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Economia / Opinioni

Il binario morto delle privatizzazioni. Se lo Stato si fa garante dei dividendi dei fondi

Il Governo Meloni ha avviato un piano che prevederebbe la cessione di quote di Eni, Poste e persino Ferrovie. Un’operazione che fa gola agli speculatori e che non produce alcun vantaggio in termini di riduzione del debito pubblico. “Il sovranismo della destra si trasforma in liberismo protetto”, osserva Alessandro Volpi

© Johannes Plenio - Unsplash

Nel 2024 ci saranno ben 11 Paesi che dovranno essere sanzionati perché non rispettano i vincoli europei sul deficit, per effetto del ripristino del Patto di stabilità, accettato da tutti i governi, Italia compresa. Per provare a evitare queste sanzioni che cosa fa il nostro governo? Decide di avviare un piano di privatizzazioni che prevede la cessione di quote di Eni, Poste Italiane e persino Ferrovie dello Stato.

In pratica si smontano settori strategici, dopo aver già ceduto la rete telefonica, quella autostradale e varie altre infrastrutture. In sintesi, l’Europa inventa regole astruse -sono pochissimi i Paesi che hanno un rapporto deficit/Pil inferiore al 3%- e per provare a rispettarle il governo italiano accetta il modello dl “turboliberismo” vendendo i propri asset strategici ai grandi fondi finanziari.

Intanto il Pil è stimato allo 0,6%, a dimostrazione che senza la droga mortale dell’inflazione, l’Italia è ferma anche sul piano dei numeri nominali. È davvero difficile capire allora a che cosa servono le regole europee dell’austerità quando l’Europa è in profonda crisi, è interessata da conflitti drammatici e, paradossalmente, ha una moneta, l’euro, che il resto del mondo non usa perché rappresenta economie in affanno a causa dell’adozione politica di un perenne rigore.

Si tratta di una considerazione che ha una risposta chiara: le regole europee servono molto alla finanziarizzazione globale e all’affermazione dei super fondi, pronti a fare facile shopping ovunque. In quest’ottica l’Italia sta diventando un Paese modello. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è recato al World Economic Forum di Davos con un obiettivo pressoché unico. Trovare compratori per il debito italiano. Ha così incontrato il più grande gestore di fondi hedge, Ray Dalio, a capo di Bridgewater Associates che utilizza gran parte di suoi 235 miliardi di attivi per acquistare e vendere titoli di Stato in giro per il mondo. Ha poi fatto la stessa richiesta a Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, e ai vertici di Bank of America. Un’analoga interlocuzione è stata avviata con i ministri delle Finanze del Qatar e dell’Arabia Saudita, titolari di grandi fondi sovrani.

È evidente che la fine degli acquisti da parte della Banca centrale europea e l’aumento delle partite di debito pubblico da collocare hanno indotto il ministro Giorgetti a coltivare una pericolosa dipendenza da speculatori di professione e da soggetti finanziari naturalmente inclini a chiedere interessi molto alti; o, in alternativa, ad ottenere condizioni di esplicito favore nell’ambito della nuova ondata di privatizzazioni. Per un Paese con un debito vicino ai 3mila miliardi di euro e senza una banca centrale in grado di gestirlo, il destino della subalternità ai grandi poteri finanziari è tracciata e proprio le privatizzazioni rappresentano un dato paradigmatico.

Come accennato, sembra che il Governo Meloni stia pensando di inserire una quota di Ferrovie dello Stato tra le vendite possibili. In realtà una procedura in tal senso era già stata avviata nel novembre del 2015, durante il Governo Renzi, dal ministro Graziano Delrio. Ferrovie dello Stato è, attualmente, l’unica infrastruttura ancora rimasta pubblica al 100%. Quando venne ipotizzata la cessione, il 40% delle azioni di Ferrovie fu stimato intorno ai quattro miliardi di euro.

Riprendere una simile strada sarebbe una follia per almeno tre ragioni. La prima. Non avrebbe alcun senso pensare di dare un “segnale” ai mercati con una tale misura sperando di alleviare il costo del debito. I mercati ormai seguono dinamiche speculative e il debito italiano non è certamente reso più affidabile dalla cessione di un’infrastruttura strategica. La seconda ragione è proprio la natura strategica della rete; privatizzare le ferrovie significa cancellare la storia che ha sempre dimostrato la necessità di una proprietà e una gestione pubblica delle reti. Affidare la rete ai privati vorrebbe dire smantellare ogni possibile politica di tutela dei territori più deboli. La terza ragione è riconducibile ai caratteri dei compratori che sarebbero, assai probabilmente, i grandi fondi finanziari, interessati solo alla distribuzione di dividendi e non certo alle politiche dei trasporti di un Paese.

In questo senso, considerazioni analoghe valgono per Poste. La dismissione del 20% di tal società potrebbe generare un incasso di 2,7 miliardi di euro, ma significherebbe rinunciare a circa 260 milioni di euro annui di dividendi, trasferiti in toto ai fondi, con una perdita evidente e senza alcun reale vantaggio in termini di riduzione del debito pubblico. Peraltro, cedere quote di proprietà di società così essenziali comporta per gli acquirenti privati il beneficio di poter disporre di un socio pubblico che certo non varerà provvedimenti in contrasto con la stessa distribuzione di dividendi azionari perché interessato a riscuoterli. Il sovranismo della destra di governo si trasforma così in un liberismo protetto dove lo Stato è garante dei dividendi dei privati. Ma c’è ancora di più. Tra le idee concepite per fare cassa compare quella di “privatizzare le concessioni”, a cominciare dai porti. Se così fosse, saremmo davvero oltre ogni limite. Pensare di fare cassa vendendo concessioni demaniali vuol dire cedere ai privati e di nuovo, date le dimensioni della cessione, ai grandi fondi finanziari parti intere del territorio del nostro Paese. Siamo davvero al paradosso. Da un lato la maggioranza di destra invoca il più ruvido patriottismo e dall’altro cede ai fondi finanziari la “proprietà” dei più rilevanti beni pubblici.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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