Diritti / Opinioni

L’esternalizzazione delle frontiere, contro il diritto d’asilo

In forza di accordi con Paesi terzi, l’Unione europea ostacola le rotte migratorie e nega garanzie dovute. Non solo in Libia. La rubrica dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione a cura di Gianfranco Schiavone

Tratto da Altreconomia 223 — Febbraio 2020
© Daan Huttinga - Unsplash

Si sta iniziando, anche nel nostro distratto Paese, a parlare di “esternalizzazione” delle procedure di asilo o più in generale di esternalizzazione del controllo delle frontiere. Di che si tratta? L’esternalizzazione non è una nozione ben definita ma possiamo definirla come l’insieme delle azioni economiche, giuridiche e militari realizzate da soggetti statali e sovrastatali (come la Ue), generalmente nei territori di Paesi terzi, finalizzate ad impedire o ad ostacolare che i migranti (e in modo particolare i richiedenti asilo) possano entrare nel territorio degli Stati che sostengono dette azioni. Impedire con ogni mezzo, più o meno legale, l’accesso al proprio territorio e ai diritti che ciò comporta è quindi l’obiettivo centrale di ogni azione di esternalizzazione. Non si tratta di una idea nuova bensì di una sorta di strategia ricorrente che ha assunto forme cangianti a seconda del contesto storico. Indubbiamente sono forme di esternalizzazione, divenute del tutto legali ed accettate oramai in modo acritico, le varie nozioni di “Paese terzo sicuro” diffusissime in tutti i Paesi dell’Ue. Per alcuni aspetti lo stesso Regolamento di Dublino è storicamente nato quale sottile forma di esternalizzazione interna ai Paesi europei ed è oggi evidente quanto quel pessimo Regolamento sia in contrasto con i principi di solidarietà e di equa distribuzione delle responsabilità, anche finanziarie, sancito dall’art. 80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione.

Se da queste forme di soft externalitation, purtroppo consuete, guardiamo agli ultimi sviluppi in atto nelle aree d’Europa quali il Mediterraneo, più vicine geograficamente alle situazioni di crisi e soprattutto ai Paesi extraeuropei con un’altissima migrazione di transito (come la Turchia e l’intera immensa area dell’Africa sub-sahariana) incappiamo in forme di esternalizzazione molto più dure e persino brutali nelle quali il confine tra ciò che può essere considerato “legale” e ciò che non lo è affatto diviene del tutto indefinito.

In un recente documento di analisi giuridica di ASGI (gennaio 2020, disponibile online) si ripercorrono le principali tappe delle attuali politiche di esternalizzazione attuate dall’Italia e dall’Unione Europea, concentrandosi in particolare su ciò che è avvenuto tra il 2015 ed oggi. La ricostruzione dei diversi accordi, programmi e piani di azione con Paesi terzi non è agevole. Il loro contenuto (e il loro finanziamento) viene spesso celato. Qualunque sia il gioco linguistico con il quale vengono denominati, andrebbero discussi e autorizzati dal Parlamento, come prevede l’art. 80 della Costituzione. Ma ciò non avviene.

I filoni principali degli accordi sono due, quasi sempre compresenti: da un lato il supporto per accrescere le capacità del Paese terzo ad accogliere, gestire i migranti e rinforzare il proprio sistema d’asilo; dall’altra il finanziamento (e talvolta la messa a disposizione diretta di personale e strumentazioni tecniche) per contrastare la cosiddetta immigrazione irregolare e aiutare i Paesi coinvolti a presidiare meglio i propri confini terrestri o marittimi. Se il primo obiettivo non susciterebbe, preso da solo, degli interrogativi, è il secondo, da solo o nella sua sovrapposizione con il primo, a suscitare non poco allarme.

Nel testo dei diversi accordi/protocolli/piani di azione promossi dalla stessa Ue il riferimento al rigoroso rispetto delle convenzioni internazionali sui rifugiati e al rispetto dei diritti umani in generale è sempre presente ma in modo del tutto vacuo, sotto forma di una stucchevole formula di stile, mentre nella realtà avviene in modo sempre più diffuso che vengano di fatto sostenuti interventi di controllo, repressione violenta, internamento, respingimento dei rifugiati, nonchè la realizzazione di ogni altro modus operandi che abbia come obiettivo l’impedimento alla fuga delle persone verso la ricerca di una effettiva protezione. Si tratta, ed è questo il nodo, di azioni che gli Stati europei non potrebbero da soli mai compiere, e certamente non sul territorio europeo, ma che vengono in tal modo realizzate fuori dal proprio territorio in collaborazione con altri stati. La Libia è il caso più mostruoso di questa situazione ma non è purtroppo l’unico.

Gianfranco Schiavone è studioso di migrazioni nonché vice-presidente dell’Asgi e presidente del Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus di Trieste

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