Diritti / Approfondimento

Furto di salario: così le marche della fast fashion hanno salvato i profitti

Una ricerca condotta da una rete di sindacati di sei Paesi asiatici denuncia l’impatto del Covid-19 sui lavoratori del settore tessile. Le aziende occidentali, tra cui Adidas e H&M, hanno condannato milioni di persone alla povertà

Tratto da Altreconomia 241 — Ottobre 2021
Lavoratrici in una fabbrica tessile a Dhaka in Bangladesh © Elisa Fiore / Clean clothes campaign

Nella primavera del 2020, mentre i Paesi europei si chiudevano in casa per proteggersi dal Covid-19, in Asia milioni di lavoratori dell’industria dell’abbigliamento sono precipitati in un circolo vizioso di povertà e debiti. È un risvolto poco evidente della pandemia: quando qui i grandi magazzini chiudono per favorire il “distanziamento”, in Paesi come il Bangladesh, lo Sri Lanka o la Cambogia si fermano le fabbriche dove gli abiti vengono prodotti, e milioni di persone restano senza salario. 

Una rete di sindacati di sei Paesi asiatici ha cercato di documentare l’impatto di questa “recessione da Covid-19”. Una dettagliata ricerca descrive che cosa è avvenuto nel 2020 nelle fabbriche che producono gli abiti per il mercato internazionale: quante persone hanno perso il lavoro, a quante è stato decurtato il salario, come sono sopravvissute, se hanno ricevuto sussidi o aiuti da aziende, enti pubblici, sindacati e Ong. 

“Abbiamo verificato che milioni di lavoratori hanno visto crollare il proprio reddito. E poiché già in tempi normali ricevono salari da sopravvivenza, non avevano margini per resistere neppure un solo mese”, spiega Anannya Bhattacharjee, coordinatrice internazionale della Asia floor wage alliance, rete di organizzazioni di lavoratori di India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, Cambogia e Indonesia. Diffusa in luglio con il titolo “Money Heist” -furto di denaro, disponibile su asia.floorwage.org– la ricerca è stata realizzata da attivisti sindacali e descrive una “crisi umanitaria devastante e prolungata”. Sostiene che con la pandemia si è consumato un vero e proprio “furto di salario” ai danni di milioni di lavoratori, e che le marche occidentali della “moda pronta” ne sono direttamente responsabili.

In effetti c’è un legame diretto tra negozi chiusi in Europa e lavoratori senza salario in Asia. È il meccanismo della “filiera globale di approvvigionamento”, global supply chain. Funziona così: i proprietari dei marchi di abbigliamento non possiedono fabbriche. Fanno produrre i propri modelli a fabbricanti sparsi dal sub-continente indiano all’Indonesia. È una relazione commerciale, o così pretendono: il proprietario del marchio è il “compratore”, chi produce gli abiti è il “fornitore”. Il committente piazza la sua ordinazione di solito attraverso intermediari; se la aggiudica chi offre il prezzo più basso. La stessa concorrenza avviene tra Paesi: i governi sono restii ad alzare i salari minimi nel timore che i committenti si spostino dove il costo del lavoro è più basso.

In una decina di Paesi dell’Asia meridionale e sud-orientale si produce oltre il 60% degli abiti venduti in Europa, Giappone e Stati Uniti. Il Worker rights consortium, organizzazione internazionale per il monitoraggio dei diritti del lavoro, stima che questa industria occupi almeno 50 milioni di persone in tutto il mondo, per lo più donne. Per i proprietari dei marchi dell’abbigliamento questo sistema garantisce flessibilità, costi bassi, e la possibilità di ignorare in quali condizioni siano prodotti i loro abiti: quei lavoratori non sono loro dipendenti. È questo il punto. 

Crollate le vendite, i brand internazionali hanno rifiutato di prendere nuovi ordini e pagare quelli già pronti. I fornitori, per salvarsi, hanno scaricato la crisi sui lavoratori

Quando nel 2020 l’Europa è entrata in lockdown, le marche di abbigliamento hanno cancellato le ordinazioni. Reti internazionali come la Campagna abiti puliti, la Afwa o il Worker rights consortium l’hanno documentato: molti hanno rifiutato di prendere (e pagare) anche le ordinazioni già fatte e perfino già pronte alla consegna; ma pochi “fornitori” potevano permettersi di fare causa a clienti da cui speravano di ricevere ordinazioni in futuro. 

In altre parole, crollate le vendite, le aziende occidentali hanno contenuto il danno scaricandolo sui “fornitori”. Questi si sono trovati a rischio di fallimento, nonostante crediti e sovvenzioni dei rispettivi governi: per salvarsi hanno a loro volta scaricato la crisi sull’ultimo anello della catena, i lavoratori. Le testimonianze raccolte dalla Afwa non lasciano dubbi. “Mi hanno lasciata a casa da metà marzo a inizio giugno, durante il primo lockdown. Quando la fabbrica ha riaperto, hanno licenziato i dipendenti con meno anzianità; a quelli con quattro o cinque anni di esperienza, come me, hanno dato target di produzione raddoppiati”, racconta Prisha, operaia in una fabbrica in Sri Lanka che produce per Levi Strauss & Co. “I supervisori incalzavano. Nessuno riusciva a reggere i nuovi ritmi, entro settembre eravamo tutte licenziate. Ho ricevuto solo parte della liquidazione; hanno promesso di pagare il resto entro tre mesi, ma sei mesi dopo non ho ancora visto nulla”. 

Il primo settembre 2021 è entrato in vigore il nuovo accordo sulla sicurezza dei lavoratori del settore tessile in Bangladesh. Subentra a quello siglato nel 2013 da circa 200 brand di moda internazionale, all’indomani del crollo del Rana Plaza in cui morirono 1.100 lavoratori, ricalcandone i principi fondamentali © Martin De Wals Will Baxter

La sua esperienza è comune. “A chi non ha voluto firmare le dimissioni hanno imposto di cucire 100 pezzi l’ora, il doppio del solito. Era impossibile. Sono stata costretta a licenziarmi e cercare lavoro con un’agenzia interinale”, dice Kalani, che lavora per un fornitore di Us Polo in una zona speciale dello Sri Lanka. “La mia fabbrica ha chiuso per il Covid-19 nell’ultima settimana di aprile, ma ci hanno sospeso il salario dell’intero mese. Poi mi hanno imposto un’aspettativa non pagata. Il governo ha dato un sussidio di 5mila rupie srilankesi -26 dollari-, un quarto di quello che avrei guadagnato in tre settimane. A giugno abbiamo dovuto fare ore di straordinario non pagato”, spiega Eromi, che lavora per un fornitore di Next.

Salari e liquidazioni non pagati sono esperienza comune. “È la forma più devastante di sfruttamento del lavoro, anche se non l’unica”, spiega Anannya Bhattacharjee: “Questo mancato salario è un vero proprio furto ai danni di milioni di lavoratori”. Tutti i Paesi esaminati hanno leggi che garantiscono certi diritti dei lavoratori, per esempio a esigere il salario dovuto, aggiunge: “Ma durante la pandemia, per paura di perdere anche il poco lavoro rimasto o di essere lasciati fuori quando la fabbrica riapre, pochi hanno protestato”. 

“La mia famiglia è sopravvissuta durante il lockdown solo grazie ai vicini. Ci regalavano qualcosa. La fabbrica e il committente non hanno fatto nulla per noi” – Usha

Restare senza salario però significa una rapida discesa nella povertà. “Io e mia sorella abbiamo impegnato le nostre catenine d’oro per pagare l’affitto e mandare qualcosa ai nostri genitori, al villaggio”, spiega Prisha. In India, Bangladesh o Sri Lanka, spesso le lavoratrici sono immigrate da zone rurali e dal loro reddito dipendono le famiglie, le cure per i vecchi, la scuola dei fratellini. “Ci hanno lasciato a casa a luglio e ad agosto e pagato solo metà del salario; in settembre ci hanno ripreso con contratti di tre mesi. Così abbiamo perso l’assicurazione e la sicurezza sociale. Da allora devo fare debiti per pagare le spese di mia madre malata e la scuola dei miei figli” dice Sari, che lavora per il fornitore di The Children’s Place presso Jakarta, in Indonesia. “Il direttore ha detto che non avevano più ordinazioni e ci ha mandato a casa, senza liquidazione. Da allora abbiamo smesso di mangiare carne e cercato di usare meno elettricità”, aggiunge Tuti, che lavorava per un fornitore di Adidas, anche lei in Indonesia.

“La mia famiglia è sopravvissuta durante il lockdown solo grazie ai vicini. Ci regalavano qualcosa da cucinare. La fabbrica e il committente non hanno fatto nulla per noi”, dice Usha, che lavora nella fabbrica che rifornisce H&M a Bangalore, un hub dell’abbigliamento in India: “Sono svenuta per la pressione alta e in ospedale il medico diceva ‘deve rilassarsi’. Ma come posso, se non so da dove arriverà il prossimo pasto?”.

“Non ho ricevuto stipendio in aprile e maggio 2020. Ho impegnato i gioielli del matrimonio per mangiare e pagare la scuola di mio figlio: è il primo della mia famiglia che va al college, non volevo che rinunciasse solo perché siamo poveri. A volte non dormo la notte pensando ai debiti che ho fatto”, dice Ashok, lavoratore interinale nella fabbrica che rifornisce Walmart a Tirupur, India. Le storie si ripetono, simili. Persone che avevano un lavoro fisso ora lavorano alla giornata. Famiglie si indebitano e saltano i pasti. Ragazze e ragazzi lasciano la scuola per cercare lavoro. La crisi peserà sulle generazioni future.

Non è stato facile comporre un quadro così ampio. I ricercatori hanno intervistato 2.185 lavoratori in 189 fabbriche nei sei Paesi rappresentati dall’Afwa, che riforniscono una quindicina di note marche occidentali di abbigliamento. “Uno dei meriti della ricerca è fornire dati rigorosi e paragonabili in sei Paesi”, osserva Dev Nathan, professore all’Institute for Human Development, in India, che ne ha curato la presentazione. “C’è voluto un grande sforzo collettivo degli attivisti sindacali e altrettanto coraggio da parte dei lavoratori, che hanno raccontato le proprie storie nonostante intimidazioni e minacce”, osserva Anannya Bhattacharje. 

“Quello che hanno sofferto i lavoratori durante la pandemia non è un risultato collaterale della crisi […]. C’è una sistematica elusione di salario” – Ashim Roy

“Quello che hanno sofferto i lavoratori durante la pandemia non è un risultato collaterale della crisi”, dice Ashim Roy, già segretario della New trade union initiative, un’importante federazione sindacale in India, e co-fondatore di Afwa. Spiega che la crisi del Covid-19 non ha fatto che aggravare e rendere più evidenti meccanismi intrinsechi a questa industria: anche in tempi normali “c’è una sistematica elusione di salario”. La ricerca quantifica questo “furto di salario”: solo in quelle 189 fabbriche, che occupano 494mila persone, sono stati sottratti ai lavoratori almeno 157 milioni di dollari nel 2020. Tre quarti di quei lavoratori sono scivolati sotto quella che la Banca Mondiale considera “soglia di povertà”. Le donne sono state colpite in modo sproporzionato. E la crisi non è finita: il lavoro riprende ma gli arretrati non arrivano e i salari non sono tornati ai livelli pre-pandemia.

Torniamo al punto: a licenziare o negare il salario sono aziende locali, ma le grandi marche dell’abbigliamento hanno una responsabilità. “Si nascondono dietro i codici di condotta, ma non basta”, dice Ashim Roy. I sindacati riuniti in Afwa chiedono un “nuovo contratto sociale”, un meccanismo globale di protezione sociale per i lavoratori. Intanto lanciano sfide legali. A Bangalore la Afwa e i sindacati locali hanno avviato un ricorso contro H&M, che ritengono corresponsabile di varie violazioni verso i lavoratori nello stabilimento che produce su sua commessa: infatti, dicono, ha il totale controllo su ritmi e condizioni di lavoro in fabbrica. Analoga azione legale è stata lanciata in Sri Lanka; là i sindacati dicono che le imprese committenti (Levi Strauss & Co, Columbia Sporting Company, Asics, DKNY e Tommy Hilfiger) sono il “datore di lavoro ombra”, corresponsabile dei salari non pagati alle lavoratrici di Katunayake, presso Colombo. 

Durante la pandemia abbiamo visto attuare un “sussidio all’inverso”, dice Dev Nathan: “Una massiccia estrazione di valore dai lavoratori nei Paesi asiatici, che con i propri mancati salari hanno permesso alle marche occidentali dell’abbigliamento di salvaguardare i profitti”. A prezzo di pasti saltati e bambini che abbandonano la scuola. 

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