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Diritti / Opinioni

Le guerre non si possono umanizzare

© Maria Oswalt, unsplash

Nella prefazione del libro “La tortura”, Sartre invitava a fare la pace per salvare Francia e Algeria in conflitto. Un insegnamento ancora valido. La rubrica di Lorenzo Guadagnucci

Tratto da Altreconomia 251 — Settembre 2022

Lo scorso giugno l’editore Einaudi ha ripubblicato un libro che ha un posto importante nella storia politica europea. È “La question” di Henri Alleg, uscito inizialmente in Francia nel 1958, pubblicato in Italia col titolo “La tortura”. Alleg era un militante comunista e direttore del quotidiano Alger républicain, messo al bando nel 1955 nel pieno del conflitto che avrebbe portato -alcuni anni dopo- alla fine del regime coloniale e all’indipendenza dell’Algeria. 

Alleg fu arrestato nel 1957 e internato nella caserma dei paracadutisti di El-Biar, alla periferia di Algeri, prima di essere avviato a un campo di detenzione. All’inizio del 1958 Alleg riuscì a far uscire dal campo un dettagliato diario delle torture subite a El-Biar; la pubblicazione del libro in Francia fece enorme scalpore. Alleg raccontava con precisione quello che aveva subito: le scosse elettriche in varie parti del corpo, compresi i genitali, il waterboarding, il siero della verità, l’incatenamento e l’essere appeso al soffitto per i piedi. Una macchina della tortura durata un mese. 

Alleg non parlò, non fece i nomi di chi lo aveva protetto durante la latitanza e finì per guadagnarsi il rispetto dei suoi stessi carnefici, portatori di un’ideologia violenta e machista, abituati a torturare militanti “musulmani”, cioè gli algerini autoctoni, mentre Alleg era un francese europeo. Anche per questo la sua testimonianza scosse la Francia, già raggiunta dalle notizie sui “metodi” usati dai militari contro la rivolta algerina: stavolta le rivelazioni venivano da un europeo, da un “bianco”, per quanto comunista. 

Jean-Paul Sartre scrisse un’ispirata prefazione a “La question”. “Durante la guerra -si legge già nelle prime righe- quando la radio inglese o la stampa clandestina ci parlavano dei massacri di Oradour-sur-Glane (dove il 10 giugno 1944 le SS uccisero 642 civili e il paese fu dato alle fiamme per rappresaglia, ndr), guardavamo i soldati tedeschi che passeggiavano per le vie con aria innocua (…). Eravamo fieri di noi, perché riuscivamo a non capirli. Oggi sappiamo che non c’è nulla da comprendere, tutto si è compiuto insensibilmente, con abbandoni impercettibili; quando abbiamo levato il capo, abbiamo visto nello specchio un volto sconosciuto, odioso: il nostro”.

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Quante volte, in questi anni, abbiamo vissuto lo stesso senso di vergogna. E quante volte ancora accade. Quando assistiamo impotenti all’ennesimo naufragio nel Mediterraneo. Quando la retorica sullo scontro di civiltà in atto in Ucraina (le democrazie contro le autocrazie) cozza col “sacrificio” dei curdi e del diritto d’asilo sull’altare dell’alleanza militare e politica con l’autocrate turco Recep Tayyip Erdoğan. Quando la sovranità nazionale, l’autodeterminazione dei popoli, il diritto all’autodifesa diventano princìpi a corrente alternata, validi solo se funzionali agli interessi geopolitici del momento. Sartre, nell’introduzione al libro di Alleg, diceva che la guerra d’Algeria non poteva essere umanizzata: se vogliamo “salvare la Francia dalla vergogna e gli algerini dall’inferno -scriveva- abbiamo un solo mezzo. Sempre lo stesso, il solo che abbiamo mai avuto, il solo che avremo mai: aprire i negoziati, fare la pace”.

È un insegnamento che vale ancora oggi. Dobbiamo fare la pace, e non solo in Ucraina, lavorando per un cessate il fuoco. Dobbiamo fare la pace con la democrazia e con le sue regole, mettendo da parte la rovinosa realpolitik di questi tempi; la pace coi diritti umani e con ciò che ne consegue: il rispetto di ogni esistenza, l’accoglienza di ogni persona. E si potrebbe continuare. Quando torneremo a guardarci allo specchio senza vergogna? 

Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Noi della Diaz” e “Parole sporche”

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