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Economia / Opinioni

Le conseguenze dello stop del petrolio russo

Le politiche adottate dall’Ue sono contraddittorie e non avranno un impatto sui prezzi dell’energia. Che continueranno a crescere. La rubrica di Alessandro Volpi

Tratto da Altreconomia 255 — Gennaio 2023
Ben Wicks, Unsplash

L’andamento dei prezzi dell’energia è instabile da mesi ma l’Europa sembra intenzionata a renderlo ancora più turbolento con due misure peraltro contraddittorie tra loro: l’embargo sull’importazione di petrolio russo trasportato via mare e il tetto al prezzo dello stesso fissato a 60 dollari. Rispetto a simili decisioni viene spontaneo domandarsi quale senso abbia imporre un limite al costo a un prodotto che si è deciso di non comprare più: questo sembra essere lo stato di confusione in cui si trova l’Europa, con conseguenze per nulla banali. Ma proviamo ad andare con ordine.

Dal 5 dicembre 2022 è vietato acquistare il petrolio russo. Una notizia certo non favorevole per l’andamento dell’inflazione, a meno che non si creda davvero alla capacità di abbassare i costi per opera di un tetto unilaterale (sarebbe la prima volta nella storia). Al di là della spinosa questione tutta italiana delle raffinerie di Priolo (SR) della società russa Lukoil (non potranno più usare il greggio di Mosca e già scontano difficoltà legate alla proprietà, con conseguenze per circa 10mila lavoratori) il tema generale è come reagiranno i prezzi di petrolio e gas alla luce di questa misura.

Per vari mesi quello del West Texas intermediate (Wti, estratto negli Usa e che funge da benchmark per il mercato) e del Brent (prodotto nel Mare del Nord) è rimasto abbastanza stabile: il listino di riferimento, infatti, è decisamente meno speculativo di quello del gas, ma resta l’incognita su improvvise impennate. In questa fase il petrolio “internazionale” si colloca stabilmente intorno agli 80-85 dollari al barile. Ora, il tetto imposto dall’Ue, insieme all’embargo, spingerà il petrolio russo verso la Cina e altri Paesi emergenti (oggi ha un prezzo attorno ai 65 dollari al barile) mentre l’Europa sarà costretta a rifornirsi da Norvegia o Stati Uniti, a un costo decisamente più alto.

60 dollari al barile è il prezzo fissato unilateralmente dall’Unione europea il 5 dicembre 2022 per l’acquisto del petrolio russo

I provvedimenti adottati dall’Unione europea non sembrano dunque una grande idea in grado di calmierare i prezzi. Ma esiste un ulteriore problema. Il petrolio russo è, in buona misura, raffinato mentre quello che dovrebbe sostituirlo, proveniente da altre zone di estrazione, è grezzo e quindi necessita di essere trattato. Questo genera due effetti negativi nel caso italiano. Il primo è costituito dal fatto che nel nostro Paese esistono ben pochi impianti dedicati, mentre il secondo si lega al costo che sarà comunque più elevato, proprio per l’esigenza della raffinazione. Un’ultima considerazione riguarda le cosiddette “navi fantasma” che violano le sanzioni, ma che sono già utilizzate per il petrolio venezuelano e iraniano, banditi dal mercato. I Paesi sanzionati stanno diventando troppi rispetto alla disponibilità di queste navi che hanno contribuito, sia pure in maniera illegale, a calmierare i prezzi.

C’è poi il tema del gas. È molto probabile che il suo prezzo (altamente speculativo) cresca rapidamente per effetto dell’embargo al petrolio russo: gli scommettitori punteranno sul rialzo derivante dall’ipotesi che una parte dell’approvvigionamento petrolifero mancante possa essere sostituito appunto dal gas. Non è un caso che il prezzo del Megawattora sia tornato a crescere senza reali modificazioni nell’offerta e nella domanda reali. Nel frattempo, l’inflazione produce seri danni al nostro Paese. Le stime più attendibili valutano in 270 miliardi di euro la distruzione di valore generata dal fenomeno inflazionistico, in larghissima parte indotto dai prezzi dell’energia.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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