e lo zucchero del 44%. Il dato paradossale è che la domanda “reale” di tali beni è rimasta pressoché inalterata, ma le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, insieme ad alcune storture della catena di approvvigionamento hanno scatenato le scommesse sul rialzo dei prezzi di tali beni.

Per essere ancora più espliciti: la domanda non è aumentata e i prezzi sono schizzati in alto per le scommesse al rialzo. Le conseguenze di ciò sono pessime perché generano un’inflazione drogata e, soprattutto, mettono in ginocchio i Paesi, in genere poveri, importatori di tali beni che dovranno pagarli a prezzi ben più alti del reale. Dire che la speculazione affama gran parte de Pianeta non è un’eresia. E sostenere che fenomeni come questi abbiano a che fare con il mercato, il cui compito consiste nello scambiare e valorizzare, è una follia.

Il secondo esempio proviene da un mondo parallelo. Nei primi sei mesi del 2021 il Tesoro italiano ha collocato titoli di Stato, con scadenze diverse, da sei mesi a 50 anni per quasi 284 miliardi di euro, senza alcuna difficoltà e con un rendimento medio dello 0,195%, quindi ben al di sotto dell’inflazione. Nello specifico poi alcuni titoli hanno ricevuto offerte molto superiori a quanto collocato: per ricordarne una, è possibile citare il Btp “allungato”, con scadenza 2037, che è stato venduto per 10 miliardi, mentre la richiesta era arrivata a ben 105 miliardi.

Dunque, nel mondo reale, il debito italiano non pare proprio un problema, anzi. C’è poi il mondo parallelo, dove l’insidia è sempre in agguato. Esiste infatti Eurex, la borsa tedesco-svizzera riservata al trading dei derivati che comprende anche scommesse sui titoli di Stato. Proprio i Btp, infatti, sono il “sottostante” (in parole semplici, l’oggetto della scommessa), per migliaia e migliaia di prodotti finanziari. In sintesi: esiste un mercato dove si gioca sulle sorti dei debiti sovrani, costruendo una serie infinita di contratti – Btp futures nel caso italiano- da acquistare e vendere nel brevissimo termine, che mettono in costante tensione la tenuta stessa del debito italiano.

Peraltro, con una peculiarità. Dal momento che i Btp italiani sono considerati il titolo di riferimento per tutta l’Europa mediterranea, se qualcuno vuole scommettere contro il debito spagnolo, punta sul ribasso dei Btp futures italiani, destinati così a diventare un bersaglio non dipendente solo dalle condizioni del nostro Paese. Di nuovo, è possibile chiamare mercato una simile miscela di avidità, rischio e volatilità che investe il debito pubblico di una comunità? O piuttosto questo è “solo” capitalismo?

Il terzo esempio si muove sul medesimo piano. Ormai gli indici di Borsa italiana corrono, toccando livelli che non erano stati più raggiunti dopo il 2008. In altre parole, la pandemia ha fatto bene ai listini italiani. In particolare ha fatto molto bene alle blue chips, che hanno registrato in 12 mesi un balzo del 34%. Si tratta per larga parte di titoli delle grandi banche italiane che sono diventate una scommessa, comunque, vincente.

A simili performance hanno contribuito vari fattori, che non è semplicissimo contenere in poche righe, ma alcuni sono molto evidenti. Il primo è costituito dall’enorme, infinita liquidità generata dalla Bce che si indirizza in larghissima prevalenza proprio alle grandi banche, destinate quindi ad avere una quantità di munizioni infinite in primo luogo per tutelare il proprio finanziamento, ben più utile dei margini ridotti dai tassi bassissimi. Il fatto che la Banca centrale europea non sia una vera banca centrale, in questa fase in modo particolare, sta favorendo le grandi banche che staccano corposi dividendi.

A ciò si aggiunge la sostanziale scomparsa dei “ribassisti”: in mercati finanziari inondati da liquidità, messa nelle mani delle grandi banche, chi scommetterebbe mai su un ribasso del prezzo dei titoli di tali banche? È molto più semplice, e ragionevole, scommettere sul rialzo –one way bet-, e dunque contribuire a generarlo. L’ultimo fattore ha un carattere diverso rispetto agli altri due e contiene gli elementi della grande trasformazione. Se i listini di Borsa e i mercati finanziari tornano a essere vissuti come l’Eldorado, decisamente più forte della pandemia che scatena la liquidità, è sempre più probabile che centinaia di migliaia di imprenditori e di risparmiatori individuino in tali forme di impiego la destinazione delle proprie risorse, preferendo fare finanza piuttosto che impresa. La pandemia sta ulteriormente accentuando il fenomeno della “finanza prodotta dalla finanza”, per parafrasare il noto testo di Sraffa. Ancora una volta, è naturale dichiarare che questo non è un vero mercato.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento.

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