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Le aziende fossili “inquinano” anche la stampa italiana. Ecco la “Classifica degli intrappolati”

Sui principali quotidiani italiani la crisi climatica trova poco spazio, al contrario di quanto avviene per le pubblicità delle aziende inquinanti. È quanto emerge da uno studio di Greenpeace Italia e dell’Osservatorio di Pavia. Esaminati gli articoli pubblicati tra gennaio e aprile 2022 dai cinque quotidiani più diffusi

© Filip Mishevski, unsplash

Sui principali quotidiani italiani la crisi climatica trova poco spazio, al contrario di quanto avviene per le pubblicità delle aziende inquinanti, che dimostrano di avere una grande influenza sulla stampa del nostro Paese. È quanto emerge da uno studio pubblicato mercoledì 13 luglio da Greenpeace Italia e realizzato dall’Osservatorio di Pavia -istituto di ricerca indipendente specializzato nell’analisi della comunicazione- che ha preso in considerazione oltre 500 articoli pubblicati dal primo gennaio al 30 aprile 2022 dai cinque quotidiani più diffusi (Corriere della Sera, la Repubblica, Il Sole 24 Ore, Avvenire La Stampa).

I risultati mostrano che i quotidiani pubblicano in media due articoli al giorno che fanno almeno un accenno alla crisi climatica, ma gli articoli che trattano esplicitamente il problema sono appena la metà. Al contrario viene dato ampio spazio alle pubblicità dell’industria dei combustibili fossili e delle aziende dell’automotive, aeree e crocieristiche, tra i principali responsabili delle emissioni di gas climalteranti e, di conseguenza, del riscaldamento del Pianeta. Tra le 266 inserzioni pubblicitarie rilevate nei primi quattro mesi del 2022, ben 152 riguardano le compagnie energetiche (Eni, A2a, Edison, Engie, Elis-Enel); segue il comparto automotive con 94 inserzioni e, distaccati, il settore delle crociere (con 17 inserzioni) e le compagnie aeree (tre). Su Il Sole 24 Ore si contano più di cinque pubblicità di queste aziende a settimana.

Pubblicità pubblicate nel periodo primo gennaio – 30 aprile 2022 © Greenpeace

Negli articoli esaminati, inoltre, le aziende sono il soggetto che ha più voce (18,3%), superando esperti (14,5%) e organizzazioni ambientaliste (11,3%). La crisi climatica è infine raccontata principalmente come un fatto economico (45,3% degli articoli), quindi come un tema politico (25,2%) e solo in misura minore come un problema ambientale (13,4%) e tanto meno sociale (11,4%, quando invece è “il” punto).

“Questo studio dimostra la pericolosa influenza esercitata dalle aziende inquinanti sulla stampa italiana, basti pensare che in quattro mesi, nei 528 articoli esaminati, le compagnie petrolifere sono indicate tra i responsabili della crisi climatica appena due volte -spiega Giancarlo Sturloni, responsabile della comunicazione di Greenpeace Italia-. Grazie alle loro generose pubblicità, che spesso non sono altro che ingannevole greenwashing, le aziende del gas e del petrolio inquinano anche il dibattito pubblico e il sistema dell’informazione, impedendo a lettori e lettrici di conoscere la gravità dell’emergenza ambientale che stiamo vivendo. Se vogliamo che il giornalismo svolga il suo ruolo cruciale di watchdog nella lotta alla crisi climatica, anziché di megafono delle aziende inquinanti, dobbiamo liberare i media dal ricatto del gas e del petrolio”.

I combustibili fossili come causa della crisi climatica negli articoli che trattano esplicitamente la questione © Greenpeace

In base ai risultati dello studio, Greenpeace ha elaborato una classifica valutando cinque parametri: lo spazio dedicato alla crisi climatica, se i combustibili fossili vengono citati tra le cause, quanta voce hanno le aziende più inquinanti, quanto spazio viene concesso alle loro pubblicità, se le redazioni sono trasparenti rispetto ai finanziamenti ricevuti dalle aziende più inquinanti. Quest’ultimo parametro è stato valutato con un questionario che Greenpeace ha inviato ai direttori delle cinque testate, a cui ha risposto parzialmente solo Avvenire. Considerando la media dei cinque parametri, Avvenire raggiunge una risicata sufficienza (tre punti su cinque), scarsi invece i punteggi di Corriere e Repubblica (2,2 su 5), mentre in fondo alla classifica si trovano La Stampa e Il Sole 24 Ore (2 su 5). La classifica sarà aggiornata e pubblicata ogni quattro mesi e sarà seguita da un’analoga indagine su telegiornali e trasmissioni televisive di intrattenimento.

“Abbiamo deciso di chiamarla la ‘Classifica degli intrappolati’ per denunciare la pericolosa dipendenza del giornalismo italiano dai finanziamenti delle aziende inquinanti -spiega Chiara Campione, responsabile dell’unità Corporate di Greenpeace Italia-. Se vogliamo preservare la libertà di stampa e consentire ai cittadini di conoscere la verità sulla crisi climatica, dobbiamo rompere il patto di potere che incatena i mass media all’industria dei combustibili fossili”. Per questo motivo Greenpeace ha lanciato la nuova campagna “Stranger Green” contro il greenwashing e le false soluzioni che ritardano gli interventi di cui abbiamo urgente bisogno per salvarci dagli impatti della crisi climatica, come la terribile siccità e le prolungate ondate di calore di questi mesi.

Per vietare le pubblicità e le sponsorizzazioni delle aziende legate ai combustibili fossili, inoltre, Greenpeace sostiene, insieme a più di trenta organizzazioni internazionali, una Iniziativa dei cittadini europei (Ice) di cui abbiamo scritto su Altreconomia a fine 2021. Se entro ottobre 2022 la petizione “Stop alla pubblicità delle aziende inquinanti” raggiungerà il traguardo di un milione di firme raccolte, la Commissione europea sarà obbligata a discutere una proposta di legge per mettere fine alla propaganda ingannevole delle aziende inquinanti che alimentano la crisi climatica. Anche in Italia.

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