Diritti / Intervista

La lotta al terrorismo contro i diritti: gli Stati stanno sbagliando tutto

Misure che violano i diritti umani riproducono modelli di violenza invece che combatterli. Intervista a Fionnuala Ní Aoláin, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla promozione e la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali nella lotta al terrorismo

Tratto da Altreconomia 218 — Settembre 2019
Fionnuala Ní Aoláin è docente di Legge all’Università del Minesota (USA) e alla Queens University di Belfast, in Irlanda del Nord - © Minnesota Picture

“Il diritto alla sicurezza è un diritto umano, ma è privo di significato se le persone possono essere arrestate in maniera arbitraria, torturate o sottoposte a processi ingiusti. Quando uno Stato dice di dover adottare misure severe per contrastare il terrorismo in realtà non sta agendo per rendere più sicuri i propri cittadini, perché l’uso di misure che violano i diritti umani ha maggiore probabilità di riprodurre modelli di violenza. Questo tipo di azione è controproducente”. A diciotto anni dall’attentato alle Torri Gemelle (era l’11 settembre 2001) abbiamo intervistato Fionnuala Ní Aoláin, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla promozione e la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali nella lotta al terrorismo, docente di Legge all’Università del Minesota (USA) e alla Queens University di Belfast, in Irlanda del Nord. “Sicurezza e diritti umani non possono essere separati -spiega ad Altreconomia-. Numerosi studi mostrano che violazioni dei diritti umani e malgoverno sono tra i principali fattori che spingono le persone comuni verso l’estremismo e il terrorismo”. Tra quelli citati dalla professoressa Ní Aoláin c’è “Journey to extremism” (journey-to-extremism.undp.org) del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (undp.org). Nella ricerca, il 71% degli ex terroristi intervistati, appartenenti a gruppi radicali attivi in Africa, ha indicato come fattore determinante nel reclutamento l’omicidio o l’arresto di familiari e amici da parte delle autorità governative.

Professoressa Ní Aoláin, nella sua relazione annuale presentata lo scorso marzo al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite riferisce che il 66% delle comunicazioni ricevute dal suo ufficio riguarda attivisti ed esponenti della società civile arrestati o processati sulla base di normative anti-terrorismo. Come legge questo dato?
FNA È allarmante. I governi tendono a minimizzare il fenomeno, parlano di casi aneddotici: con la mia relazione, invece, ho cercato di evidenziarne la scala globale, mettendo in luce il fatto che c’è un problema strutturale nell’uso che si fa delle normative anti-terrorismo. Inoltre, i dati a mia disposizione -che vanno dal 2005 al 2018- indicano un leggero aumento negli ultimi due anni. E questo è avvenuto malgrado la caduta del sedicente Stato Islamico e l’eliminazione di leader chiave delle principali organizzazioni terroristiche. Ma il numero di attacchi alla società civile ci dice anche un’altra cosa.

“Stanno utilizzando le risorse contro una parte della società che non rappresenta una minaccia. Siamo di fronte a un anti-terrorismo inefficace e controproducente”

Quale?
FNA La lotta al terrorismo è una sfida difficile e complessa, che deve essere affrontata in maniera appropriata. Gli attacchi ai danni della società civile ci dicono invece che gli Stati stanno facendo un pessimo lavoro. Perché stanno utilizzando le risorse di cui dispongono -e che dovrebbero essere dirette verso una minaccia riconosciuta- contro una parte della società che non rappresenta una minaccia. Siamo di fronte a un anti-terrorismo inefficace e controproducente.

Tra il 2001 e il 2018 almeno 140 governi hanno adottato normative anti-terrorismo. Inoltre, a partire dal 2013 almeno 47 Paesi hanno adottato norme specifiche sui cosiddetti “foreign fighters”, in quella che nel suo rapporto viene definita “la più grande ondata di misure anti-terrorismo dopo l’11 settembre 2001”. Quali sono state le conseguenze di questa situazione per la società civile?
FNA Siamo di fronte a una “normalizzazione” delle leggi anti-terrorismo. E questo ha dato ad alcuni Stati la possibilità di usarle per finalità a cui non erano originariamente destinate. Molti diritti fondamentali -come la libertà di espressione, la libertà di riunione e associazione, quella di professare la propria religione e in alcuni casi il diritto al lavoro e a impegnarsi nella vita economica- sono stati colpiti e limitati.
A farne le spese sono stati soprattutto i gruppi critici rispetto alle autorità statali e quelli che vengono percepiti come “scomodi”. Inoltre queste normative hanno avuto un impatto particolarmente negativo sui gruppi più marginali o vulnerabili.

Può farci qualche esempio?
FNA La definizione di terrorismo data dal governo dell’Arabia Saudita è così ampia che nel 2014 alcune attiviste che avevano organizzato delle proteste per ottenere il diritto di guidare sono state accusate sulla base della normativa anti-terrorismo.

Il cattivo uso delle normative anti-terrorismo è una prerogativa degli Stati autoritari o riguarda anche i Paesi democratici?
FNA Nessuna regione del mondo è immune: anche gli Stati democratici abusano di queste leggi per colpire gruppi dissidenti o attivisti. In India il governo ricorre a queste norme per colpire la minoranza dalit. In Inghilterra una legge anti-terrorismo è stata usata per processare un gruppo di attivisti che protestavano contro l’espulsione di migranti. Lo stesso è successo in Ungheria, ai danni dei richiedenti asilo che cercavano di entrare nel Paese: un caso noto a livello internazionale è quello di Ahmed H., che nel settembre 2015 è stato condannato a dieci anni di carcere. L’uso improprio delle leggi anti-terrorismo è onnipresente perché nessuno Stato vuole criticarne un altro per la definizione di “terrorismo” che ha adottato.

Di quali strumenti dovrebbe invece dotarsi uno Stato per prevenire il terrorismo?
FNA Una società civile attiva e impegnata è la migliore polizza assicurativa su cui uno Stato possa contare. Penso che ci sia un’enorme miopia da parte di quegli Stati che limitano gli spazi della società civile in cui i cittadini possono esprimere critiche e dissenso. Quando si restringono questi spazi non spariscono i bisogni, ma le modalità legittime e costruttive in cui i cittadini possono esprimersi. E questa è una delle condizioni che possono produrre estremismo e violenza.

66%: nella sua relazione annuale presentata lo scorso marzo al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite riferisce che il 66% delle comunicazioni ricevute dal suo ufficio riguarda attivisti ed esponenti della società civile arrestati o processati sulla base di normative anti-terrorismo

Perché è importante che i Paesi di origine si facciano carico del ritorno in Europa delle mogli e dei figli dei jihadisti di origine straniera che hanno combattuto in Siria e in Iraq?
FNA Perché si tratta di donne e bambini vulnerabili che ora si trovano in due Paesi (Siria e Iraq) che non hanno le risorse necessarie per garantire il rispetto dei loro diritti fondamentali. I Paesi d’origine, penso soprattutto a quelli europei, hanno l’obbligo di farsi carico di queste donne e di questi bambini perché hanno le risorse per rispondere ai loro bisogni e hanno un obbligo verso i propri cittadini. Certo, in alcuni casi ci sono preoccupazioni circa il fatto che queste persone potrebbero aver commesso violazioni dei diritti umani, ma il fatto di riportare in patria i propri cittadini non rappresenta un’abdicazione di responsabilità.

Lei ha avuto modo di incontrare queste donne durante una visita in Khazakistan, che cosa ci può dire?
FNA C’è stata una certa isteria nel modo con cui i media e l’opinione pubblica hanno affrontato questo tema. Ho avuto la possibilità di incontrare e intervistare queste donne: molte di loro avevano meno di 18 anni quando sono state adescate online e incoraggiate a partire per unirsi all’Isis. Quando queste ragazzine sono arrivate a destinazione, sono state costrette a sposarsi e pochi mesi dopo sono rimaste incinte. Se si fossero recate in qualsiasi altra parte del mondo definiremmo questa situazione con termini del tutto diversi, ovvero trafficking. Riconosceremmo che siamo di fronte a una situazione di tratta di minori, che potrebbero non essere state pienamente in grado di prendere decisioni in autonomia.

“Quando si restringono gli spazi della società civile non spariscono i bisogni, ma le modalità legittime e costruttive in cui i cittadini possono esprimersi”

Nel luglio 2018 lei ha inviato una lettera al CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, come mai?
FNA Facebook ha adottato una definizione di terrorismo estremamente ampia, che equipara a entità terroristiche tutti i gruppi non statali che usano la violenza al fine di raggiungere uno scopo politico, religioso o ideologico. Inoltre non c’è chiarezza sulle modalità con cui Facebook determina l’appartenenza di una persona a un determinato gruppo. L’uso di una definizione così imprecisa può portare a una censura e al rifiuto arbitrario di accesso e uso ai servizi della piattaforma. Questo succede perché la multinazionale sta subendo una grande pressione da parte degli Stati per svolgere quelle attività che questi non possono fare, in base alla normativa internazionale. La mia richiesta a Facebook, quindi, è stata molto semplice: volete essere “mercenari” al servizio di Paesi che non rispettano i diritti?

Quale è stata la risposta?
FNA Abbiamo avviato un dialogo positivo e Facebook sta rivedendo la propria definizione di terrorismo. Credo che non si sentano a loro agio nel trovarsi in quella posizione e riconoscono che ci sono serie criticità quando una piattaforma privata definisce che cosa sia terrorismo e cosa no.

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