Interni / Inchiesta

La vita parallela del neofascista indagato per la strage di Bologna

Documenti inediti reperiti in Brasile da Altreconomia farebbero luce sugli spostamenti e sulle coperture dell’ex primula nera Paolo Bellini, che a Rio de Janeiro era Roberto Da Silva. I nuovi sviluppi sull’attentato del 2 agosto 1980

Tratto da Altreconomia 220 — Novembre 2019
Il piazzale della stazione di Bologna e le macerie e lo squarcio della bomba - wikipedia

Paolo Bellini, l’ex primula nera della destra neofascista italiana e indagato nella primavera di quest’anno per la strage di Bologna del 2 agosto 1980, avrebbe vissuto clandestinamente in Brasile coperto dall’identità di Roberto Da Silva. Lo rivelano documenti inediti reperiti da Altreconomia nell’Archivio di Stato brasiliano che consentono di fare luce su un periodo decisivo per l’Europa e in particolare per l’Italia, sul quale la magistratura del nostro Paese sta faticosamente cercando di fare luce. Gli atti in questione sono parte di uno scambio diplomatico (estremo 179) che reca in calce la firma di Mario Gibson Barboza, all’epoca ambasciatore brasiliano in Italia. Allegati a quelle comunicazioni ci sono copie del passaporto, del certificato di nascita, della scheda militare ed elettorale emessi proprio a nome di Roberto Da Silva. Facciamo un passo indietro. La figura di Bellini è tornata al centro della cronaca a metà 2019, quando la Procura generale di Bologna ne ha disposto l’iscrizione nel registro degli indagati sulla base di nuove prove rinvenute nell’ambito dell’indagine giudiziaria sui mandanti dell’attentato terroristico del 2 agosto 1980. Quel giorno -per l’esplosione di un ordigno alla Stazione Centrale di Bologna- morirono 85 persone, i feriti furono oltre 200.

Un frammento di quella tragedia riguarderebbe Bellini. “Si tratta di un filmato amatoriale girato quella mattina in stazione che ritrae una persona molto somigliante a lui poco dopo lo scoppio della bomba. Su queste immagini è in corso una perizia antropometrica” spiega Andrea Speranzoni, avvocato difensore delle vittime. “Un secondo elemento emerge dall’intercettazione di Carlo Maria Maggi, leader del gruppo neonazista Ordine Nuovo di Venezia. Maggi parla della bomba di Bologna e sostiene di aver saputo da un militante della sua area che la bomba la portava un aviere”, una persona che sapeva manovrare un aereo, proprio la professione che avrebbe svolto Bellini nei primi anni Ottanta.

1976, l’anno in cui Paolo Bellini avrebbe raggiunto Rio de Janeiro

La vicenda personale dell’uomo è complessa. Nato nei primi anni Cinquanta, sparito nel 1976 dopo aver sparato al convivente di sua sorella, ricompare nel 1981 quando viene arrestato a Modena per furto di mobili antichi. Il suo nome, nel frattempo, è cambiato: Roberto Da Silva, cittadino brasiliano. In attesa del processo finisce in carcere per 40 giorni con la sua nuova identità. Il 16 marzo del 1982, l’ambasciata brasiliana di Roma invia una lettera di carattere confidenziale e urgente alla segreteria di Stato del Brasile, in cui chiede che venga certificata l’identità di Roberto Da Silva, “cittadino arrestato a Modena, sospettato di falsa identità e attività terroristiche”. Secondo quella missiva, la richiesta sull’autenticità dei documenti era stata fatta dall’avvocato della difesa di Da Silva (Ennio Amodio) e dal procuratore della Procura di Reggio Emilia (Giancarlo Tarquini) che si era recato all’ambasciata brasiliana. Il procuratore aveva chiesto che venissero certificate le impronte digitali del presunto brasiliano precedenti al 1976. Tra i documenti analizzati negli archivi brasiliani, c’è anche il fascicolo dell’indagine svolta dal Servizio nazionale di informazioni (SNI), ovvero l’agenzia di intelligence del regime militare brasiliano (1964-1985). Si tratta di 18 pagine che descrivono nel dettaglio la vita di Bellini in Brasile: dove lavorava, chi erano i suoi contatti, le vicissitudini sentimentali e le amicizie. Secondo quell’indagine, Bellini sarebbe arrivato a Rio de Janeiro nel giugno del 1976. Alcuni giorni dopo venne raggiunto da tali Vitorio e Julio o Juan Carlo (il documento non fa riferimento ai cognomi). Insieme s’incontrano presso l’azienda Editoras Reunidas Manzon Ltda, dove lavoravano, tra gli altri, un italiano di nome Bruno Orsi e due cittadine brasiliane: Sueli Leis Brasil Simões e Angela Maria da Silva Rangel.

L’uomo ritratto nel filmato amatoriale girato a Bologna il 2 agosto 1980, oggi al vaglio nell’ambito dell’indagine che vede coinvolto Paolo Bellini. A destra, il volto dell’uomo nei documenti brasiliani intestati a Roberto Da Silva

Secondo un certificato consolare che si trova nel fascicolo di Da Silva, Bruno Orsi, noto anche come Ugo Mistura, avrebbe raggiunto il Brasile il 9 ottobre del 1973, con a carico un processo per permanenza illegale nel Paese. Non solo. Le cittadine brasiliane, sempre secondo quanto viene riportato nell’indagine, su richiesta del collega di Orsi, avrebbero dichiarato il falso per aiutare Bellini a diventare Roberto Da Silva e quel Vitorio a diventare Vitorio Ribeiro. Il 22 novembre 1976, infatti, le due avrebbero testimoniato per conto di Bellini presso l’ufficio dell’anagrafe, durante l’autocertificazione del nuovo nome. Da Silva in quella sede avrebbe dichiarato di non essere mai stato registrato prima, chiedendo l’emissione di un certificato di nascita. Nel documento dichiarò di essere nato il 29 marzo del 1953, alle 11, a Rio de Janeiro, di essere figlio di Maria Conceição Filho, nubile proveniente da un luogo non precisato, e di non sapere nemmeno i nomi dei nonni materni.

Con il nuovo documento in mano il passo successivo sarebbe stata la tessera elettorale. In Brasile, ancora oggi, il voto è obbligatorio, e chi è in debito con la “giustizia elettorale” non può ottenere il passaporto. Bellini/Da Silva era stato istruito a dovere. Il 29 novembre, sette giorni dopo aver avuto il certificato nascita, avrebbe ottenuto la tessera elettorale 196911. È in questo documento che appare la prima foto di Roberto Da Silva. “Nel quadro delle indagini in corso -spiega Speranzoni- si collocano anche i documenti provenienti dal Brasile su Paolo Bellini. La loro rilevanza sta nel fatto che con la falsa identità di Roberto Da Silva, Bellini è riuscito a muoversi indisturbato per un certo periodo di tempo all’inizio degli anni Ottanta, svolgendo proprio il mestiere di aviere e facendo credere di essere il signor Da Silva”.  Le indagini sul coinvolgimento di Bellini nella strage di Bologna sono in corso e nel gennaio 2020 se ne dovrebbe conoscere l’esito. “Come difensore delle vittime sono fiducioso nel fatto che la giustizia possa arrivare a chiarire chi furono gli ideatori e i mandanti della strage politica più grave che ha colpito l’Europa occidentale dal Dopoguerra a oggi, la democrazia italiana e cittadini italiani innocenti”, aggiunge l’avvocato.

Alcuni dei documenti inediti recuperati da Altreconomia nell’Archivio di Stato brasiliano

Bellini non si sarebbe mosso da solo. Secondo la deposizione di Angela Maria da Silva Rangel alle forze d’ordine, lei e Bellini sarebbero stati insieme per circa cinque mesi nel 1976. Rangel ha anche affermato che Sueli Leis Brasil Simões, attraverso un amico militare, avrebbe aiutato Bellini a ottenere il “registro militare”. Peraltro Sueli Leis Brasil Simões, nella sua deposizione, aveva già sostenuto di aver conosciuto Bellini, Vitorio e Julio o Juan Carlo nel 1976, e tre mesi dopo il loro arrivo anche Guido Bellini, fratello di Paolo. Secondo Simões, Guido sarebbe rimasto in Brasile circa 25 giorni e pareva essere lui al comando del gruppo di italiani. Era lui che avrebbe pagato tutte le spese. E da quella casa editrice Manzon Editoras, sempre secondo Simões, sarebbero partite numerose telefonate verso l’Italia. Simões avrebbe incrociato Bellini di nuovo nel 1979 a Rio mentre quest’ultimo tentava di tornare in Italia. Secondo la testimone, Orsi le avrebbe riferito che quel Julio o Juan Carlo era stato l’unico a essersi recato in Paraguay, mentre tutti gli altri erano tornati in Italia. I documenti dell’Archivio di Stato del Brasile fanno emergere tanti dettagli importanti e nuovi interrogativi. Chi era Bruno Orsi, quale il suo ruolo nello schema? Chi erano Vitorio e Juan, gli italiani arrivati insieme a Bellini? E quale ruolo ricopriva la casa editrice Manzon?

Questioni destinate a rimanere inevase ma che indicano come la scelta di scappare in Brasile potrebbe non essere stata casuale. Le rotte dei presunti viaggi di Bellini in Brasile e dei suoi colleghi in Paraguay riportati nei documenti brasiliani ripercorrono le tracce dell’operazione Condor, l’accordo militare guidato dagli Stati Uniti fra le agenzie di intelligence delle dittature in Argentina, Cile, Uruguay, Paraguay, Brasile, Bolivia e Perù, e finalizzato a perseguire ed eliminare gli oppositori e i dissidenti oltre i confini dei singoli Stati. Negli anni 70 il Sudamerica diventò infatti il “paradiso” dei regimi militari e quelle dittature una seconda casa per i fascisti italiani. Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale, gruppo al quale era legato Bellini, morto il 9 settembre 2019, era consulente della Dirección Nacional de Inteligencia cilena (DINA), il servizio segreto del dittatore Augusto Pinochet. Licio Gelli, maestro della loggia massonica P2 morto nel dicembre 2015, era così vicino al generale Emilio Massera da ottenere un passaporto diplomatico dall’Argentina.

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