Ambiente / Approfondimento

“Il discorso del ritardo”: le nuove strategie del negazionismo climatico

Nello studio “Discourses of climate delay” sono analizzate le tesi più frequenti per bloccare i progressi nelle politiche climatiche. Attenzione spostata su temi superflui, tendenza a scaricare le responsabilità su altri Paesi, retorica catastrofista. Ne sa qualcosa il ministro Cingolani. Intervista a Giulio Mattioli, coautore della ricerca

© Magnus D - Flickr

“I combustibili fossili sono parte della soluzione”, “la lotta al cambiamento climatico avrà costi sociali molto alti”, “la nostra impronta di carbonio è ridicola in confronto a quella della Cina”, recitano le vignette disegnate dal fumettista Léonard Chemineau che ha trasformato in immagini le strategie argomentative usate da personaggi politici e aziende per ritardare l’azione climatica.

I dodici discorsi, a ognuno dei quali Chemineau ha dedicato una caricatura, sono tratti dallo studio “Discourses of climate delay” pubblicato dalla rivista scientifica Global Sustainability (Cambridge University Press, 2020). I dieci autori hanno elaborato una tipologia delle più frequenti strategie messe in campo per bloccare i progressi nelle politiche climatiche. “Il negazionismo climatico esplicito non esiste più, o poco ne è rimasto negli Stati Uniti, ma si sono fatte strada strategie più sottili, che mirano a spostare l’attenzione su temi superflui: ne abbiamo trovato traccia nei tweet di politici, nei comunicati stampa di aziende e nei media”, spiega ad Altreconomia il coautore dell’articolo Giulio Mattioli, ricercatore presso il dipartimento di Transport Planning dell’Università di Dortmund in Germania.

Provenienti da diverse Università di Regno Unito, Usa e Germania, gli autori dello studio hanno monitorato le fonti di informazione di questi Paesi, individuando quattro macro-categorie di discorsi: “Proporre soluzioni non trasformative”, “enfatizzare gli aspetti negativi” della transizione, “reindirizzare la responsabilità” o “arrendersi” alla presunta impossibilità di mitigare i cambiamenti climatici. Quattro insiemi al cui interno si sviluppano dodici tipi di discorsi specifici. La ricerca, pubblicata nel luglio del 2020, ha analizzato in maniera sistematica e puntuale gli stessi temi trattati da Michael Mann nel saggio di recente pubblicazione “La nuova guerra del clima” (Edizioni Ambiente, 2021).

Ogni settore usa in maniera diversa le varie strategie: “L’ambito energetico -afferma Mattioli- tende a promuovere l’idea che i combustibili fossili, in particolare il gas naturale, siano ‘parte della soluzione alla crisi climatica’”. Questa strategia appartiene alla categoria delle “soluzioni non trasformative”, dove è presente anche il discorso secondo il quale ci si dovrebbe servire solo di incentivi, senza mai imporre misure restrittive come le tasse, che sarebbero paternalistiche e controproducenti (“nessun bastone, solo carote”).

“Tutto fumo niente arrosto”, della stessa famiglia, è il discorso usato soprattutto dai governi, in cui si promette a lungo termine ma non si mantiene nel breve. Un esempio lo fornisce Mattioli: “Il governo tedesco, che aveva un obiettivo di 100mila colonnine di ricarica per veicoli elettrici entro il 2020, ne ha istallate solo 20mila, ma ora ne ha promesse un milione per il 2030”.

© Léonard Chemineau

Sempre nella stessa categoria si trova l’”ottimismo tecnologico”, che si nutre della convinzione che la capacità dell’essere umano di trovare soluzioni tecnologiche ci salverà dalla crisi climatica e, inevitabilmente, ha l’effetto di far apparire superflua la riduzione delle emissioni.

“Da quando è in carica il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, in Italia sono aumentati i discorsi di questo genere, con riferimenti a stupefacenti tecnologie come la fusione nucleare”, continua Mattioli. L’idea è che nel futuro si risolverà la crisi climatica, ma che nel presente bisogna essere cauti perché, come ha di recente dichiarato il ministro, “la transizione potrebbe essere un bagno di sangue”: altro argomento che corrisponde a una delle dodici strategie analizzate, quella che si serve della giustizia sociale come pretesto, ovvero dell’idea che non si possano intraprendere azioni per il clima perché regressive (e il caso dei gilet gialli esce spesso come il coniglio dal cappello per supportare questa tesi).

Questo pretesto, che rientra nei discorsi che “enfatizzano i lati negativi” della transizione, è molto usato nel settore dei trasporti, e in particolare nell’aviazione che, spiega Mattioli, “da sempre tenta di convincere che una tassa sui voli danneggerebbe i più poveri quando le ricerche mostrano il contrario”. Della stessa famiglia sono “l’appello al benessere”, che veicola l’idea che le fonti fossili siano indispensabili allo sviluppo di molti Paesi, e il “perfezionismo nelle politiche”, retorica che accetta solo provvedimenti senza alcun difetto ostacolando così qualunque tipo di progresso.

© Léonard Chemineau

Tra i discorsi che si incontrano più di frequente, Mattioli cita il “benaltrismo”, usato talvolta dai politici per attribuire la responsabilità dei cambiamenti climatici ad altri Paesi. Come esempio nella ricerca compare Nigel Farage che, paragonando l’impatto del Regno Unito a quello della Cina, ha dichiarato: “Siamo una nazione che produce l’1,8% della CO₂ globale, quindi non capisco perché dovremmo chiudere le nostre fonderie di alluminio, la maggior parte della nostra produzione di acciaio e ora la nostra industria di raffinazione”.

Nella stessa categoria di discorsi che “spostano la responsabilità” c’è l’”individualismo”, che punta a far ricadere la colpa su cittadini e consumatori per evitare cambiamenti sistemici, e la “scusa dello scroccone”, secondo cui non conviene agire se gli altri Paesi e aziende non hanno intenzione di ridurre le proprie emissioni. Il ricercatore menziona il caso della città di Leeds che, di fronte all’opposizione del Climate Change Citizen’s Jury all’espansione dell’aeroporto, ha sostenuto che “gli altri aeroporti del Regno Unito stanno progettando di espandersi e quindi non farlo danneggerebbe l’economia locale”, dopo aver ricordato che nell’aeroporto di Leeds transita solo l’1,4% dei voli del Paese. L’esempio della città inglese mostra l’utilizzo combinato di due strategie diverse: la “scusa dello scroccone” e il “benaltrismo”. Secondo Mattioli, “se in casi come questo l’intenzione è chiaramente di ostacolare i provvedimenti in materia ambientale, non tutti coloro che usano i discourses of climate delay lo fanno consapevolmente”.

“L’apocalisse climatica sta arrivando. Per prepararci a essa dobbiamo ammettere che non possiamo evitarla”, ha scritto il New Yorker in un editoriale citato nella ricerca. La retorica “catastrofista” è una delle meno diffuse ma più pericolose: insieme all’”impossibilità del cambiamento”, fa parte dell’ultima categoria individuata nello studio, quella che sprona ad “arrendersi” ai cambiamenti climatici e trasmette l’idea dell’inutilità di qualsiasi azione. Secondo Mattioli “spesso sono i media a servirsene senza rendersi conto che stanno usando le nuove strategie del negazionismo climatico”.

Oltre alle caricature di Chemineau, dall’articolo scientifico “Discourses of climate delay” è stato tratto anche un fumetto della disegnatrice Céline Keller, disponibile online.

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