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L’incendio della Ali Enterprise e il ruolo dell’italiana Rina Spa. Riaperto il caso in Parlamento

Nel 2012 un incendio scoppiato nella fabbrica pakistana è costato la vita a oltre 250 persone. Quattro senatori chiedono oggi al ministero delle Infrastrutture chiarimenti rispetto al ruolo di Rina Spa, che aveva certificato come sicuro lo stabilimento. La società ha sempre negato le proprie responsabilità. L’iniziativa della Campagna Abiti Puliti

Interno di fabbrica tessile a Faisalabad, Pakistan © Adam Cohn, flickr

Un’interrogazione parlamentare presentata il 21 dicembre ai ministri delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili e dello Sviluppo economico riapre la vicenda della fabbrica tessile pachistana Ali Enterprise, dove nel 2012 lo scoppio di un violento incendio è costato la vita a oltre 250 lavoratori (tra cui 12 minorenni). I senatori Gianni Pietro Girotto, presidente della X Commissione attività produttive del Senato, Iunio Valerio Romano, Sergio Vaccaro e Sergio Puglia hanno chiesto ai due ministeri chiarimenti in merito alla vicenda, in particolare rispetto al ruolo della società Rina Spa (al 70% di proprietà del Registro navale italiano, nel cui consiglio d’amministrazione siedono due membri del ministero delle Infrastrutture) che aveva certificato come sicuro lo stabilimento pakistano. Appena quattro settimane prima dell’incendio, infatti, la società pakistana RI&CA, su mandato di Rina Spa, aveva effettuato un audit presso la fabbrica, rilasciando la certificazione sociale SA8000, che attesta tra le altre cose la conformità della struttura in termini di sicurezza.

Eppure la fabbrica Ali Enterprise avrebbe presentato una serie di gravi criticità, tra cui “un piano ammezzato in legno costruito illegalmente, chiaramente visibile da uno degli ingressi ma non menzionato nel rapporto di ispezione e non isolato dal magazzino dove è scoppiato l’incendio”, come si legge nell’interrogazione parlamentare. Inoltre, al piano terra dello stabilimento era presente “un accumulo di materiali infiammabili non adeguatamente separati” e il sistema di allarme antincendio non sarebbe stato in funzione. Al pari dell’unico estintore presente. “Nella struttura -sottolinea ancora l’interrogazione parlamentare- era presente una sola uscita di sicurezza per mille lavoratori, mentre le altre erano sbarrate; infine, non aveva la scala di sicurezza esterna”. Criticità che erano state poi confermate da un’accurata simulazione condotta da Forensic architecture, commissionata dallo European center for constitutional and human rights (Ecchr). Secondo quanto ricostruito dagli esperti dell’Università Goldsmiths di Londra se le mancanze e infrazioni in materia di sicurezza fossero state identificate nell’audit e corrette per tempo l’incendio non avrebbe provocato un numero così elevato di morti e feriti.

Per richiamare Rina Spa alle sue responsabilità, l’associazione delle famiglie delle vittime, insieme ad altre realtà della società civile e sindacali, l’11 settembre 2018 ha presentato un reclamo al Punto di contatto nazionale (Pcn) dell’Ocse presso il ministero dello Sviluppo economico che ha dato inizio a una procedura di mediazione. Nella fase iniziale dell’iter Rina ha volontariamente preso parte alla procedura, tuttavia dopo diversi mesi di negoziazione, la società si è rifiutata di firmare l’accordo proposto dal conciliatore e si è sempre dichiarata non responsabile per quanto accaduto. A conclusione della procedura, nel dicembre 2020, non si è pertanto giunti a un accordo vincolante e il Pcn ha solo potuto raccomandare a Rina di riconsiderare le proprie posizioni e migliorare le proprie pratiche aziendali.

“Il controsenso è evidente -spiega Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti e parte ricorrente insieme all’associazione delle famiglie delle vittime e a diverse altre organizzazioni della società civile-. Se l’audit avesse rilevato le deficienze strutturali della fabbrica, la Ali Enterprise avrebbe dovuto porvi rimedio per ottenere la certificazione, con la probabile conseguenza che 250 persone avrebbero potuto lavorare in sicurezza anziché morire bruciate vive. Rina Spa è sempre in tempo a dimostrare che intende cambiare pagina, per esempio dando seguito alle richieste delle vittime, in parte riprese nelle raccomandazioni finali del Pcn italiano nei confronti dell’azienda ”.

Nella loro interrogazione, i senatori riferiscono anche l’esito di inchieste giornalistiche (tra cui quella di “Presa Diretta“) che denunciano i comportamenti degli auditor locali utilizzati dall’azienda italiana. I quali “certificherebbero fabbriche evidentemente inagibili, falsificherebbero documenti e testimonianze, agirebbero in palese conflitto di interesse con i propri clienti e adotterebbero comportamenti predatori per accaparrarsi i clienti -scrivono i senatori-. Quanto descritto mina la professionalità e la reputazione di una società italiana che opera a livello mondiale nel settore della pubblica fede. A parere degli interroganti appare inaccettabile che Rina Spa continui a rilasciare certificazioni sociali e ad accreditare la sicurezza di fabbriche senza rispetto della trasparenza, senza effettivo coinvolgimento delle parti sociali e senza una concreta disponibilità a rimediare a danni dimostrati”.

“Tragedie come quella oggetto dell’interrogazione semplicemente non dovrebbero mai essere avvenute né dovrebbero ripetersi in futuro -ha dichiarato il senatore Girotto-. Lo scopo della mia interrogazione è duplice: per il passato, fare chiarezza sulle responsabilità, e per il futuro, una volta individuato chi deve rispondere di quanto avvenuto, compiere tutte le necessarie operazioni per ridurre al minimo possibile i rischi di incidenti sul lavoro. Non voglio nemmeno entrare nell’aspetto etico e morale di quanto in oggetto, talmente è evidente, semplicemente ho fatto e farò tutto quanto in mio potere per trasformare le parole in coerenti fatti concreti”.

Il ministero delle Infrastrutture, in virtù della presenza di due suoi rappresentanti all’interno del consiglio di amministrazione di Rina Spa “è quindi almeno politicamente responsabile delle azioni delle sua controllata”, sottolinea la Campagna Abiti Puliti. Che chiede quale tipo di controlli o azioni positive eserciterà il ministro Enrico Giovannini per richiamare Rina alle proprie responsabilità, a partire dalle raccomandazioni espresse dal Punto di contatto nazionale in seno al ministero dello Sviluppo economico al termine della mediazione conclusa a fine 2020. E come il ministro intende assicurarsi che siano svolte le funzioni di vigilanza sull’operato delle sue partecipate in materia di condotta responsabile e, in particolare, come intende farlo anche in futuro nei riguardi di Rina. Un’azienda che si presenta al mondo come il “terzo attore internazionale nel campo della responsabilità sociale delle aziende”.

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