Diritti / Opinioni

“Mi sono ribellata e ho scelto l’attivismo climatico. Non mi sono mai sentita così realizzata”

Dall’aprile del 2019 Serena fa parte di Extinction Rebellion, un movimento radicalmente nonviolento che incentiva la disobbedienza a un sistema “strutturalmente violento che ci sta portando verso il collasso dei sistemi di sostentamento per la vita”. Il racconto della sua esperienza

© Paulina Milde-Jachowska, Unsplash

Nell’aprile 2019 mi trovavo a lavorare all’Imperial College di Londra, studiando nuove tecnologie di filtrazione dell’acqua per il mio dottorato di ricerca. Nonostante il lavoro della dottoranda fosse molto duro, non era affatto il sacrificio del mio tempo e delle mie forze a pesarmi quanto piuttosto il pochissimo riscontro che la mia ricerca aveva nel mondo reale.
Gli articoli scientifici nel mio campo, da decenni, iniziavano sempre con un arco logico-narrativo ben preciso, che si può riassumere così: “Il problema della siccità è sempre più pressante, servono urgentemente politiche che si occupino della questione su larga scala, servono quindi soluzioni per risolvere alcune delle sfide tecnologiche”.

Mentre il problema della siccità era noto da decenni, e le ricerche si accumulavano, non sembrava che la politica si stesse adoperando per ascoltare gli allarmi lanciati dalla scienza ed effettivamente impiegare le tecnologie sostenibili di cui i nostri governi avevano finanziato la ricerca.
Quando ho preso consapevolezza che il tassello centrale di questo arco logico (l’azione politica) era a dir poco insufficiente, mi sono sentita spaventata e tradita. Perché i governi non stavano tutelando il mio futuro? Perché le Università continuavano a dare l’impressione che fosse possibile cambiare il mondo con i nostri papers?

Non importava quanto sodo lavorassi, non credevo nella possibilità che il mio lavoro potesse avere un vero impatto sul mondo: il problema era sistemico, non c’era nessuna specifica tecnologia che potesse risolverlo.

La fortuna però mi ha portata ad essere proprio a Londra, e proprio nell’aprile 2019, a vivere questa delusione. Mentre passavo lunghe giornate in laboratorio a chiedermi che cosa stessi facendo, ho visto decine di migliaia di persone affluire nella capitale per chiedere giustizia per “qualcosa” in cui credevano.
Chiedevano giustizia climatica, chiedevano di fermare la lotta tra il profitto e la vita. Seimila persone hanno bloccato la città di Londra per svariati giorni, portando un danno economico notevole al governo inglese. Questo ha portato gli attivisti sul tavolo della negoziazione, e dopo poco tempo il governo inglese ha dichiarato ufficialmente l’emergenza climatica ed ecologica.

Le persone per strada erano di tutte le etnie e tutte le età, c’erano mamme con bambini, c’erano persone anziane. La folla intraprendeva azioni dirette dirompenti, amorevoli ed efficaci, pensando in grande. Le persone si prendevano le responsabilità delle loro azioni, consapevoli di essere nel vero, forti della potente idea che portavano e di quel senso di comunità che porta l’unirsi attorno ad un’idea.

Dall’aprile del 2019 faccio parte di Extinction Rebellion, un movimento radicalmente nonviolento che incentiva la disobbedienza a un sistema strutturalmente violento che ci sta portando verso il collasso dei sistemi di sostentamento per la vita.

Disobbedendo partiamo da un rifiuto personale dello stato delle cose ma non poniamo la questione soltanto sull’incompatibilità individuale con la politica attuale. Non crediamo che la sola azione individuale possa, da sola, farci cambiare rotta.
Vogliamo modificare lo stato delle cose perché le riteniamo ingiuste o illegittime, e facciamo questo insieme ad un gruppo di persone organizzate e dissenzienti perché sappiamo di non potere fare nulla da soli.

Infrangendo la legge, facciamo un gesto illegale e politico allo stesso tempo. Chiediamo a quella politica che non ascolta la scienza, che ne sarà dei nostri figli? Chiediamo ai governi che in nome degli interessi di pochi sacrificano la vita di milioni di persone, con che diritto prendono questa decisione? È democrazia questa?

I nostri governi sono inadeguati ad affrontare il problema del collasso climatico ed ecologico, proprio per come sono strutturate le nostre democrazie. Il nostro sistema elettorale rappresentativo incoraggia l’azione nel breve periodo e crea una classe politica che è strutturalmente interconnessa con gli interessi dei privati e delle élite economiche. Il sistema impedisce quindi la nascita di politiche che agiscano contro questi interessi.

Conseguentemente è illusorio pensare che i governi (a prescindere da chi siede alla maggioranza) possano mai decidere di portare avanti un piano di emergenza adeguato riguardo alla crisi climatica ed ecologica. Se vogliamo veramente affrontare il problema, il presente ordine politico deve essere sospeso: il potere decisionale per affrontare la crisi climatica ed ecologica deve essere delegato a uno strumento veramente democratico, ovvero le assemblee cittadine.
Nonostante questo, data la brevissima scala temporale in cui ci troviamo a dover agire, lo Stato è l’unica istituzione esistente con il potere sufficiente per istituire le assemblee cittadine. Per questa ragione XR indirizza queste tre richieste ai governi.

Primo: dire la verità. Riconoscere cioè pubblicamente il consenso scientifico sul rischio imminente di estinzione della vita sulla Terra, e dichiarare uno stato di emergenza climatica ed ecologica, informando ed educando capillarmente la popolazione a riguardo, collaborando con i media nazionali.

Secondo: agire ora. Riconoscere la necessità assoluta di azione immediata raggiungendo lo zero netto entro il 2025 e rigenerare e preservare gli habitat naturali e la biodiversità.

Terzo: oltre la Politica. Riconoscere l’incapacità strutturale delle attuali istituzioni politiche e consegnare tutto il potere decisionale sui temi riguardanti la crisi climatica alle assemblee dei cittadini con un mandato legalmente vincolante per decidere il contenuto e le modalità del piano.

Oggi dopo due anni di pandemia mi trovo a lavorare come ingegnere in un’azienda italiana molto bella e a usare il mio tempo libero agendo con gli unici mezzi che credo possano portarci nella direzione giusta: disobbedire insieme per richiedere con forza di fare tutto il possibile per evitare il collasso climatico e creare comunità che possano essere preparare ad affrontare quello che ci aspetta, che sappiano lavorare insieme sia nelle richieste ai governi che alla cura del movimento.

La scelta della disobbedienza civile non violenta non è facile, stare male è facile. Rimanere intrappolati nell’ordinaria amministrazione è la cosa che ci viene più naturale. Se non ci mettiamo in discussione rimarremo parte di un mondo individualista e incapace di prevenire e affrontare la crisi climatica.
Non agire è facile ma non ci salverà dal disastro. Io ho scelto di ribellarmi e scegliere l’attivismo climatico, se me lo avessero detto solo qualche anno fa non ci avrei mai creduto, ma non mi sono mai sentita così realizzata come adesso che sto facendo questa cosa così difficile.

Serena Casanova, 29 anni, vive a Venezia, lavora come ingegnere e attivista. Laureata in Ingegneria chimica e dei materiali in Olanda nel 2016, dottorato in nanotecnologie in Inghilterra nel 2019. È attivista del movimento Extinction Rebellion.

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