Finanza / Attualità

Le porte girevoli di SACE e il futuro dell’agenzia pubblica di credito

A gennaio Rodolfo Errore ha lasciato la presidenza di SACE diretto verso Ludoil, società attiva nei settori petrolifero e petrolchimico, che ha beneficiato di almeno un prestito bancario da parte dall’agenzia. L’ennesimo incrocio tra industria fossile e finanza pubblica. L’analisi di ReCommon

Palazzo SACE a Roma © Wikimedia Commons

Il 19 gennaio, Rodolfo Errore ha lasciato la presidenza di SACE, l’agenzia pubblica italiana di credito all’esportazione, cioè l’assicuratore pubblico che copre dai rischi politici e commerciali le multinazionali italiane nel loro export e investimenti esteri. È poi recentissima la notizia che Errore troverà spazio ai vertici di Ludoil, società attiva nei settori petrolifero e petrolchimico.

Tra le varie parti del suo business, Ludoil possiede più di 150 stazioni di carburante, alcune delle quali in convenzione con Eni. Proprio dal cane a sei zampe negli anni scorsi Ludoil ha acquistato il deposito di carburante di Civitavecchia e l’oleodotto di collegamento al deposito Pantano di Grano, nodo di smistamento di carburanti per gli aeroporti, con cui rifornisce gli aeroporti internazionali di Roma.

Mentre Errore era alla presidenza di SACE, Ludoil ha potuto beneficiare di almeno un prestito bancario garantito da SACE grazie al programma “Garanzia Italia”, per un ammontare di 15 milioni di euro. “Garanzia Italia”, programma istituito dal governo Conte II con il “Decreto Liquidità” di aprile 2020 e rinnovato periodicamente, ha innescato il processo di radicale trasformazione di SACE per come abbiamo imparato a conoscerla, facendola diventare un attore di primo piano per tutto il Sistema-Italia, non solo sul lato dell’esportazione.

Il “Decreto Liquidità” permette infatti a SACE di garantire con i soldi pubblici i prestiti bancari alle aziende italiane in difficoltà per la pandemia operanti sul territorio italiano. Ciò significa che, in caso di insolvenza, i nostri soldi vanno a saldare il debito con le banche anche per le operazioni nazionali, non più solo per quelle internazionali.

Con la firma del decreto interministeriale tra ministero dell’Economia e delle Finanze e ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, avvenuta tra il 19 e il 22 gennaio, si sancisce il ritorno definitivo di SACE sotto l’ala diretta del dicastero di via XX Settembre, dopo gli anni sotto quella formale di Cassa Depositi e Prestiti.

La Corte dei Conti, nella sua relazione sul bilancio 2020 di SACE pubblicata il 5 febbraio, ha sollevato problemi non di poco conto. In primis, la concentrazione delle operazioni di garanzia di SACE, su cui pesano per più del 70% i settori oil&gas, petrolchimico e crocieristico. In seconda battuta, lancia un monito sulla futura governance di SACE, che deve prevedere persone competenti e integre, con l’obiettivo principale proprio di differenziare il portafoglio di operazioni garantite.

Con il “Decreto Semplificazioni” di luglio 2020, si affidava a SACE il ruolo di rilasciare garanzie a sostegno di progetti tesi ad agevolare la transizione verso un’economia pulita e circolare, nonché verso una mobilità sostenibile e intelligente. Di fatto, SACE sarà l’ente che dovrà facilitare l’implementazione “verde” del Green Deal italiano, poi concretizzatosi nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Un discreto paradosso, dal momento che SACE ha posto di recente garanzie a megaprogetti di gas fossile come Coral South e Mozambique LNG, in Mozambico, e Arctic LNG-2, nell’Artico russo. La porta girevole che ha condotto l’ex-presidente Errore verso l’industria fossile non stupisce quindi, ma deve essere un invito a monitorare che non funzioni anche in senso inverso, quello più pericoloso: che l’industria fossile faccia il suo ingresso nella finanza pubblica con le prossime nomine del consiglio di amministrazione di SACE.

Simone Ogno è campaigner finanza e clima di ReCommon

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