Esteri / Attualità

A che punto è la lotta al razzismo in Francia, in tutte le sue forme

Ogni anno la Commissione nazionale sui diritti dell’uomo traccia un bilancio dei livelli di xenofobia e antisemitismo oltralpe. I Rom sono il gruppo verso cui il livello di intolleranza è più alto e nei confronti dei quali resistono stereotipi

Tratto da Altreconomia 216 — Giugno 2019
© www.eurotopics.netw

Tutti gli anni in Francia la Commissione nazionale consultiva sui diritti dell’uomo (CNCDH, cncdh.fr) promuove un’indagine sul razzismo. Chi scrive si è occupato di analizzarne i risultati. Nel novembre 2018 sono stati realizzati due sondaggi su un campione rappresentativo della popolazione francese, uno con interviste faccia a faccia e uno attraverso internet. Si tratta di un’indagine importante, a cui i media nazionali prestano molta attenzione. Di fatto permette di misurare l’evoluzione annuale dei pregiudizi risalendo fino al 1990. Le diverse domande contenute permettono non solo di misurare in maniera robusta le tendenze ma anche il modo in cui all’interno di uno stesso individuo vi siano combinazioni specifiche di apertura e di chiusura, l’ambivalenza delle persone rispetto alla tolleranza, gli effetti del modo in cui le élite politiche e mediatiche parlano dell’immigrazione e della diversità. Ne emergono alcuni risultati interessanti.
Nel 2018 la Francia ha nuovamente subito diversi attacchi terroristi rivendicati da Daesh (a Carcassonne, Trèbes, Parigi e Strasburgo). Questi eventi, tuttavia, non hanno avuto un impatto significativo sulla dinamica della tolleranza. Più in generale i dati mostrano in maniera inequivocabile che gli attacchi terroristici di per sé non hanno alcun effetto sistematico sul livello complessivo di xenofobia e razzismo della popolazione. Dal 1990, la Francia ha vissuto gli attacchi islamisti dell’estate del 1995 a Parigi, quelli di Washington e New York nel settembre 2001, quelli di Madrid nel marzo 2004 e quelli di Londra nel luglio 2005. Tuttavia, nel 1995, 2001 e 2004 non ci sono stati aumenti o tensioni razziste. Tra il 1994 e il 1995 l’indice è rimasto stabile, tra il 2000 e il 2002 la tolleranza è aumentata, come tra il 2003 e il 2004. D’altra parte, tra il 2004 e il 2005 si è registrato un calo significativo, dovuto principalmente alla proteste giovanili nelle banlieu ad alta densità di persone che provengono da famiglie immigrate.

“Gli attacchi di gennaio 2015 hanno visto una reazione collettiva comune, senza accenti razzisti, soprattutto per merito delle manifestazioni ‘Je suis Charlie’”

In realtà, non sono gli eventi in quanto tali che influenzano direttamente le opinioni delle persone, ma il modo in cui questi eventi sono “inquadrati” dalle élite politiche, sociali e dei media. Le loro responsabilità sono quindi particolarmente importanti per la creazione di una narrazione dominante. Ad esempio, nel 2005, l’attenzione ai “disordini musulmani” è stata particolarmente presente nei dibattiti francesi a scapito di altre possibili interpretazioni in termini di disuguaglianze sociali o di marginalità territoriale. Aver inquadrato la violenza delle proteste come legata all’appartenenza religiosa ebbe importanti conseguenze sull’aumento dell’islamofobia in alcuni strati dell’opinione pubblica e portò a una diminuzione significativa dell’indice di tolleranza. Al contrario, gli attacchi di gennaio 2015 hanno visto una reazione collettiva comune, senza accenti razzisti, soprattutto per merito delle manifestazioni “Je suis Charlie”, che avevano un forte significato universalista e che non additavano la responsabilità del terrorismo ai musulmani. L’evoluzione della tolleranza per coorte di nascita mostra inoltre che il pregiudizio non è una conseguenza dell’età. In Francia non si diventa sistematicamente più conservatori man mano che si invecchia. Indipendentemente dalla loro posizione nel ciclo di vita, gli individui sono influenzati anche dal contesto al momento dell’indagine che li rende più o meno inclini alla tolleranza. Infatti, dal basso livello di tolleranza osservato nel 2013-2014, la tolleranza è aumentata di 14 punti per la coorte 1940-1955, 13 punti per la coorte 1956-1966, 17 punti per la coorte 1966-1976 e 16 punti per la coorte più recente. Il genere non ha alcun impatto mentre il livello di istruzione influenza fortemente il livello dell’etnocentrismo ma non ha alcun effetto “protettivo” sull’antisemitismo o sull’avversione all’Islam. L’apertura al mondo esterno osservata misurando comportamenti transnazionali (vivere e soggiornare all’estero) riduce l’etnocentrismo e l’avversione all’Islam, ma non l’antisemitismo. E se complessivamente nel corso del 2018 la tolleranza è aumentata questo si deve soprattutto a una dinamica delle opinioni più favorevole nei confronti delle persone di origine nordafricana (mentre nei confronti delle persone di “pelle nera”, dei rom o degli ebrei il livello rilevato è rimasto stabile). Inoltre il 2018 è stato un anno record per l’“accettazione” dei musulmani e dell’Islam. Dentro una gerarchia del razzismo in cui ebrei e afro-americani vedono livelli più bassi di ostilità, mentre i nordafricani, seguiti dai musulmani, attirano più pregiudizi e i rom rimangono la minoranza verso cui si esercita con più forza il razzismo.

“L’islamofobia ha una dinamica sociologica simile al razzismo anti-immigrati. Età, istruzione e orientamento politico sono i fattori determinanti dell’intolleranza”

L’antisemitismo in Francia non aumenta e non è particolarmente legato al conflitto fra Israele e Palestina, contrariamente a quanto supposto dalla tesi di Pierre-André Taguieff sul “nuovo antisemitismo”. Le opinioni dei francesi rimangono strutturate dai vecchi stereotipi legati al potere, al denaro e alla suddetta doppia fedeltà degli ebrei. Una visione negativa di Israele è più frequente all’estrema sinistra e all’estrema destra. Ma all’estrema destra la critica di Israele è fortemente correlata ai classici pregiudizi antiebraici, mentre all’estrema sinistra ne è chiaramente dissociata. Complessivamente, lungi dall’essere compiacente sugli attacchi agli ebrei, una forte maggioranza degli intervistati sostiene una vigorosa lotta contro l’antisemitismo in tutte le sue forme (73% nel 2018, con un aumento di 2,5 punti percentuali rispetto al 2017). L’islamofobia ha una dinamica sociologica molto simile al tradizionale razzismo anti-immigrati. In entrambi i casi, l’istruzione, l’età e l’orientamento politico sono i fattori determinanti dell’intolleranza ed è all’estrema destra che questa doppia intolleranza raggiunge livelli record. Emerge in parallelo una posizione sempre più forte di quanti rivendicano per le donne il diritto a vestirsi come meglio credono, anche indossando il velo, riconoscendo un diritto alla diversità in nome dell’Islam. Il genere gioca poco, contrariamente a quanto si potrebbe supporre. L’ostilità verso l’islam è minore fra quanti hanno un’immagine positiva della religione in generale e piuttosto negativa del laicismo. I Rom sono il gruppo verso cui il livello di razzismo è indubbiamente più alto e nei confronti dei quali ci sono enormi stereotipi. Nondimeno, abbiamo registrato qualche miglioramento sul piano della conoscenza di questi gruppi. Nel novembre 2018, il 52,6% degli intervistati pensava che i Rom -e più specificamente i “Rom migranti”- non volessero integrarsi in Francia. In altre parole, questo cliché è ancora condiviso da poco più della metà della società francese. Tuttavia, questa opinione era condivisa dal 55% nel 2016 e dal 78% nel 2013. Gli stereotipi tradizionali restano diffusi, troppo, pur diminuendo: il 73,5% degli intervistati ritiene ancora che i Rom migranti siano “per lo più nomadi” (-12,5 punti rispetto al 2014). L’idea che i Rom “vivono principalmente di furti e traffici” è oggi condivisa da meno del 52% del nostro campione, come è stato negli ultimi due anni contro il 78% degli intervistati nel dicembre 2013). Lo stesso vale per lo stereotipo che i Rom “sfruttano molto spesso i bambini”: condiviso dall’85% del campione nel 2014, scende al 65% nel 2016 e 2017 e al 63% nel novembre 2018. Solo l’età, la pratica religiosa e il livello di istruzione hanno un impatto statisticamente significativo, cioè hanno una reale influenza sulla probabilità di avere sentimenti negativi nei confronti dei Rom, a parità di altre condizioni. Abbiamo anche verificato se il rapporto della società francese con lo sterminio dei rom durante la seconda guerra mondiale fosse cambiato. La percentuale degli intervistati che ritengono che non si parli “abbastanza” dello sterminio dei Rom durante la seconda guerra mondiale è passata dal 35% nel 2013 al 40% nel 2014, prima di scendere al 19% nell’ottobre 2016. Nel novembre 2017, invece, quasi il 58% degli intervistati nel sondaggio ritiene che non si parli abbastanza dello sterminio di zingari e rom durante la seconda guerra mondiale, percentuale che nel novembre 2018 aveva raggiunto il livello record del 62%. Si tratta di un aumento estremamente significativo. Riflette l’importanza delle campagne e delle mobilitazioni per il riconoscimento dei Rom, nonché la lotta contro gli stereotipi che li stigmatizzano e la presa di parola in pubblico e nei media di sempre più Rom e Romaní a questo proposito. Molte voci in Europa e in Francia chiedono ora la creazione di una fondazione per la memoria del genocidio contro i rom, finora quasi ignorato nei libri di testo pubblici e di storia. È un dato che deve far riflettere sull’importanza delle mobilitazioni attive a contrasto del razzismo; non solo degli atti violenti, ma anche di attitudini intolleranti e idee preconcette.

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