Diritti / Opinioni

Carcere, arresti domiciliari, obbligo di firma: la gestione poliziesca del dissenso giovanile

L’opinione comune tace trincerandosi dietro il “qualcosa avrà fatto”. Anni bui per la democrazia. La rubrica di Lorenzo Guadagnucci

Tratto da Altreconomia 250 — Luglio/Agosto 2022
Milano, protesta studentesca © depositphoto

Por algo será”: qualcosa avrà fatto. Così reagiva molta gente in Argentina di fronte agli arresti di tanti giovani contestatori. Erano gli anni della dittatura militare. L’espressione è tornata in mente a una delle “Mamme in piazza per la libertà di dissenso”, organizzazione informale nata dopo i provvedimenti di custodia cautelare presi in alcune città italiane -Roma, Milano e soprattutto Torino- contro giovani attivisti scesi in piazza nell’inverno scorso per manifestare contro l’alternanza scuola-lavoro, all’indomani della morte di Lorenzo Parelli e Giuseppe Lenoci, o per azioni legate alla lotta contro il disastro climatico in corso.

Perquisizioni in casa all’alba, obbligo di firma in questura, arresti domiciliari, in tre casi custodia in carcere: per le “mamme” è stato un comprensibile shock, per l’opinione pubblica assai meno, visto che alle notizie dei provvedimenti non è seguito alcun serio dibattito. Pochi gli articoli sui quotidiani, inesistenti gli approfondimenti: perciò, ancora una volta, è toccato ai familiari organizzarsi e magari scrivere reportage sui giornali (è successo con gli articoli su Domani di Selvaggia Lucarelli, madre di uno dei ragazzini finiti nel ciclone giudiziario e poliziesco).

L’accostamento all’Argentina degli anni più bui impressiona e può apparire eccessivo, ma è un fatto che sia toccato alle mamme domandarsi se le misure cautelari non siano una misura sproporzionata per giovanissimi incensurati, se la repressione sia la risposta adeguata alle richieste di ragazzi preoccupati per il loro futuro, se in Italia non stiamo affrontando con superficiale moralismo -gli “sdraiati”, i ragazzi iperconnessi e passivi e così via- l’emergente questione giovanile. 

“Non è giustizia questa, non è applicazione delle leggi dello Stato -ha detto una delle mamme, intervistata dalla fanzine indipendente Rubik, curata da Giuliana Sias per il numero uscito a giugno-. È accanimento contro i giovani e le giovani che non si rassegnano allo stato delle cose e sognano un mondo più giusto e più equo. È vendetta di una generazione, la nostra, che non riesce a fare funzionare le cose”.

Sono sette i giovani, tutti incensurati, sottoposti a Torino a misure cautelari (tre in carcere, quattro ai domiciliari) dopo le proteste dell’inverno scorso contro l’alternanza scuola-lavoro all’indomani della morte di Lorenzo Parelli e Giuseppe Lenoci.

Por algo será”, dunque: sembra il pensiero di tanti, anche nel mondo dei media, come al solito distratti quando si parla di proteste, manifestazioni, conflitti sociali affrontati con gli strumenti di polizia. Una distrazione che alla fine si estende anche a chi lavora nelle forze dell’ordine. Nello stesso numero di Rubik viene intervistato Graziano Lori, presidente dell’associazione Cerchio Blu, che si occupa fra le altre cose di dare supporto psicologico e psicosociale agli operatori di polizia. Lori dice che il disagio fra gli agenti è in grande espansione.

Stress da lavoro che viene trascurato. Dall’inizio dell’anno vi sono stati 26 suicidi e due tentativi di suicidio tra appartenenti alle forze dell’ordine. La richiesta che viene dal basso, dai cittadini, dice Lori, è di una polizia più dura, più simile ai reparti Celere degli anni Sessanta e Settanta che al modello immaginato con la riforma democratica del 1981. E così la tensione cresce. Le forze di polizia, a quanto sembra, covano una malattia non diagnositicata e tanto meno curata. La società e le sue istituzioni pubbliche, dice Lori, “non riescono a comprendere quanto sarebbe più auspicabile per tutti avere una forza pubblica moderna, o post-moderna, più snella e più comunitaria, cioè più vicina ai cittadini, per i cittadini”. Appunto. 

Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Noi della Diaz” e “Parole sporche”

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