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Crisi climatica / Opinioni

Perché il nucleare non ci conviene ed è un ostacolo a fonti nuove e più sicure

Dai costi per costruire le centrali agli oneri per dismetterle. Dalla gestione delle scorie e dei rifiuti ai seri problemi ambientali. La fiaccola della ragione scientifica ci indica di guardare altrove. La prefazione di Mario Tozzi al nostro dossier “Populismo nucleare”

© Markus Distelrath

Pubblichiamo di seguito la prefazione di Mario Tozzi al nostro nuovo dossier gratuito “Populismo nucleare”, curato da Carlo Gubitosa

Quando si dice di no ai gassificatori, ai termovalorizzatori, all’energia eolica, ai combustibili fossili e magari pure ai pannelli fotovoltaici (visti gli sprechi di energia e acqua per fabbricarli e la scarsità di minerali utili), allora riprendono fiato le quotazioni dell’energia nucleare da noi italiani abbandonata attraverso ben due consultazioni popolari.

Ma non è tanto il problema di possibili incidenti, che sono in questo caso più gravi che in qualsiasi altro impianto, a far diffidare del nucleare, né la sua contiguità oggettiva con gli usi militari. Piuttosto è il fatto che per costruire una centrale nucleare sono necessari troppi soldi e ce ne vogliono il doppio per dismetterla, e che sono indispensabili anni per costruirla e anni pure per smontarla. Piuttosto è il fatto che come si fa a costruire una nuova centrale quando non si sa dove mettere le scorie delle vecchie?

Ma -si dice- perché si sta così attenti a non costruire centrali sul suolo patrio quando siamo circondati da centrali francesi, da cui compriamo pure energia? Con questa logica potremmo continuare a ospitare le produzioni velenose di Seveso e di Porto Marghera, tanto in Slovenia si fanno ancora. È un po’ come appiccarsi da soli il fuoco a casa, solo perché come nuovo vicino è arrivato un piromane. Il nucleare è trascurato dal mercato e presenta problemi ambientali tali da lasciare a questa fonte solo una percentuale risibile di energia primaria al mondo. Non si tratta di un caso e questo ebook lo dimostra benissimo.

L’energia nucleare è fondamentalmente diversa da quella chimica che è alla base della combustione degli idrocarburi e del carbone, sia perché lavora su distanze atomiche e non molecolari, sia perché è molto più potente. Si potrebbe ottenere energia mettendo insieme nuclei di atomi leggeri attraverso la fusione nucleare ma ancora oggi se ne parla senza averla mai potuta sfruttare industrialmente. È la stessa energia che anima l’universo e fa brillare le stelle nel cielo ma è molto difficile da innescare perché avviene fra nuclei di atomi, che hanno dimensioni centomila volte inferiori: perciò per avvicinarne due e far partire la reazione sono necessarie energie centomila volte superiori, cioè temperature centomila volte più alte (decine di milioni di gradi). Rispetto alla fissione, la fusione nucleare darebbe più energia, genererebbe meno radioattività e non produrrebbe scorie a lunga scadenza (non c’è plutonio): nessun impianto industriale, però, è in grado di ospitare meccanismi di questo tipo. Prima del 2060 non se ne parlerà, nemmeno a livello di prototipi.

Così tutti i reattori del mondo funzionano sul principio opposto, cioè sulla rottura di atomi pesanti (la fissione nucleare). Dalla fissione di un chilogrammo di combustibile nucleare si ottiene la stessa energia che si otterrebbe bruciando duemila tonnellate di petrolio senza produrre fumi o inquinamento. In ogni caso la massa finale è minore rispetto a quella di partenza e la differenza non va perduta, ma si traduce in energia cinetica da cui si ricava calore che viene poi convertito in energia elettrica.

Per fare una centrale nucleare ci vuole per prima cosa il combustibile, in questo caso l’uranio, le cui riserve accertate al mondo sono valutate tra cinque e dieci miliardi di tonnellate (provenienti soprattutto da Canada e Australia, equivalenti a 200 miliardi di tonnellate di petrolio) e che consentirebbero, ai ritmi di consumo attuali, circa mille anni di autonomia. Come dire che si tratta di una risorsa -in linea teorica- quasi inesauribile alla scala dei tempi dell’uomo.

Però l’uranio così com’è non va bene, bisogna arricchirlo, come si dice, cioè potenziarlo, e solo un decimo del minerale estratto viene poi effettivamente convertito in combustibile. In questa prospettiva le riserve di uranio sono tutt’altro che illimitate e si assottiglieranno in modo significativo in poche decine di anni. Ciò significa che negli impianti si sfrutta meno di un centesimo del contenuto di energia totale potenziale e che uno degli obiettivi del nucleare di futura generazione sta proprio nel recupero del combustibile esausto. Un solo chilogrammo di uranio arricchito al 3,2% produce tutta l’energia di cui abbisogna un italiano per tutta la sua vita, ma il procedimento spreca tantissima energia e molto minerale.
In realtà la questione dell’energia nucleare è stata generalmente mal posta fino dall’inizio: non è stato applicato quel principio di precauzione (non fisico, per carità, ma di buon senso), per cui se non so che cosa fare delle scorie non dovrei neppure pensare di mettere in moto un reattore, a maggior ragione se la dismissione stessa delle centrali è lunghissima e così tremendamente costosa.
Se vogliamo tenere accesa la fiaccola della ragione scientifica non bisogna disconoscere a priori i vantaggi del nucleare, cioè che inquina poco o per nulla, produce relativamente poche scorie, è teoricamente inesauribile alla scala umana, permette ricadute scientifiche e tecnologiche di rilievo e riduce, peraltro solo quantitativamente, la dipendenza estera per quello che riguarda l’energia.
Gli svantaggi sono però altrettanto chiari: le scorie e i rifiuti sono sì ridotti ma sono molto pericolosi e non perdono il loro potenziale devastante per migliaia di anni. Sono pochissimi i luoghi sulla Terra completamente sicuri per tempi così lunghi e, pure se vengono individuati, ci vogliono barriere ingegneristiche, controlli di sicurezza particolari e trattamenti inertizzanti costosi e lunghissimi. Alle scorie di combustibile -le barre di uranio- vanno aggiunti i rifiuti radioattivi che derivano dalla dismissione delle centrali che hanno terminato la loro vita o che risultano obsolete: in pratica le centrali stesse diventate ormai materiale contaminato. Inoltre il contributo del nucleare alla lotta contro l’effetto serra è comunque marginale, vista la scarsa diffusione di questo tipo di energia al mondo. I guadagni sulle emissioni di anidride carbonica ottenuti con il risparmio energetico sono sempre superiori a quelli legati alla produzione di elettricità per via nucleare. E ciò vale ancora di più per quei Paesi che ne hanno poco, perché dovrebbero realizzare investimenti molto più ingenti nel nucleare, piuttosto che nell’efficienza energetica, per ottenere risultati comparabili in termini di riduzioni di gas serra.

La fissione nucleare è vecchia come la tecnologia dei transistor, ma mentre nessuno li riproporrebbe oggi -nell’era delle nanotecnologie- in molti si trovano a propugnare ancora il nucleare da fissione per il futuro. E dei costi del kilowattora nucleare si parla in maniera impropria: come si fa a dire che il suo costo è tot centesimi di euro quando nessuno dei cicli di smaltimento delle scorie si è ancora mai chiuso (e nessuno si chiuderà mai, visti i tempi di decadimento del materiale fissile)? Non solo non è possibile definirne il costo unitario per produzione di energia, ma quello stimato -a ciclo ancora aperto- è addirittura superiore al costo del kWh prodotto da carbone o dalle rinnovabili.
Il rischio di incidenti è sempre incombente e, comunque, un incidente nucleare è più grave di qualsiasi altro in centrali di altro tipo: cioè la probabilità è bassa ma l’entità delle conseguenze molto elevata. Malfunzionamenti e incidenti lievi sono poi all’ordine del giorno in ogni impianto della Terra: in pratica nessun reattore è intrinsecamente sicuro e quelli in attività hanno costantemente dei problemi endemici, costosi e lunghi da riparare. Se i problemi non fossero, invece, così gravi, perché vengono sempre sottaciuti?

Le centrali nucleari costano molto e ci vogliono tempi lunghi per costruirle (15-20 anni); hanno poi vita breve: poche arrivano ai 40-50 anni teorici e ci si attesta sui 35 anni di media. Per finire, i costi di smantellamento sono molto elevati. Per via del costo capitale, delle assicurazioni contro gli incidenti, dello smantellamento finale, dello stoccaggio e smaltimento scorie il mercato finora non ha premiato il nucleare che copre solo una piccolissima percentuale del consumo di energia primaria mondiale. Se è così vantaggioso, perché non si è diffuso maggiormente? Solo poche persone manipolano il nucleare e ciò ingenera diffidenza nella popolazione. Non c’è consenso sociale sul nucleare e sarebbe arduo piazzare oggi una centrale in qualche Provincia o Comune, anche se volessimo dimenticare che si sono tenuti due referendum che hanno bocciato sonoramente l’ipotesi nucleare. C’è infine un possibile uso militare che sfrutta le conoscenze acquisite nelle centrali e il plutonio prodotto dai reattori autofertilizzanti: dovunque nucleare significa ancora guerra.

Complessivamente il nucleare è bocciato non solo dalla diffidenza delle popolazioni, ma anche dai problemi che ha dovunque e soprattutto dal mercato: le grandi centrali di un tempo possono essere costruite solo in presenza di forti interventi statali che abbattano i costi elevati, interventi sempre meno possibili in regimi concorrenziali. Sostanzialmente il nucleare non conviene e impedisce di sperimentare nuove fonti più sicure.

Mario Tozzi (Roma, 1959) è un geologo, divulgatore scientifico, saggista, autore e conduttore televisivo italiano. È attualmente primo ricercatore presso l’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del Consiglio nazionale delle ricerche

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