Diritti / Attualità

Dopo l’incendio di Moria, a Lesbo continua la crisi del sistema di asilo

In Grecia nel “nuovo” campo di Kara Tepe oltre 7mila persone vulnerabili sono costrette a vivere in condizioni disumane. Succede anche sull’isola di Samos. I trasferimenti sulla terraferma e le richieste di protezione procedono a rilento. La denuncia di Intersos e Medici Senza Frontiere e le responsabilità dell’Unione europea

© Medici senza frontiere

“Dopo l’incendio di Moria, a Lesbo tutto è rimasto uguale. Nel nuovo campo le condizioni di vita non sono dignitose e non consentono di rispettare i diritti umani. Donne, uomini e bambini estremamente vulnerabili hanno bisogno di assistenza medica e specialistica. Non sono garantite. È intollerabile”. A parlare ad Altreconomia è Vincenzo Maranghino, capo missione in Grecia per l’organizzazione umanitaria Intersos. L’Ong è presente nel Paese dal 2016 ed è intervenuta a Lesbo dopo la distruzione dell’hotspot per migranti di Moria, avvenuta lo scorso settembre. Nella struttura, le cui precarie condizioni erano state più volte denunciate da organizzazioni non governative e attivisti per i diritti umani, erano ospitate quasi 13mila persone, più di quattro volte la capienza massima prevista. Dopo l’incendio le persone sono state trasferite nel nuovo campo profughi di Kara Tepe, costruito su un ex poligono di tiro di fronte al mar Egeo dal governo greco, sostenuto dalla Commissione europea. “Oggi ci vivono almeno 7.300 persone e almeno la metà sono bambini. Non sono ancora stati raggiunti gli standard minimi d’accoglienza. I bagni e le docce sono insufficienti. Manca un sistema di drenaggio e le tende si allagano a ogni pioggia, oltre a non essere adatte alle temperature invernali, all’umidità e al vento che soffia dal mare”, spiega Maranghino. “L’elettricità è fornita solo alcune ore della giornata e non c’è illuminazione. Una mancanza grave perché non consente di stare al sicuro con gravi conseguenze per le donne”.

Secondo una ricerca realizzata lo scorso novembre dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), su 2.000 persone ospitate a Kara Tepe almeno il 62% ha bisogno di assistenza medica e psicologica. “Le persone che incontriamo soffrono di disturbi da stress post-traumatico. Hanno patologie cliniche e psicologiche gravi, fragilità acuite dalle condizioni del campo in cui sono costrette a vivere”, continua Maranghino. Stando ai dati dell’Unhcr, il 22% della popolazione è costituito da donne a rischio, come chi sta portando avanti una gravidanza o ha appena partorito. “Molte donne hanno subito ripetuti stupri durante il viaggio per arrivare in Grecia. Le violenze sessuali sono continuate a Moria e continuano adesso. Nel campo non ci sono separazioni tra le donne sole e il resto delle persone ospitate. Questo aumenta l’esposizione a ulteriori rischi e violenze”, aggiunge il capo missione di Intersos.

Il campo di Kara Tepe sull’isola di Lesbo © Intersos

Dopo l’incendio di Moria, la commissaria europea agli Affari interni Ylva Johansson aveva assicurato che per evitare nuovi sovraffollamenti sarebbero stati avviati sulla terraferma i trasferimenti delle persone vulnerabili e dei minori stranieri non accompagnati. “Anche se in parte è successo, i trasferimenti stanno proseguendo a rilento. Così come in ritardo vanno avanti le procedure per le richieste di protezione internazionale. È una conseguenza dell’approccio hotspot applicato sulle isole greche”. Maranghino si riferisce agli effetti della dichiarazione congiunta Ue-Turchia del 2015 secondo cui i migranti sbarcati sulle isole del mar Egeo devono fare domanda di asilo sul luogo e lì devono attendere l’esito della richiesta. Le procedure possono durare anni e fino all’ottenimento della risposta, e durante l’eventuale ricorso per un diniego, ai richiedenti asilo non è permesso trasferirsi sulla terraferma. L’impropriamente detto “accordo” con la Turchia (marzo 2016) ha limitato gli arrivi in Grecia e sulle isole ma non li ha interrotti completamente: nel 2020, secondo Unhcr, le persone arrivate a Lesbo sono state 4.609.

A dicembre il governo greco e la Commissione europea hanno annunciato la costruzione a Lesbo di un nuovo campo di accoglienza che dovrebbe essere ultimato entro settembre 2021. La decisione è arrivata dopo lo stanziamento di 121 milioni di euro per la costruzione di tre campi più piccoli sulle isole di Samos, Kos e Leros. “L’approccio hotspot deve essere superato: bloccare le persone in campi affollati non garantisce il rispetto dei diritti umani e le procedure di asilo. È il fallimento dell’Europa. Ma il nuovo ‘Patto europeo sull’immigrazione e asilo’ -che prevede il rafforzamento degli accordi con i Paesi terzi e dei controlli alle frontiere- sta continuando ad andare verso questa direzione”, conclude Maranghino.

La crisi umanitaria non si sta consumando solo a Lesbo. Secondo Medici Senza Frontiere a Samos 3.500 persone vivono in condizioni miserabili nel campo di Vathy, centro che potrebbe ospitarne solo 648. La maggior parte dei rifugiati vive in tende di fortuna nel bosco accanto alla struttura e non ha accesso a docce, servizi igienici e ripari adeguati per proteggersi dal freddo. Il team di salute mentale della Ong ha registrato un preoccupante aumento del numero di pazienti con sintomi gravi che hanno dichiarato di avere pensato al suicidio.

“Nonostante le promesse dell’Unione europea, gli incendi di Moria, Samos e Chios non hanno spazzato via la dannosa politica di contenimento sulle isole greche e le persone dovranno affrontare un altro inverno in condizioni disumane esposte alle intemperie, in assoluta disperazione, questa volta nel pieno di una pandemia globale”, ha affermato in una nota Stephan Obberreit, capo missione di MSF. “A peggiorare le cose, il futuro che sembra ancora più disperato. Un nuovo ‘centro di accoglienza e identificazione’ è stato costruito a cinque chilometri dal campo di Vathy in un luogo isolato in attesa di essere inaugurato e un altro sarà realizzato a Lesbo. Quel lungo filo spinato è pensato per contenere le persone e circonderà persino i parchi giochi dei bambini. Questi piani distopici non faranno altro che rinnovare l’inaccettabile politica migratoria dell’Ue portando a enormi sofferenze umane e rendendole ancora più invisibili”.

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