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Diritti / Attualità

Le verità scomode del governo azero raccontate dai dissidenti

Zhala Bayramova è un' attivista che sta girando l’Europa per raccontare la storia del padre Gubad Ibadoghlu, accademico della London school of economics agli arresti domiciliari per le sue ricerche sui combustibili fossili in Azerbaigian © Carlo Dojmi di Delupis

Attivisti, giornalisti, studiosi e artisti sono le “voci fuori dal coro” in Azerbaigian, dove dall’11 al 22 novembre si terrà la Cop29. Denunciano le violazioni dei diritti umani e la corruzione della famiglia Aliyev al potere. Adesso vivono in esilio

Tratto da Altreconomia 275 — Novembre 2024

In Azerbaigian è in corso una stretta repressione. Il numero dei prigionieri politici è aumentato da 90 a oltre 290. Il motivo è la Cop29, che si terrà dall’11 al 22 novembre a Baku.

La Conferenza è un appuntamento troppo importante e, nonostante sia un summit sul clima, il governo ritiene di poter siglare vari contratti per l’export di combustibili fossili, anche grazie alla massiccia presenza di lobbisti del settore.

Per questo vogliono tacitare ogni voce fuori dal coro che racconti delle violazioni dei diritti umani nel Paese”. Zhala Bayramova è una giovane donna che ha già dovuto affrontare molte prove difficili nella sua vita. Ora sta girando l’Europa per raccontare all’opinione pubblica, ai media e soprattutto ai decisori politici la vicenda di suo padre Gubad Ibadoghlu, stimato accademico della London school of economics e attivista anticorruzione. Le sue ricerche si sono concentrate in particolare sul settore dei combustibili fossili di cui è ricco il suo Paese, l’Azerbaigian. Ibadoghlu è stato arrestato nel luglio del 2023, quando è tornato in Azerbaigian per visitare la madre malata.

“La sua auto è stata investita da una macchina della polizia, causando dei danni permanenti a mia madre, che era con lui. I nove mesi in prigione sono stati durissimi, con un accesso molto limitato al cibo e all’acqua e nessuna cura e medicinali, nonostante mio padre fosse reduce da un intervento al cuore. Ora si trova agli arresti domiciliari, ma avrebbe bisogno di un’altra operazione”, spiega Bayramova, che ovviamente non può tornare in Azerbaigian ed è da tempo esule in Svezia.

Ibadoghlu con le sue ricerche aveva rivelato molte verità scomode per il governo azero: dagli impatti ambientali del settore estrattivo, al riciclaggio di denaro collegato e a come parte del gas che l’Azerbaigian esporta in Europa arrivi in realtà dalla Russia. Le riserve azere infatti non sarebbero così cospicue. Come denunciato da tempo da ReCommon, l’ampliamento della portata del Corridoio Sud del gas, che parte dall’Azerbaigian e arriva in Italia tramite il Tap fortemente voluto dalla Snam e dal nostro governo, sarebbe fattibile solo con l’uso del gas russo. Per aggirare le sanzioni, anche una quantità del valore di oltre un miliardo di dollari di petrolio russo sarebbe stata raffinata in Turchia tramite una società controllata dal governo azero, come riporta un recente rapporto della rete dell’Est Europa Cee Bankwatch e della Ong tedesca Urgewald.

Proprio in Germania, per la precisione a Berlino, risiede una cospicua comunità di azeri costretti a fuggire dal proprio Paese. Ne abbiamo incontrati alcuni dei più in vista, a partire da due giornalisti d’inchiesta: Leyla Mustafayeva e Afgan Mukhtarli.

Leyla Mustafayeva è la direttrice ad interim della testata indipendente Abzas Media © Carlo Dojmi di Delupis

Leyla Mustafayeva è direttrice ad interim di Abzas Media, testata indipendente che dirige da Berlino, dove è arrivata nel 2017, anche a seguito della prima forte stretta contro giornalisti ed esponenti delle Ong realizzata con una legge sui finanziamenti dall’estero, che di fatto rendeva quasi impossibile ricevere denaro da entità che non fossero azere.

“Due media indipendenti sono stati chiusi e venti giornalisti sono al momento in prigione, tra cui alcuni di Abzas Media che stavano indagando sugli appalti per la ricostruzione degli edifici distrutti dalla guerra in Nagorno Karabakh, che è appena tornato a essere territorio azero -denuncia Mustafayeva-. Abbiamo stabilito che da novembre 2024 Abzas Media sarà ‘ufficialmente’ in esilio, perché non è possibile continuare a lavorare in un Paese dove chi fa il suo lavoro di giornalista viene perseguitato e rinchiuso in prigione perché dà fastidio al potere”.

Il potere, in Azerbaigian, si identifica con la famiglia Aliyev. Da quando il Paese è diventato indipendente dopo il crollo dell’Urss, la presidenza è stata una sorta di affare privato, con l’elezione prima di Heydar, ex segretario del Partito comunista azero, poi del figlio Ilham, succeduto al padre dopo la sua morte nel 2003. Da allora, Ilham Aliyev ha consolidato il suo potere presidenziale attraverso anni di corruzione e clientelismo.

Nel 2016, i Panama papers hanno rivelato come, grazie a una rete di società segrete in paradisi fiscali offshore, la sua famiglia, i suoi consiglieri e i suoi alleati avevano costruito un impero, acquisendo costose case all’estero e ingenti quote nelle industrie del Paese. Tra queste ultime spiccava la Socar, l’azienda che gestisce l’oil&gas azero, di cui è direttamente il presidente a decidere i vertici.

Afgan Mukhtarli è un giornalista che ha passato tre anni in carcere per le sue inchieste sulla corruzione e la violazione dei diritti umani del regime azero © Carlo Dojmi di Delupis

Nel rapporto di Urgewald e Cee Bankwatch, si evidenzia come i grandi accordi di Socar con le aziende straniere siano stati spesso poco trasparenti e strettamente legati agli interessi dell’élite politica. Non sorprende sapere che Socar, la più grande azienda statale dell’Azerbaigian, sia stata accusata di violazioni dei diritti umani e di abusi.

Nel 2022, l’Organizzazione per la protezione dei diritti dei lavoratori del settore petrolifero ha riscontrato numerose violazioni in tutto il settore petrolifero dell’Azerbaigian, tra cui ritardi nei salari, discriminazioni sul posto di lavoro, rescissioni illegali di contratti, violazioni della salute e della sicurezza e inquinamento ambientale.

Ma nessuno sembra farci troppo caso, soprattutto tra i fedeli alleati dei governi europei. Alleati che hanno chiuso entrambi gli occhi sulla vicenda personale di Afgan Mukhtarli, come ci racconta lui stesso con dovizia di particolari in un bar della fu Berlino Est. “Nel 2015 mi sono trasferito in Georgia perché le mie inchieste sulla corruzione e la violazione dei diritti umani del regime mi stavano già provocando problemi. Ma le forze azere mi hanno rapito e portato in Azerbaigian, inventando delle scuse false per tenermi in prigione”. Condannato a sei anni di reclusione, Mukhtarli è stato liberato dopo tre anni di regime carcerario durissimo, che ne hanno minato il fisico, senza però scalfire la sua voglia di denunciare i soprusi del regime azero.

Jamal Ali è un rapper. È stato arrestato per aver criticato il presidente Aliyev e poi liberato solo grazie all’attenzione dei media legata all’Eurovision © Carlo Dojmi di Delupis

L’elenco dei “nemici” del governo di Baku non è però composto solo da giornalisti, avvocati o attivisti. Ci sono anche gli artisti, come il rapper Jamal Ali. “Vivo a Berlino da 12 anni. Nel 2012, quando in Azerbaigian si è tenuto l’Eurovision, ci sono state proteste di piazza contro il regime. Io ero stato invitato a esibirmi come musicista e a un certo punto il mio concerto è stato interrotto. Mi accusavano di aver insultato le autorità, cosa che non stavo nemmeno facendo. Poi ho iniziato davvero a criticare il presidente Aliyev. Allora mi hanno arrestato e tenuto in prigione per dieci giorni. Ma sono stato fortunato perché, grazie all’attenzione dei media legata all’Eurovision, sono stato rilasciato e ho avuto due possibilità”. Ovvero andar via o rimanere, avendo però la quasi certezza di trascorrere i successivi cinque anni in prigione. “Così ho deciso di venire a Berlino. Ci sono centinaia, forse migliaia di persone che fuggono dall’Azerbaigian verso la Germania. L’anno scorso, però, i due Paesi hanno rafforzato le loro relazioni diplomatiche. Non a caso, di recente molti azeri sono stati respinti alla frontiera tedesca”.

L’influenza dell’Azerbaigian sui governi europei si è manifestata anche in un caso di corruzione, come quello che ha visto protagonista l’ex deputato dell’Udc Luca Volontè, condannato a quattro anni di reclusione per aver ricevuto 500mila euro nel 2012-2013 dall’allora rappresentante dell’Azerbaigian all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, Elkhan Suleymanov. In cambio Volontè, allora presidente del gruppo Popolari-cristiano democratici, doveva orientare il voto del proprio gruppo parlamentare contro l’approvazione del rapporto del socialdemocratico tedesco Ernst Straesser sulle condizioni di 85 prigionieri politici a Baku. Ora il reato è andato in prescrizione. Intanto l’Azerbaigian continua a essere un “caro amico” del nostro governo, visto che è il primo Paese per import di petrolio e secondo per quello del gas.

Lo spazio “Fossil free” è curato dalla Ong ReCommon. Un appuntamento ulteriore -oltre alle news su altreconomia.it- per approfondire i temi della mancata transizione ecologica e degli interessi in gioco

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