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Esteri / Approfondimento

Il revisionismo storico in India e l’ascesa del fondamentalismo hindu dentro i libri di scuola

Due Sadhu assistono alla cerimonia di consacrazione del Tempio di Ram il 21 gennaio 2024 ad Ayodhya, in India © Hindustan Times / Ipa-Agency.Net / Fotogramma

Nel Paese è in atto da tempo un processo volto a cancellare le tracce della pluralità religiosa e culturale per dare spazio a una narrazione etnica e nazionalista funzionale al partito Bjp del premier Modi. La battaglia tocca anche i manuali scolastici, come dimostra il recente caso della riscrittura della demolizione della Babri Masjid ad Ayodhya nel 1992

Il Consiglio nazionale indiano per l’istruzione e la ricerca (Ncert) ha di recente modificato i riferimenti alla demolizione della Babri Masjid ad Ayodhya in un testo della scuola secondaria, dando invece priorità al movimento che ha portato alla sua distruzione. La moschea, costruita nel XVI secolo per il primo imperatore Moghul, Babur, fu rasa al suolo nel 1992 da una folla di fanatici hindu: un atto di vandalismo politico-religioso che segna uno dei punti cruciali della storia recente indiana e che innescò violenze settarie su larga scala. Sul suo sito, il Ncert ha affermato che la lezione è stata “aggiornata secondo gli ultimi sviluppi politici”.

Quella di modificare e strumentalizzare la storia non è una tendenza nuova in India ma ha acquisito nuovo vigore con la destra hindu al governo. Già lo scorso anno, lo stesso ente, responsabile della pubblicazione dei libri di testo per le scuole, aveva rimosso infatti parti del capitolo dedicato alla storia Moghul nei manuali delle superiori. Un revisionismo storico mirato a cancellare le tracce della pluralità religiosa e culturale della storia indiana per dare spazio a una narrazione hindu-centrica che dipinge i Moghul come invasori ed è funzionale al maggioritarismo del Bharatiya janata party (Bjp) e all’alienazione della minoranza musulmana.

Che i manuali scolastici di storia siano un campo di battaglia e un’arma nelle mani dei nazionalismi è cosa nota -dalla Russia, alla ex-Jugoslavia, dalla Cina al Medio Oriente- in quanto contribuiscono in maniera sostanziale alla formazione del cittadino e della sua coscienza. La principale posta in palio del revisionismo storico, sia di destra sia di sinistra, è la costruzione e la definizione di un’identità nazionale, come sosteneva Giuliano Procacci, storico, politologo e autore del libro “Carte d’identità. Revisionismi, nazionalismi e fondamentalismi nei manuali di storia”.

Il contesto indiano, secondo Procacci, “rappresenta un terreno di cultura particolarmente favorevole all’insorgere di ideologie fondamentaliste contrapposte e di interpretazioni e ricostruzioni della storia”. A partire dagli anni Ottanta, con il progressivo declino della leadership del partito del Congresso -che ha guidato la lotta per l’indipendenza e governato l’India per la maggior parte della sua storia repubblicana- è stata anche messa in discussione la connotazione laica e plurale della società indiana per mano della Rashtriya swayamsevak sangh (Rss), una formazione politico-militare che rappresenta la matrice ideologica del Bjp, che in quegli anni iniziava a catalizzare crescente supporto.

L’Rss, un’organizzazione di volontari nata negli anni Venti liberamente ispirata dalle politiche razziste e naziste europee nei cui ranghi ha militato anche il premier Narendra Modi, individua nei valori dell’induismo e della sua contrapposizione all’islamismo il carattere principale dell’identità indiana: per loro, l’India non è che la “terra degli hindu”. È su queste premesse che si è sviluppata la battaglia politico-ideologica dell’Hindutva, il fondamentalismo di stampo hindu che ha avuto un ruolo determinante nel movimento per la ricostruzione del tempio di Ram, che ha portato appunto alla demolizione della moschea di Ayodhya nel 1992.

La nuova edizione del testo scolastico fa inoltre riferimento al verdetto della Corte suprema del 2019 sulla controversia di Ayodhya come “uno dei cinque recenti sviluppi chiave della politica indiana”. La corte, pur ritenendo illegale la demolizione della moschea, ha dato il via libera alla costruzione del tempio di Ram, inaugurato proprio da Modi sulle ceneri della Babri Masjid lo scorso 22 gennaio. Secondo gli hindu la moschea era stata eretta nel luogo in cui nacque il dio Ram, una delle divinità principali dell’induismo, prendendo il posto di un antico tempio a lui dedicato distrutto dai Moghul, di cui però non esistono evidenze storiche. “La sua demolizione era quindi non un atto di vandalismo, ma di riparazione”, scrive Procacci.

L’emergere del revisionismo storico in India va di pari passo con l’ascesa del fondamentalismo hindu e si basa sul principio che la tradizione vedica sia l’elemento fondante dell’identità storica del Paese. L’Hindutva si rifà a una storia collettiva che affonda le radici in un glorioso quanto mitologico passato, sottolineando il conflitto con “l’invasore musulmano” e anelando a una restaurazione della nazione indiana “originaria” che possa riparare l’umiliazione subita durante la dominazione prima Moghul e poi britannica. Con il consolidarsi del potere del Bjp e della sua campagna identitaria, già negli anni Novanta, riscrivere la storia del Paese divenne una priorità politica.

Una volta al potere, il Bjp si occupò dell’epurazione di accademici e studiosi dai vertici degli istituti nazionali che si occupano di educazione, ricerca, archeologia e storia e della “razionalizzazione” -o “saffronizzazione”, dal color zafferano dell’induismo- dei manuali di storia. Eminenti storici, bollati come “sinistrorsi” e anti-nazionali, divennero oggetto di campagne diffamatorie. Nel 2001, la coalizione guidata dal Bjp passò alla modifica dei manuali di storia in quanto dei passaggi “offendevano la sensibilità di alcuni gruppi religiosi e castali”, tra cui -solo per citarne uno- il testo di storia antica per le superiori di Romila Thapar, scrittrice e professoressa di Storia antica presso la Jawaharlal Nehru University di Nuova Delhi, cancellando passaggi sul consumo di carne bovina e sulla creazione del sistema delle caste.

L’obiettivo, oggi come allora, era di piegare la storia a una versione più in linea con l’Hindutva. “Uno dei tratti distintivi del revisionismo in chiave etnica e nazionalista consiste nella ricerca di origini il più remote possibili”, sempre secondo Procacci. Uno dei temi ricorrenti della retorica revisionista del fondamentalismo hindu è quello delle origini autoctone degli Ariani, la cui civiltà viene antedatata al 5000 a.C. -invece che al secondo millennio a.C.- facendola così coincidere con quella fiorita nella Valle dell’Indo. Tra le revisioni appena passate dal Ncert, un capitolo del manuale di storia delle superiori mette in dubbio la teoria della migrazione degli Ariani, sostenendo invece che questi siano un popolo indigeno della Valle.

La modifica, in contrasto con la storiografia dominante per la quale gli Ariani sono di origine indo-europea, migrati nell’attuale India dal Nord-Ovest, mette in evidenza la “continuità ininterrotta” della civiltà vedica dell’Indo. “La distruzione del templi e la questione delle origini autoctone degli Ariani sono dunque due assi nella manica dei campioni del revisionismo fondamentalista”, scrive ancora Procacci. Una tendenza alla strumentalizzazione della storia che, dopo dieci anni di governo a guida Bjp in India, sembra aver trovato nuovo impulso, coadiuvata dall’appoggio che media, autorità e una schiera di sedicenti storici danno a queste tesi.

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