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Finanza / Opinioni

L’Europa sola e sfasciata dalla Bce. Nell’austerità crescono solo le disuguaglianze

© Karolina Grabowska, unsplash

Le scelte dell’istituto di Francoforte su tassi e consumi, i posizionamenti geopolitici e lo smantellamento del sistema produttivo in nome della finanziarizzazione hanno messo l’Ue in un angolo. Cina e Stati Uniti ringraziano. E così il monopolio finanziario globale che ha cancellato il mercato. L’analisi di Alessandro Volpi

L’emarginazione dell’Europa è sempre più evidente. Dalla fine del 2023 il reminbi cinese è diventata la seconda valuta in cui avvengono le transazioni commerciali nel mondo, superando l’euro. Al Salone dell’auto di Ginevra, in programma dal prossimo 27 febbraio, oltre il 40% dei marchi presenti sarà cinese, con un evidente arretramento dell’industria automobilistica europea (il milione di veicoli in Italia di Stellantis è una barzelletta). Le rotte che passano per il Canale di Suez sono sempre più presidiate dalle compagnie di navigazione cinesi, pressoché le uniche a non subire attacchi da parte degli Houthi yemeniti durante la traversata del Mar Rosso.

Si tratta di tre aspetti dell’emarginazione europea che per varie cause (dalle scelte folli della Banca centrale europea, ai posizionamenti geopolitici, allo smantellamento del sistema produttivo in nome della finanziarizzazione) rappresenta ormai un dato evidente, destinato a caratterizzare un continente in costante crisi e dove, nell’austerità, crescono solo le disuguaglianze.

Nel frattempo gli Stati Uniti, dopo aver spinto gran parte dell’Europa verso l’uso del gas “naturale” liquefatto (Gnl) hanno deciso di contingentarne le esportazioni, con un’evidente ripercussione sui prezzi proprio per i Paesi europei, succubi di un incomprensibile atlantismo totale. Le Borse americane, poi, stanno bruciando nuovi record: società come Microsoft, Apple, McDonald’s e Nvidia continuano a registrare una crescita costante del valore dei loro titoli. Tutto questo accade mentre sono parzialmente interrotte molte delle rotte commerciali marittime: dallo Stretto di Hormuz al Canale di Suez fino a quello di Panama. Un fattore che dovrebbe essere decisivo visto che il 90% dei trasporti di merci mondiali avviene via mare.

Invece l’economia di carta statunitense esplode e garantisce ai fondi finanziari e ai super ricchi, che hanno il loro patrimonio in titoli, una stagione d’oro. Come mai? La risposta sta nell’ormai totale scollamento dell’economia finanziaria da quella reale in gran parte del Pianeta, il cui “cuore” si trova proprio negli Stati Uniti. E dove, anzi, le crisi politiche e sociali sono lo strumento di nuove speculazioni: si scommette sui prezzi trascinati in alto dalle crisi e si comprano azioni di società che sono sostenute dalla liquidità originata dalle stesse speculazioni. Non si tratta più di una bolla ma di una nuova forma di capitalismo, dove la finanza crea nuova finanza, senza soluzione di continuità, in un regime di monopolio globale che riesce a creare l’opinione dominante e a drenare quote sempre maggiori di risparmio.

In questo contesto la presidente della Banca centrale europea (Bce), Christine Lagarde, continua a sostenere che i tassi di interesse resteranno fermi al 4,5% senza specificare per quanto tempo. Ma l’elemento più sconcertante è la motivazione addotta: la presidente ha sostenuto infatti che il calo dell’inflazione non è sufficiente a giustificare un taglio dei tassi, notando al contempo che l’economia europea è ferma e che la situazione sta peggiorando proprio per i tassi alti della Bce, destinati a contrarre i consumi e a impoverire le aziende. In pratica, l’istituto di Francoforte sta sfasciando l’economia europea, ma non ancora a sufficienza e dunque deve distruggerla ancora per un po’, in maniera del tutto consapevole.

L’incredibile paradosso è accentuato dal fatto che la stessa Banca centrale europea remunera i depositi ricevuti dalle banche con un tasso del 4%: in altre parole gli istituti di credito hanno un rendimento garantito dai propri depositi presso la Bce pari al 4%. In simili condizioni le azioni dei principali istituti registreranno ulteriori apprezzamenti e il collocamento del debito pubblico, così come gli investimenti, resteranno assai costosi.

Alla luce di questa situazione sarebbe naturale che il dibattito sulle elezioni europee avesse un rilievo ben diverso da quello riservatogli da politica e media. Dovrebbe vertere, in primo luogo, su un’idea di Europa radicalmente differente da quella proposta dall’attuale Commissione e dei vari governi, capace di mettere al centro proprio la lotta alle disuguaglianze. Solo questa strada, infatti, è in grado di restituire all’Unione europea la capacità di essere un punto di riferimento collettivo. La credibilità di una moneta, la forza del sistema produttivo e l’affidabilità della politica estera hanno molto a che fare con la volontà di costruire la giustizia sociale. Una volontà che è stata per troppo tempo sostituita dalla religione di un mercato che ormai in Europa non esiste più, cancellato dall’avidità della finanza, alimentata da una perenne austerità tossica.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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