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La rigenerazione fondata sul vino. L’esperimento sui Colli piacentini

Massimiliano Croci alza la serranda del Consorzio agrario di Bacedasco Alto, nel comune di Vernasca (PC). Nel 2022 ha dato vita, insieme a Pietro Gazzola, all’azienda vinicola Vecchio Consorzio 1953 © Luca Martinelli

Il Vecchio Consorzio 1953 produce vin du négoce, acquistando l’uva da otto contadini a cui è richiesto di coltivare uve da agricoltura biologica. L’obiettivo: creare valore per frenare l’abbandono. Le vigne, infatti, stanno scomparendo

Tratto da Altreconomia 261 — Luglio/Agosto 2023

Massimiliano Croci sorride mentre alza la serranda del Consorzio agrario di Bacedasco Alto, nel comune di Vernasca (PC), in val d’Arda. Era chiusa dal 2005. “Da piccolo ho passato tanto tempo qui, lo gestiva mio zio”, racconta. Quasi vent’anni dopo, Massimiliano e il suo socio Pietro Gazzola hanno acquistato la proprietà, che un tempo era la casa degli agricoltori di questo territorio che dalla Pianura padana s’inerpica sull’Appennino ligure, per farne la casa della loro nuova cantina: il Vecchio Consorzio 1953, un esperimento in cui hanno scelto di investire le competenze maturate in oltre vent’anni di lavoro all’interno delle aziende di famiglia, la Tenuta vitivinicola Croci di Castell’Arquato (PC), a pochi chilometri da qui, e la Pietro Gazzola vini di Travo (PC), nella vicina Val Trebbia.

“Pietro ed io ci conosciamo da tanti anni, siamo quasi coetanei (Croci è del 1980, Gazzola del 1977, ndr) e abbiamo stima reciproca. Nell’ultimo triennio abbiamo lavorato insieme all’interno del consiglio del Consorzio tutela vini Doc Colli Piacentini”, spiega Massimiliano.

Uno degli obiettivi che si sono dati è quello di aumentare il reddito dei vignaioli piacentini: una possibile risposta all’emorragia che negli ultimi vent’anni ha portato il territorio a perdere quasi un terzo della superficie vitata, circa duemila ettari su 6.900. “Solo negli ultimi cinque anni in Val d’Arda e nelle valli minori vicine abbiamo perso 141,5 ettari su 1.457”, spiegava Massimiliano nel 2021, quando aveva iniziato a raccogliere dati e a immaginare una strategia di rigenerazione per l’agricoltura del suo territorio.

Pietro, vicepresidente del Consorzio, ha voluto Massimiliano all’interno del consiglio perché l’azienda di Croci -con i suoi 16 ettari, dieci dei quali vitati- è stata tra le prime, grazie a un’intuizione del padre Ermano, a imbottigliare ed etichettare il proprio vino, scegliendo di praticare un’agricoltura sana, che non prevede l’uso di sostanze chimiche di sintesi, e di promuovere la tradizione del vino emiliano rifermentato naturalmente in bottiglia. “Se non offriamo un’alternativa, tra poco non ci sarà più uva da comprare sui Colli piacentini”, sintetizza Pietro, che oltre all’azienda di famiglia è oggi titolare anche di Cantine Casabella, dove imbottiglia le proprie uve e quelle di più di un centinaio di conferitori.

Un’alternativa possibile è, appunto, il Vecchio Consorzio 1953, che nasce per fare vin du négoce, cioè a trasformare le uve di terzi. La nuova cantina mette insieme le competenze manageriali di Pietro e le grandi capacità artigiane di Massimiliano. Croci da sempre è attento a stimolare il territorio, tanto che negli ultimi anni ha ospitato nella cantina della tenuta vitivinicola di famiglia molti giovani che hanno scelto i Colli piacentini per diventare vignaioli (soggetti cioè che producono uva, la trasformano, la imbottigliano e la vendono, ndr) e che oggi sono autonomi, avendo avviato le proprie cantine, come Claudio Campaner di “Distina” e Roberto Cristi di “La Poiesa”.

“Sappiamo entrambi quanto costa oggi produrre l’uva, perciò abbiamo deciso di riconoscere ai nostri fornitori un prezzo di 80 euro al quintale, ben superiore al corrispettivo medio che oscilla tra i 45 e i 55 euro -spiega Pietro-. Alcuni hanno storto il naso, ma non i contadini che già si fidano di noi: siamo credibili perché abbiamo pagato prima di vendere una bottiglia”.

Questo prezzo equo dopo la vendemmia del 2022 è stata riconosciuta a otto agricoltori, ai quali il Vecchio Consorzio 1953 ha posto un’unica condizione: coltivare le uve in regime di agricoltura biologica certificata o aver avviato l’iter per la conversione della propria azienda. Massimiliano si occupa anche di fornire una consulenza agronomica gratuita. Nel 2022 i due soci hanno acquistato e trasformato circa duemila quintali d’uva, pari a una trentina di ettari. Le bottiglie prodotte sono 160mila, più 20mila di sidro di mele di vecchie varietà: “Il vén ad püm che si beveva in Appennino, quando l’uva non maturava”, spiega Massimiliano. La cantina ha la possibilità di raddoppiare il numero di bottiglie e anche il numero di ettari “salvati” dall’abbandono. Sono sei le etichette in commercio da luglio 2023: tre vini frizzanti secondo la tradizione dell’Appennino piacentino e tre fermi.

Le etichette sono disegnate da Tiziano Carboni, un artista locale che i due soci hanno voluto coinvolgere nel progetto. I vini hanno nomi evocativi: “Potenza arancione”, un bianco macerato che sull’etichetta riprende ad esempio “il 25” vecchio trattore della Fiat (“Il primo trattore di mio papà”, spiega Massimiliano, ricordando il padre scomparso nel novembre del 2022, a 84 anni). Il rosso, invece, è “Filo da torcere”, ritrae i pali in cemento che caratterizzano i vecchi vigneti e che ancora si vedono in quelli abbandonati, ormai sommersi dalla vegetazione.

“Il messaggio che vogliamo dare con questo progetto è: Piacenza svegliati, si può fare. Oggi il mondo del vino regala visibilità a territori sconosciuti che emergono. Altre, molto vocate, come la nostra, soffrono l’abbandono, non ci sono giovani di vent’anni. Dobbiamo invertire questa tendenza. Abbiamo convinto un’azienda di 11 ettari a convertirsi all’agricoltura biologica e abbiamo già ‘perso’ uno dei nostri fornitori della vendemmia 2022, il cui genero ha deciso di avviare la propria cantina, chiedendoci di accompagnarlo. È già un piccolo successo”, conclude Massimiliano.

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