Crisi climatica / Intervista

La disinformazione ostacola la lotta ai cambiamenti climatici

Dalle teorie che negano la gravità della situazione alla rappresentazione ingannevole dei dati scientifici: la ricercatrice Jennie King lavora per elaborare una definizione condivisa di questo fenomeno. L’abbiamo intervistata

Tratto da Altreconomia 248 — Maggio 2022
Jennie King è ricercatrice e capo della sezione Azione civica ed educazione presso l’Istitute for strategic dialogue (Isd), organizzazione non profit indipendente che si occupa di diritti umani, estremismi e disinformazione

La disinformazione rappresenta una seria minaccia per la lotta al cambiamento climatico: per la prima volta l’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’Onu, ha riconosciuto e sottolineato il suo ruolo cruciale nell’ostacolare le politiche ambientali. “Interessi personali, economici e politici hanno condotto all’organizzazione e al finanziamento di campagne di misinformazione”, portando a “una rappresentazione ingannevole del consenso scientifico, alla diffusione del dubbio e del dissenso, con l’effetto di trascurare il rischio e l’urgenza”, si legge nel contributo pubblicato a febbraio del Gruppo di lavoro II al Sesto rapporto di valutazione, il più approfondito e autorevole documento scientifico sul cambiamento climatico.

Sebbene alcuni attivisti e scienziati abbiano protestato per la mancanza di una più esplicita accusa alle compagnie fossili, si tratta di un segnale forte, che sembra dare finalmente credito all’idea diffusa tra gli scienziati sociali -la cui voce è sempre più presente nell’Ipcc- che il più grande ostacolo all’azione climatica non sia tanto la carenza di dati o di comprensione scientifica, quanto l’assenza di una buona comunicazione e di volontà politica. L’Ipcc parla di misinformation, termine che in inglese si distingue da disinformation perché indica informazioni imprecise e fuorvianti diffuse senza l’intenzione di ingannare. Ma spesso il confine tra i due fenomeni è molto labile rendendoli difficilmente distinguibili.

Jennie King è ricercatrice e capo della sezione Azione civica ed educazione presso l’Istitute for strategic dialogue (Isd), organizzazione non profit indipendente che si occupa di diritti umani, estremismi e disinformazione. Da diversi anni, in collaborazione con altre realtà come European climate foundation, DeSmog e Greenpeace UnEarthed, l’Isd lavora per sviluppare strumenti digitali per raccogliere dati e condurre analisi con l’obiettivo di intercettare le campagne di disinformazione sul clima e elaborare strategie per bloccarle o arginarne gli impatti. 

Jennie King, come interpreta l’introduzione della tematica nell’ultimo rapporto dell’Ipcc?
JK
È finalmente il riconoscimento del fatto che la disinformazione rappresenta un vero e proprio ostacolo al raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi. E non parliamo solo della disinformazione esplicita ma anche di tutti i “discorsi del ritardo”, narrazioni che spesso non sono classificabili come disinformazione tout court ma che ingannano il pubblico e deviano l’attenzione verso false soluzioni. Oggi la vera sfida è scovare queste nuove tattiche.

Sono 350 i soggetti che hanno firmato la lettera aperta contenente la definizione di disinformazione climatica elaborata dall’Institute for strategic dialogue presentata alla Cop26 di Glasgow nel novembre 2021

Quali sono i primi passi da compiere?
JK Una delle più importanti politiche a cui stiamo lavorando all’Institute for strategic dialogue (Isd) è l’introduzione di una definizione condivisa di disinformazione climatica. Si tratta di una questione centrale perché abbiamo bisogno di parametri condivisi. Non si può affrontare un problema se non si è d’accordo su quale sia l’oggetto in questione. Inoltre, facendo un paragone con la gestione della disinformazione su Covid-19, quello che aiutò le piattaforme online a introdurre rapidi provvedimenti su termini di servizio, meccanismi di controllo e linee guida per le comunità era la presenza di un’istituzione terza credibile e autorevole, l’Organizzazione mondiale per la sanità, che stabiliva i parametri del giudizio. Le piattaforme dei social media non vogliono essere “arbitri della verità” e d’altronde non è neanche auspicabile che delle aziende private ricoprano questo ruolo così delicato. Abbiamo quindi bisogno di un’istituzione terza che si assuma questo compito. L’adozione di una definizione di disinformazione sul clima da parte dell’Ipcc, la Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici o la Presidenza della Cop fornirebbe una base di partenza, per poi elaborare linee guida, meccanismi di controllo, termini di servizio: provvedimenti per agire e risolvere il problema. 

© Matt Palmer, unsplash

C’è già una proposta di definizione?
JK Sì. Durante la Cop26 di Glasglow, che si è svolta a novembre 2021, abbiamo pubblicato una lettera aperta, attraverso la coalizione di cui facciamo parte, il Conscious advertising network, firmata da 350 soggetti tra cui Wwf, Friends of the Earth, Sky e Climate reality project (l’organizzazione fondata da Al Gore, ndr). Citando la nostra proposta di definizione su tre livelli, la disinformazione climatica si riferisce a contenuti ingannevoli o falsi che in primo luogo mettono in discussione l’esistenza o gli impatti del cambiamento climatico, la responsabilità umana o la necessità di un’azione urgente, come sostenuto dal consenso scientifico dell’Ipcc e in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. La seconda tipologia riguarda quei contenuti che rappresentano ingannevolmente i dati scientifici, attraverso omissioni o cherry picking (la scelta selettiva e l’evidenziazione dei soli dati e informazioni a favore di una determinata teoria o affermazione scientifica, ndr), in modo da minare la fiducia nella scienza, nelle istituzioni, negli esperti e nelle soluzioni sul clima. La terza è rappresentata da contenuti che pubblicizzano false soluzioni come se aiutassero a raggiungere i target climatici quando invece contribuiscono al riscaldamento climatico o contravvengono al consenso scientifico sulla mitigazione o l’adattamento.

“Le piattaforme social non vogliono essere ‘arbitri della verità’ e non è neanche auspicabile che aziende private ricoprano questo ruolo così delicato” 

Pensa che alla Cop27 che si terrà a novembre a Sharm el-Sheikh, in Egitto, ci siano possibilità che il tema venga affrontato?
JK È quello che speriamo. La Commissione speciale del Parlamento europeo, sulle ingerenze straniere in tutti i processi democratici nell’Unione europea inclusa la disinformazione (Inge), ha di recente pubblicato una relazione in cui promuove una call to action per chiedere all’Ipcc di stabilire un codice di condotta sulla disinformazione climatica, in modo tale da fornire le basi per un “Accordo di Parigi sulla disinformazione”. Stiamo lavorando a stretto contatto con i membri del Parlamento europeo e con questa commissione, che ha sostenuto la nostra iniziativa per l’introduzione di una definizione di disinformazione climatica. Pensiamo che i tempi siano maturi per affrontare la questione alla Cop27. L’ultimo rapporto dell’Ipcc rappresenta quindi un segnale importante. 

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