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Diritti / Intervista

“Non c’è solo la mia libertà in gioco ma quella di tutti”. Al via il “processo farsa” a Séan Binder

Intervista al 27enne tedesco pronto a comparire di fronte al giudice a Lesbo, in Grecia, per la sua attività di ricerca e soccorso dei migranti nell’Egeo. Con Sarah Mardini, rifugiata siriana la cui storia viene raccontata nel recente film “Le nuotatrici”, rischia oltre 20 anni di carcere. Una “farsa” secondo Amnesty international

Séan Binders rischia più di 20 anni di carcere per la sua attività a favore dei migranti © Free Humanitarians

“Immaginate di arrivare sul luogo di un incidente stradale e di trovare una persona stesa a terra che ha disperatamente bisogno del vostro aiuto. Controllereste prima il polso o il passaporto? Se per prima cosa, come farei io, sentite il battito allora avete commesso lo stesso crimine che ho commesso io. La posta in gioco non è la mia libertà, ma la nostra libertà collettiva, i diritti umani e lo stato di diritto”. La voce di Seán Binder è ferma, a tratti traspare rabbia e frustrazione, in altri momenti un riso incredulo. Martedì 10 gennaio il 27enne sarà comparso dinanzi alla Corte d’appello dell’Egeo settentrionale, a Lesbo, in Grecia, per rispondere delle accuse di aver facilitato l’ingresso “illegale” di persone, riciclaggio, frode e spionaggio legate alla sua attività di soccorso dei migranti sull’isola. Il sommozzatore rischia più di 20 anni di carcere in un processo definito “farsa” da Amnesty international e Human rights watch; “il più grande caso di criminalizzazione della solidarietà in Europa” secondo un report commissionato dal Parlamento europeo nel giugno 2021. Un procedimento che vede coinvolte 24 persone tra cui anche Sarah Mardini, sorella maggiore di Yusra, che nell’agosto 2015 salvò la loro vita e quelle di altre 18 persone durante la traversata dalla Turchia alla Grecia. La loro storia è diventata prima un libro (The Butterfly, Yursa Mardini) e poi un film dal titolo “Le nuotatrici”, disponibile su Netflix. Il 21 agosto 2018 Mardini e Binder vengono arrestati per la loro attività di volontariato iniziata nel 2016 all’intero dell’Emergency response center international (Erci) nella sovraffollata isola di Lesbo. Resteranno per 106 giorni in custodia cautelare (la giovane siriana in un carcere di alta sicurezza) per poi essere rilasciati grazie al pagamento di una cauzione di 5mila euro. Dopo il rilascio, il nulla per quattro lunghi anni. 

Binder, qual è il motivo di questa attesa?
SB L’udienza riguarda il processo per i reati minori che si suppone io abbia commesso: l’uso illegale delle frequenze radio e lo spionaggio. Parallelamente stiamo subendo un’indagine anche su crimini più gravi, quali il traffico di persone, l’appartenenza a un’organizzazione criminale e il riciclaggio di denaro. L’accusa ha volutamente separato questi capi di imputazione perché sono soggetti a un periodo diverso di prescrizione. I reati minori di cinque anni e maturavano a marzo 2023. Per gli altri entro 20 anni, sembra che vogliano ritardare il più possibile. 

Perché?
SB Se pensassero che siamo delle menti criminali vorrebbero che fossimo in prigione molto presto. E se l’accusa avesse delle prove che abbiamo fatto qualcosa di sbagliato, saremmo in prigione da tempo. Ma non è questo il caso. Non si vuole andare a processo perché dopo il nostro arresto non ci sono state più attività volontarie di ricerca e soccorso nella parte meridionale dell’isola. Tutti hanno il terrore di finire in prigione. Questa è la realtà.

Facciamo un passo indietro. Perché è sotto accusa?
SB Facevo il volontario in un’organizzazione di ricerca e salvataggio marittimo. Avevamo scialuppe di salvataggio e personale medico con l’obiettivo di rispondere alle richieste d’aiuto delle persone a rischio di annegamento. Nel 2018 con Sarah Mardini stavamo facendo il “turno di notte” che in pratica consiste nello stare in piedi sulla battigia con attrezzature mediche e strumenti utili per la ricerca e il soccorso. E stavamo ascoltando, guardando l’oscurità, perché si poteva sentire il rumore di un piccolo motore di un’imbarcazione o qualcuno che urlava. Era l’unico modo per sapere che c’è un’imbarcazione in difficoltà da qualche parte nelle acque tra la Turchia e la Grecia e lo abbiamo fatto ogni notte per anni e anni. La polizia arriva e ci spiega che qualcosa non va: restano molto vaghi ma ci portano con loro nella stazione di polizia. Dopo due notti in cella ci hanno rilasciato in attesa di ulteriori indagini. Ci siamo detti: “Non succederà nulla perché non abbiamo fatto nulla di male. Abbiamo sempre lavorato con la polizia e la Guardia Costiera”. 

E poi?
SB Dalla stazione di polizia è trapelata una storia, rilanciata da un giornale online greco, in cui si dichiarava che io ero una spia tedesca e Sarah (Mardini, ndr) il mio sergente. Veniva scritto che eravamo stati arrestati mentre cercavamo di entrare in una base militare per rubare segreti di Stato. Pensavo fosse uno scherzo. 

Quindi avete interrotto la vostra attività?
SB No, pensavo fosse uno “scherzo”. C’erano mail su mail, telefonate su telefonate che dimostrano che avevo sempre collaborato con la polizia e la guardia costiera. Cosa che abbiamo continuato a fare anche nei mesi successivi durante la nostra attività. 

Fino all’arresto di Sarah Mardini. 
SB La raggiungo nella stazione in cui era trattenuta e mi arrestano. Il pubblico ministero inquirente ha formulato questi reati molto gravi contro di noi, accuse su accuse. E poiché sono così gravi, e comprendono il favoreggiamento dell’ingresso illegale, l’appartenenza a un’organizzazione criminale, il riciclaggio di denaro, la falsificazione, l’uso illegale di radiofrequenze e lo spionaggio, per i quali potremmo rischiare 20 anni di reclusione. Siamo stati trattenuti in custodia cautelare per oltre 100 giorni e poi siamo stati rilasciati su cauzione. E poi per anni non è successo nulla. Il motivo l’ho spiegato prima.

Human rights watch dice che il processo è “pieno di vizi procedurali”. Ci fa degli esempi? 
SB L’udienza fissata dopo tre anni nel novembre 2021 è stata rinviata al 10 gennaio per un difetto di competenza del tribunale di fronte a cui è stata proposta la causa. Ma non solo. L’atto di accusa, il documento che ci ha portato in carcere è stato scritto in una lingua che non capiamo, mancava una pagina e conteneva solo il numero degli imputati e non il nome I singoli non potevano così prepararsi per i loro processi individuali. Tra l’altro non è stato neanche inviato a tutti. Questo è contrario alla legge. È contro lo stato di diritto, i principi dell’accesso a un processo equo, l’accesso alla giustizia. 

Che cosa può succedere all’udienza?
SB Due cose. Iniziamo il processo e gli avvocati della difesa dicono che per tutte queste ragioni non possiamo procedere con un processo equo. E il giudice fisserà un’altra udienza. Oppure si proseguirà. Allora però continueremo con un processo ingiusto.

Come ha reagito l’opinione pubblica greca nei confronti di questo processo?
SB Credo che la Grecia, come molti altri Stati europei di frontiera, abbia adottato una visione sempre più ostile nei confronti di quelli che secondo “loro” sono migranti illegali e, secondo la legge, richiedenti asilo. E sono ostili anche nei confronti di chi aiuta queste persone, come i soccorritori. Ma è importante sottolineare che Lesbo è stata premiata per la solidarietà dimostrata nei confronti delle persone in difficoltà. E credo che l’unico motivo per cui gli atteggiamenti anche nei nostri confronti sono stati negativi è che l’isola è stata abbandonata. Il governo di Atene ha imposto una politica di chiusura delle isole nel Mar Egeo del Nord, Bruxelles inizialmente non ha fornito un sostegno sufficiente. E poi l’aiuto è arrivato attraverso Frontex, che non ha come obiettivo salvare vite umane ma di proteggere i confini dal contrabbando e dall’ingresso “illegale”. E questo ha alimentato le narrazioni negative incentrate sulla militarizzazione piuttosto che sui diritti umani e la legge. Se l’atteggiamento degli abitanti dell’isola si è indurito nei confronti dei rifugiati, penso che sia in parte dovuto al fatto che Lesbo è stata lasciata da sola ad affrontare questo problema. Capisco quindi perché le persone hanno questo atteggiamento, anche se non lo condivido. La “sofferenza” non giustifica il mancato rispetto dei diritti umani e della legge.

“Per questo motivo dico che ogni singola cosa che ho fatto è stata conforme alla legge mentre ogni cosa che le politiche di frontiera attualmente in atto cercano di fare no”

È accusato del reato di contrabbando di migranti (smuggling). Nel nostro libro “Respinti” lo definiamo la “foglia di fico” delle politiche securitarie dell’Ue. La lotta ai trafficanti funziona secondo lei?
SB Una cosa che mi sento dire di continuo è questa: “Seán, forse siamo d’accordo sul fatto che tu pensi di fare qualcosa di moralmente giusto, ma nel mondo reale dobbiamo chiudere le frontiere perché è l’unico modo per fermare il contrabbando”. Vengo dipinto come un giovane ingenuo che non sa come funziona il mondo “vero”. La prima cosa da dire è che io, meglio di Matteo Salvini o di qualsiasi altro politico europeo, so che cosa significa vedere qualcuno vittima di smuggling perché ho visto le situazioni orribili in cui i trafficanti spingono i richiedenti asilo che rischiano la vita. Ma so anche che le attuali politiche europee alimentano questo fenomeno, ce lo dicono i fatti. Nel mondo esistono guerre, per chiedere asilo devi accedere al territorio europeo e l’Ue ha securizzato i confini e reso i viaggi sicuri più difficili. La conseguenza è una: spingere le persone nelle mani dei trafficanti.

Su queste politiche migratorie si trovano “tutti” pressoché d’accordo. Chi è al governo e chi all’opposizione molte volte si ritrovano allineati sul tema. Si colpiscono gli attivisti perché sono l’ultimo ostacolo per poterle promuovere senza intoppi?
SB Ce n’è un altro più importante. La legge. La Dichiarazione universale dei diritti umani, che tutti gli Stati membri dell’Unione europea hanno sottoscritto e ratificato, afferma che tutti hanno il diritto di chiedere asilo. La Convenzione europea dei diritti dell’uomo sul diritto alla vita ci dice che esiste un diritto alla vita di cui tutti godono. La direttiva “Facilitation” del 2002 dice che è necessario garantire che l’attività umanitaria nelle zone di frontiere non sia criminalizzato. Ogni centimetro delle convenzioni marittime internazionali obbliga i soccorritori a prestare assistenza a chi è in difficoltà, quando sono in grado di farlo. La legge vieta di respingere le persone. Per questo motivo dico che ogni singola cosa che ho fatto è stata conforme alla legge mentre ogni cosa che le politiche di frontiera attualmente in atto cercano di fare no.

Vive da ormai quattro anni in questo limbo. Che cosa prova?
SB Ciò che mi fa più arrabbiare è l’ipocrisia europea. Quante volte sentiamo funzionari europei parlare di quanto sia terribile che altri Paesi al di fuori dell’Ue non rispettino i diritti umani? Quante volte sentiamo parlare di quanto sia terribile la Libia o la Turchia? Eppure, non appena è necessario che quei diritti siano applicati all’interno ce ne dimentichiamo. Questo è frustrante. Onestamente quello che ho fatto non è poi così speciale. Il più delle volte, tutto ciò che ho fatto è stato stare al buio sulla battigia con una bottiglia d’acqua in una mano e una coperta nell’altra. Ora, se io posso rischiare 20 anni di carcere per aver offerto questo e un sorriso a persone che rischiano di annegare, allora può succedere anche a voi. Se io sono colpevole, siamo tutti colpevoli. È questo che spaventa. Non si tratta di me. Riguarda tutti noi.

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