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Diritti / Opinioni

L’agenda della salute per costruire la pace

L’Oms ha identificato questo tema come prioritario per tentare di arginare i conflitti in corso. Ma diversi Stati resistono. La rubrica di Nicoletta Dentico

Tratto da Altreconomia 267 — Febbraio 2024
Un'infermiera somministra il vaccino anti-Covid-19 in un villaggio delle Isole Salomone © WHO / Neil Nuia

In un libro di recente pubblicazione, uscito con raro tempismo, intitolato “Guerra o salute” (Pensiero scientifico, 2023) l’epidemiologo Pirous Fateh-Moghadam propone una disamina assai puntuale e carica di profondità storica sul tema della guerra da un punto di vista sanitario. Senza farsi strattonare da emozioni o propaganda, l’intento di Fateh-Moghadam è stimolare gli operatori sanitari a una nuova consapevolezza. E magari anche a una presa di posizione nella convinzione che chi promuove la salute nel mondo, per coerenza con i principi e i doveri della propria professione, abbia una ragione in più per sortire dal torpore o dal conformismo di posizionamenti tribali.

Come vediamo con il cuore impietrito, il mestiere delle armi è tornato di gran moda dopo la pandemia da Covid-19 per affrontare (non certo per risolvere) le controversie nazionali (guardiamo a quello che succede in Etiopia e in Sudan) e internazionali (Ucraina e Palestina). Il militarismo nel XXI secolo va alla grande e il comparto industriale bellico fa affari sfrenati senza soluzione di continuità. Il preambolo della Costituzione dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) si occupa del tema e afferma, con utopico senso della realtà, che “la salute di tutti i popoli è fondamentale al conseguimento della pace e della sicurezza, e dipende dalla massima cooperazione tra individui e tra gli Stati. Il raggiungimento da parte di ogni Stato della promozione e protezione della salute è un valore per tutti”.

Ma la realtà distopica è un’altra. In Ucraina e a Gaza, come è accaduto anche in Yemen e in Afghanistan, la consuetudine ormai è quella di usare gli ospedali e i presidi sanitari come campi di battaglia, bersagli da colpire in azioni di vero e proprio terrorismo, con massacri di operatori sanitari e persone ricoverate, che quasi sempre sperano di trovarvi rifugio. Tutto questo avviene in aperta violazione del diritto internazionale e di quello umanitario sebbene questi luoghi siano ancora più essenziali in tempo di guerra.

Ma c’è qualcuno che abbia mai pagato per questa strategia di affossamento delle regole della guerra e di devastazione dei luoghi deputati alla cura dei feriti, quando tutto intorno è bombe, sangue e morte? Nel 2019, Oman e Svizzera hanno lanciato all’Oms la Global health and peace initiative (Ghpi) con lo scopo di valorizzare l’agenda della salute per promuovere la pace nei contesti di conflitto, oltre che per incentivare il ruolo dell’Oms e del settore sanitario verso spiragli di pacificazione. Tedros Ghebreyesus, direttore dell’Oms, ha identificato questo tema come una delle priorità del suo secondo mandato, in sinergia con le altre agenzie Onu.

La quota dell’impegno umanitario dell’Oms che si concentra in contesti fragili e in situazione di conflitto è dell’80%. Dove si riscontra il 70% dei focolai di malattie a cui deve rispondere.

La roadmap della Ghpi, presentata per la prima volta all’assemblea mondiale del 2023, non ha però la strada spianata. Alcuni Stati membri -Sudafrica, Sudafrica e Brasile in primis- temono che l’iniziativa possa implicare un’estensione indebita del mandato dell’agenzia, nella misura in cui questo andrebbe a sconfinare con temi assai delicati: pace e sicurezza, il ruolo degli attori non statali, il concetto di nazione e di sovranità.

All’ultima sessione dell’assemblea dell’Oms diverse eruzioni geopolitiche hanno agitato i governi, tra cui una risoluzione contro la Russia per l’invasione in Ucraina, le obiezioni cinesi al ruolo di Taiwan come osservatore, gli scontri sullo stato della salute nei Territori palestinesi occupati e le schermaglie diplomatiche tra Azerbaijan e Armenia. La situazione non è certo migliore all’inizio del 2024: i bombardamenti su Gaza segnano un assedio senza precedenti, con la sistematica distruzione delle strutture sanitarie e l’uccisione di personale impegnato nella assistenza ai feriti. In questo abisso, sembra difficile far avanzare la pace.

Nicoletta Dentico è giornalista ed esperta di diritto alla salute. Già direttrice di Medici senza frontiere, dirige il programma di salute globale di Society for International Development

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