Finanza / Opinioni

Monte dei Paschi di Siena: i nuovi monopolisti del credito a spese della collettività

L’acquisizione di Mps da parte di Unicredit -con oneri enormi a carico dello Stato- conferma l’opera di concentrazione bancaria che si è già avviata con Intesa Sanpaolo e le banche venete. Una strana idea di tutela del mercato, segnala il prof. Alessandro Volpi

La vicenda della vendita di Mps è sempre meno chiara. A cominciare dai protagonisti. Nel 2007, infatti, fu proprio Orcel, l’attuale guida di Unicredit, a suggerire a Giuseppe Mussari, allora alla guida di Mps, di acquistare per 9 miliardi di euro banca Antonveneta che lo stesso Orcel aveva proposto di comprare solo quattro settimane prima al Santander di Emilio Botin per 4,4 miliardi. Mps comprò quel boccone avvelenato con il via libera di Banca d’Italia, di cui era governatore Mario Draghi. Di lì prese avvio il disastro. 

Ma al di là delle considerazioni sul ruolo di Orcel e di altri, non si capisce il perché di questa accelerazione. La risposta è apparentemente semplice: perché esiste un impegno italiano con l’Europa a vendere entro la fine del 2021 e perché Mps perde tanti soldi, avendo già “bruciato” i 3,9 miliardi di ricapitalizzazione versati nel 2017 che oggi valgono circa 700 milioni di euro. Ma è davvero tutto così semplice? 

Partiamo da quanto costerebbe, oggi, vendere -svendere- Mps a Unicredit: le stime parlano di 5 miliardi di euro, considerando tutto quanto rimarrebbe in capo allo Stato, dopo aver ceduto le parti sane della banca senese. All’azionista pubblico resterebbero in mano i crediti non esigibili, le parti in perdita della banca, i costi dei dipendenti in esubero, i rischi connessi alle cause legali. Assai probabilmente, poi, lo Stato dovrebbe operare, prima di svendere, un aumento di capitale di almeno 1,5 miliardi di euro per rendere più appetibile la parte buona di Mps da cedere a Unicredit. La somma di queste voci, come accennato, è stimata – probabilmente con largo difetto – in oltre 5 miliardi di euro. Bisogna poi aggiungere che Mps cederebbe a Unicredit, per effetto dell’acquisizione, circa 2 miliardi di crediti fiscali. 

In estrema sintesi, è probabile che il costo complessivo dell’operazione di cessione sia per lo Stato non troppo lontano dai 9 miliardi di euro. Allora, è lecito tornare alla domanda iniziale e aggiungere qualche breve considerazione. Ma perché vendere ora Mps in un momento non facilissimo per i mercati, peraltro annunciando l’operazione ad agosto quando gli stessi mercati sono “sottili” e quindi facilmente preda di speculazioni ribassiste? Perché cedere una banca storica con l’obbligo per lo Stato di impiegare 9 miliardi di tutti? Forse quei 9 miliardi potrebbero essere utilizzati in modo più efficace per ragionare, da una posizione più forte, in termini di miglioramento delle condizioni della banca senese, cercando anche partner meno “onnivori” che non impongano lo spezzatino. 

Del resto, i cattivi risultati conseguiti da Mps dal 2017 sono stati, almeno in parte, condizionati dagli stessi vincoli rigidissimi che l’Europa ha imposto alla medesima banca come condizione per dare il via libera alla ricapitalizzazione pubblica. Una trattativa per allentarli di fronte ad uno sforzo di risanamento ulteriore potrebbe produrre benefici effetti. 

La tutela del mercato dovrebbe avere come primo elemento cardine la creazione, e non la distruzione, di valore. Inoltre, la scadenza della cessione entro il 2021 non può certo costituire l’elemento decisivo per imporre ad uno Stato una perdita di denaro pubblico per 9 miliardi. Non ha troppo senso neppure il ricorrente paragone con Alitalia: il settore delle compagnie di bandiera ha difficoltà ben più pesanti di quello bancario. Ma allora, di nuovo, perché tanta fretta? Forse, perché continua a prevalere la convinzione, ribadita a più riprese da Draghi e dal ministro dell’Economia Franco, che per superare gli stress test, per essere competitive, per poter distribuire dividendi le banche devono essere grandi: occorre in altre parole un’opera di concentrazione bancaria che si è già avviata con Intesa Sanpaolo e le banche venete. Un solo colosso, monopolista del credito, magari partecipato dai grandi fondi di private equity (in Unicredit hanno un posto cruciale BlackRock e Capital Research and Management Company), che sia il “gestore” pressoché unico del mare di liquidità Bce e dell’intermediazione dei fondi del Recovery, e poi del risparmio gestito e dell’investment banking potrebbe rappresentare la soluzione dell’immediato futuro anche se costasse una montagna di risorse pubbliche. I monopoli, nella storia, si sono spesso costruiti così.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento.

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