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Diritti / Opinioni

Liberiamoci dalla “dittatura” del moderatismo

Nei tempi difficili e pericolosi che viviamo servono pensieri nuovi e radicali, che arrivano soprattutto dai più giovani. Per immaginare un mondo diverso. La rubrica di Lorenzo Guadagnucci

Tratto da Altreconomia 252 — Ottobre 2022
Una manifestazione di Extinction Rebellion a Londra nel 2019 © Alexander Savin

Ormai quasi quindici anni fa Marco Bascetta e Marco D’Eramo pubblicarono “Moderato sarà lei” (Manifestolibri, 2008) un libro che metteva a fuoco un tratto saliente della politica post-1989: l’avvento -diciamo pure il dominio- di una postura accomodante, sostanzialmente passiva, di accettazione del mondo così com’è. Era una versione pratica della teorica “fine della storia” e veniva descritta dai due autori come una forma di estremismo, proprio perché rifiutava, spesso con foga e toni perentori, qualsiasi ipotesi di non rassegnazione allo stato delle cose esistente, ossia l’ortodossia neoliberista.

Non ci siamo ancora liberati di questa “dittatura” del moderatismo, che col tempo ha eroso il sistema politico, portandolo a un’omologazione che rende poco distinguibili -almeno sulle scelte di fondo, sulle visioni di società- le forze politiche che si contendono il potere. Ne è derivato non solo un diffuso scetticismo verso i maggiori partiti, testimoniato dal crollo della militanza e dell’affluenza al voto, ma anche una certa diffidenza verso il pensiero divergente e le azioni conseguenti.

Qualcuno ha detto che oggi è più facile pensare la fine del mondo che la fine del capitalismo: siamo insomma di fronte a una paralisi dell’immaginazione, che è l’altra faccia della prevalenza (anche mentale) del moderatismo. Eppure viviamo in tempi così difficili e così pericolosi per la convivenza collettiva e per il futuro comune, che proprio di pensieri nuovi e radicali abbiamo bisogno. Bascetta e D’Eramo, tra le altre cose, dicevano che il moderatismo estremista prendeva di mira specialmente i giovani e le loro aspirazioni di cambiamento: una considerazione che dovremmo applicare all’attualità. È proprio fra i giovani che in questa fase storica stanno maturando le proposte e le posizioni più interessanti e di prospettiva, per quanto abbiano poco spazio nel dibattito pubblico.

Quest’estate, per esempio, hanno avuto poca attenzione mediatica (ma molta attenzione poliziesca) le azioni compiute da vari gruppi ecologisti giovanili in musei e altri luoghi pubblici (incollandosi o incatenandosi a opere d’arte, scalando palazzi del potere) allo scopo di riportare al centro dell’attenzione l’emergenza climatica, uno snodo attorno al quale si potrebbe (e dovrebbe) rifondare il pensiero politico contemporaneo. La politica ufficiale è impegnata nei suoi “bla bla bla” (per citare Greta Thunberg) e intanto compie scelte contro il futuro di tutti: c’è invece il bisogno di rifondare una società capace di futuro, potremmo dire che occorre costruire una nuova antropologia, meno autoreferenziale, più connessa al vivente. Serve un immaginario post-capitalista, quindi una rottura col moderatismo imperante.

Ventisette anni fa moriva Alexander Langer (1946-1995), il politico e attivista che indicò l’urgenza di una “conversione ecologica” dell’economia, della società e delle stesse vite individuali. Il suo motto era: “Lentius, profundius, suavius” (“Più lento, più profondo, più dolce”)

A Torino, durante il Climate social camp organizzato a fine luglio dagli attivisti di Fridays for Future, l’intervento più acclamato è stato quello dei rappresentanti del collettivo Gkn, la fabbrica fiorentina chiusa improvvisamente un anno e mezzo fa e divenuta il fulcro di impreviste mobilitazioni locali e nazionali, nonché di concrete proposte di rinnovamento in chiave ecologica delle produzioni. Lo slogan degli operai fiorentini ha fatto il giro d’Italia ed è diventato un patrimonio comune: “Insorgiamo”. Non a caso, rimanda alla Resistenza, e forse proprio da lì andrebbe ripreso lo spirito necessario al tempo presente: i partigiani non solo lottarono per la liberazione e la fine della guerra, ma seppero anche immaginare un mondo del tutto diverso, senza moderatismi, senza paura, unendo pensiero e azione.

Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Noi della Diaz” e “Parole sporche”

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