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Il nuovo campo sull’isola di Samos e la fine del sistema d’asilo in Grecia

Inaugurata dal Governo Mitsotakis e dall’Unione europea il 18 settembre, la struttura è isolata, circondata da filo spinato e controllata dalla polizia. Per associazioni e Ong è una prigione che intrappola le persone e le rende invisibili. La situazione dell’accoglienza non migliora nel continente, tra respingimenti e sgomberi

Il nuovo centro per migranti, inaugurato il 18 settembre 2021, sull'isola di Samos © Medici Senza Frontiere

È circondato da reti con filo spinato, scanner a raggi x e porte magnetiche, ed è continuamente sorvegliato dalla polizia. Il nuovo centro per richiedenti asilo sull’isola di Samos -inaugurato lo scorso 18 settembre dal governo di Kyriakos Mītsotakīs e dall’Unione europea- è l’ultimo tassello delle politiche greche sull’accoglienza, un sistema già deteriorato dai respingimenti illegali, dalla militarizzazione delle frontiere e dalla criminalizzazione delle organizzazioni che supportano i migranti.

La struttura si trova nella località di Zarvou, lontana dai centri abitati, e “ospiterà” fino a 3mila persone. “È interessante ricostruire quanto successo nel Paese negli ultimi anni -spiega ad Altreconomia Anna Clementi dell’associazione Lungo la rotta balcanica che si occupa anche di monitorare la situazione greca-. La Grecia è stata la prima in Europa a portare avanti l’istituzionalizzazione dei campi, centri di contenimento che preparano all’espulsione. Quanto successo sulle isole, era già accaduto nel continente. Gli hotspot sono costruiti in aree marginali e lontane. Spesso al loro interno sono dotate dei servizi così si impedisce alle persone che vi risiedono di uscire”.

Il centro di Samos, infatti, ha cucine condivise, bagni e attrezzature sportive. “È una prigione che rende invisibili. Fa parte di un sistema che marginalizza i migranti e li intrappola, considerando anche i lunghi tempi della procedura per richiedere la protezione internazionale. Il governo non appare interessato ad avviare progetti di inclusione. Al contrario sembra rendere non sopportabile la permanenza nel Paese”.

Negli ultimi anni Samos è stata una delle isole più interessate dagli arrivi dalla Turchia. Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), oggi nell’Egeo si trovano 6.650 i rifugiati e i richiedenti asilo di cui 4.700 sono bloccati nei centri di identificazione ed espulsione. La maggior parte proviene dall’Afghanistan (45,3%), seguito dalla Siria (13%). La donne sono il 21% della popolazione e i bambini il 29%: sette su dieci hanno una età inferiore ai 12 anni. Il 12% è rappresentato da bambini soli non accompagnati, in particolare afghani. Le organizzazioni non governative che lavorano sul territorio continuano a denunciare le condizioni dell’accoglienza negli hotspot, definendole strutture che intrappolano le persone dove nella maggior parte dei casi il diritto di asilo è negato.

Succede anche a Lesbo. A un anno dall’incendio che aveva distrutto l’hotspot di Moria -vi si trovavano 13mila persone, più di quattro volte la capienza massima prevista- “poco o nulla è cambiato”, dice Mara Eliana Tunno, psicologa di Medici Senza Frontiere, appena rientrata in Italia dopo avere lavorato nella struttura di Kara Tepe, costruita dopo Moria. “I migranti vivono in modo precario: dormono in tende da campeggio che si allagano continuamente, o in tendoni dove sono stipate anche 200 persone senza alcuna privacy”, spiega. “L’igiene e l’alimentazione sono pessimi, il diritto all’istruzione non è garantito. La maggior parte del sostegno e delle attività sono dovute ad associazioni, volontari e Ong”. I lunghi tempi delle richieste di asilo e la continua incertezza contribuiscono al deterioramento dello stato di salute fisica e mentale. “Le persone che soccorriamo soffrono di depressione e ansia. Le condizioni di vita rendono difficile elaborare i traumi subiti: si riattivano e finiscono per vanificare i percorsi della terapia”, continua Tunno. “Abbiamo riscontrato comportamenti autolesionisti e tentativi di suicidio, anche nei bambini, in particolare dopo il rigetto della domanda d’asilo. Questo è il risultato delle politiche promosse dall’Unione europea”.

Nel continente la situazione non è diversa. Associazioni e Ong hanno documentato continui illegittimi respingimenti nella regione del fiume Evros, il confine terrestre con la Turchia. Nel rapporto “Greece: violence, lies and pushbacks”, pubblicato nel giugno 2021, Amnesty International ha documentato come questi siano oggi la politica greca di controllo della frontiera. I migranti hanno raccontato di avere subito gravi forme di violenze e, nella maggior parte dei casi, gli abusi hanno rappresentato una violazione del divieto internazionale di trattamenti inumani o degradanti. Altri hanno costituito tortura a causa della loro gravità e del fine umiliante o punitivo. In questo quadro la Grecia, lo scorso giugno, ha riconosciuto la Turchia come Paese sicuro per i richiedenti asilo di cinque nazionalità: Siria, Somalia, Bangladesh, Pakistan e Afghanistan. Come messo in evidenza in un appello comune da numerose Ong, tra cui il Greek Council for Refugees e Médecins du Monde, la decisione si applica a persone provenienti da Paesi con un alto tasso di protezione internazionale.

“Il primo effetto delle politiche greche di contenimento si vede sui numeri, calati in modo drastico se paragonati a quanto successo negli ultimi cinque anni”, racconta Lorenzo Bergia, il coordinatore di La luna di Vasilika, associazione che supporta i migranti nel Paese -insieme a One bridge to Idomeni e Aletheia RCS- e gestisce centri operativi a Corinto. Secondo i dati dell’Unhcr nel 2018 in Grecia erano arrivate 50.508 persone, 61.613 nel 2019. Nel periodo gennaio-settembre 2021, gli arrivi via terra e via mare nel Paese sono stati invece 5.692. Nel 2020 erano stati 9.714: la netta diminuzione, secondo lo European council of refugees and exiles, non è solo attribuibile alle restrizioni dovute alla pandemia ma proprio all’aumento dei respingimenti.

La luna di Vasilika, che lavora in Grecia dal 2016, sta per aprire un service point ad Atene, una struttura dove verrà offerto supporto legale e si organizzeranno corsi di lingua per famiglie e ragazzi. Negli anni ha osservato come il sistema dell’accoglienza abbia perso pezzi. A marzo 2021 era intervenuta infatti per soccorrere le centinaia di famiglie colpite dagli effetti causati della scelta del governo Mitsotakis di non rinnovare il progetto Filoxenia. Avviato dal governo greco nel 2018 insieme all’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), il piano prevedeva che 6mila persone migranti in condizioni di fragilità vivessero in alberghi per “la seconda accoglienza” finanziati dall’Oim. Sono state sgomberate.

“In centinaia sono rimasti in strada senza avere un ricollocamento ma è difficile fare monitoraggio. Molti si sono riversati ad Atene: la capitale è un buco nero che inghiotte tutti dove è più facile diventare vittime di traffici pericolosi e finire per affidarsi ai trafficanti”, prosegue Bergia. Le Ong lanciano l’allarme anche sulla possibile chiusura del programma Helios che, sostenuto dall’Oim, offre ai rifugiati assistenza abitativa, corsi di lingua e formazione per avviare percorsi di inclusione.

“Si aggiungono altre due tendenze che sembrano avere l’obiettivo di non fare rimanere i migranti nel Paese. In primo luogo, abbiamo riscontrato come a chi è stato riconosciuto lo status di protezione internazionale il governo rilasci passaporti greci: hanno la durata di 90 giorni e consentono di uscire dalla Grecia. Nessuno torna indietro una volta terminata la scadenza del documento”, conclude Bergia. “Inoltre a periodi alterni nell’estate appena conclusa, in alcune aree di confine i pattugliamenti della polizia sono stati meno sistematici. È stato più facile superare la frontiera affidandosi ai trafficanti e proseguendo lungo la rotta albanese e la rotta balcanica”.

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