Diritti / Attualità

Industria tessile e diritti: il nuovo accordo in Bangladesh per la sicurezza dei lavoratori

In vigore dal primo settembre, avrà una durata di 26 mesi e subentra al precedente patto firmato dopo il crollo del Rana Plaza, nel 2013, in cui morirono oltre mille lavoratori. Tra le novità, accolte con favore dalle Ong impegnate da anni sul campo, l’impegno a estenderne l’applicazione ad almeno un altro Paese

© Marcel Crozet / ILO

Il primo settembre 2021 è entrato in vigore il nuovo accordo vincolante sulla sicurezza dei lavoratori del settore tessile in Bangladesh (“International accord for health and safety in the textile and garment industry”) della durata di 26 mesi, che subentra al cosiddetto Accord on fire and building safety siglato nel 2013, all’indomani del crollo del Rana Plaza, in cui sono morti oltre 1.100 lavoratrici e lavoratori. L’Accordo, siglato da circa 200 brand di moda internazionali, ha rappresentato un’iniziativa “altamente innovativa” -come ha sottolineato la campagna Abiti puliti– che ha permesso di mettere in sicurezza le fabbriche dove lavorano oltre due milioni di persone “grazie alla sua forte solidità legale, alla trasparenza e a un meccanismo di controllo indipendente”. L’Accordo, legalmente vincolante, era scaduto il 31 maggio 2021 ed era stato prorogato per tre mesi, fino al 31 agosto, grazie a un patto raggiunto last minute tra rappresentanti sindacali e i brand internazionali.

Per alcune settimane, si è temuto che i marchi firmatari dell’accordo originario non volessero impegnarsi a firmarne uno nuovo vincolante che li obbligasse a farsi carico della sicurezza delle fabbriche tessili in Bangladesh. Poi, a pochi giorni dalla deadline del 31 agosto, l’annuncio della firma del nuovo Accordo che “conserva e fa progredire gli elementi fondamentali che hanno permesso all’Accordo di ottenere buoni risultati”, come si legge sul sito del sindacato IndstriAll global union, federazione sindacale internazionale che rappresenta oltre 50 milioni di lavoratori nel mondo.

Il nuovo Accordo internazionale poggia le proprie basi sui principi fondamentali di quello siglato nel 2013: libertà di associazione per i lavoratori, attuazione di controlli indipendenti nelle fabbriche, formazione sistematica dei comitati di sicurezza, governance condivisa tra i lavoratori e i marchi e un programma di sensibilizzazione dei lavoratori. Oltre all’obbligo per i brand di pagare prezzi sufficienti ai fornitori per garantire la sicurezza sui luoghi di lavoro e l’obbligo di interrompere i rapporti con qualsiasi fabbriche che si rifiuti di operare in sicurezza.

Partendo da questa base (che, sottolineano i sindacati, ha salvato innumerevoli vite) il nuovo Accordo internazionale compie importanti passi avanti: ad esempio con l’allargamento della copertura alla sicurezza in generale e non solo a quella anti-incendio e degli edifici. Altro elemento innovativo è l’impegno a estendere l’applicazione dell’Accordo internazionale ad almeno un altro Paese entro i primi due anni dall’entrata in vigore. Per Valter Sanches, segretario generale di IndustriAll global union, la firma del nuovo Accordo internazionale rappresenta “un’importante vittoria per rendere l’industria tessile e dell’abbigliamento sicura e sostenibile”. Ora la palla tocca alle aziende che “devono mostrare il loro impegno e firmare il rinnovato accordo”.

Nell’ambito del nuovo accordo, il proseguimento dei progressi compiuti in materia di sicurezza degli edifici e prevenzione degli incendi negli ultimi otto anni e l’espansione del programma al di là del Bangladesh, saranno garantiti attraverso il lavoro del segretariato dell’accordo, un organismo di sorveglianza pienamente indipendente con l’autorità di verificare e far rispettare gli impegni da parte dei marchi.

Un momento della campagna “Who made my clothes” in Bangladesh nel 2019 © IndustriALL Global Union

La firma del nuovo Accordo internazionale è stata accolta con favore dalle organizzazioni non governative (Clean Clothes Campaign, Worker Rights Consortium, Maquila Solidarity Network e Global Labor Justice-International Labor Rights Forum) che sottolineano l’importanza di “avviare rapidamente e senza riserve” l’espansione della copertura prevista dall’Accordo internazionale al di là del Bangladesh “a beneficio dei lavoratori del settore tessile e dell’abbigliamento che da anni chiedono misure di sicurezza più efficaci”.

“Ogni marchio responsabile di abbigliamento e tessile, ogni marchio che attribuisce un valore alla vita dei lavoratori che operano nella sua filiera, firmerà questo nuovo accordo”, è l’auspicio delle Ong. Sottolineando l’importanza che anche i marchi e i distributori che non avevano siglato l’accordo originario ora firmino il nuovo testo. “Queste imprese hanno scelto consapevolmente di mettere a rischio la vita dei lavoratori nelle loro fabbriche fornitrici; la loro imprudenza deve ora cessare”, si legge nel comunicato congiunto diffuso dalle associazioni. Secondo quanto riferito dalla Reuters, H&M e Inditex (multinazionale spagnola dell’abbigliamento, proprietaria tra gli altri del brand Zara) hanno confermato di aver firmato il nuovo accordo.

L’impegno a estendere l’applicazione del nuovo Accordo internazionale a un altro Paese è particolarmente importante alla luce dei cambiamenti globali della filiera del tessile. Secondo gli ultimi dati forniti dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) il Vietnam ha sottratto al Bangladesh il secondo posto nella classifica dei Paesi esportatori di ready-made garment, quei capi d’abbigliamento che vengono prodotti in serie e sulla base di taglie prestabilite. La Cina, che mantiene inalterato il primo posto in questa classifica, detiene il 31,6% dell’export globale nonostante un calo del 7% nel 2020, con un valore di mercato complessivo di 142 miliardi di dollari. Mentre il Vietnam ha raggiunto i 29 miliardi di dollari e controlla il 6,4% dell’export mondiale contro i 28 milioni di dollari del Bangladesh che nel 2020 ha registrato un calo delle esportazioni. Ad alimentare la produzione e l’export di capi d’abbigliamento dal Vietnam, anche la firma di un accordo per il libero commercio tra Hanoi e l’Unione europea.

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