Finanza / Opinioni

La pulizia del sistema bancario in Svizzera è un miraggio

“La Svizzera un tempo era un brutto paradiso fiscale ma adesso si è ripulita”. Quante volte abbiamo sentito questo messaggio? Peccato che sia falso, spiega il giornalista d’inchiesta Nicholas Shaxson, membro di Tax Justice Network

© Cayambe, Wikimedia Commons

Per diversi anni abbiamo sentito lo stesso messaggio, ampiamente riportato dai media svizzeri e spesso anche all’estero: la Svizzera un tempo era un brutto paradiso fiscale ma adesso si è ripulita.

Eppure il nostro Financial Secrecy Index, elaborato da Tax Justice Network, nel quale Svizzera è al terzo posto al mondo in merito a segretezza finanziaria, mostra come anche le leggi e le regole svizzere -per non parlare della loro applicazione- siano ancora truccate a favore dei buoni a nulla del Pianeta. La Svizzera è pure al quinto posto nel nostro Corporate Tax Haven Index, una classifica dei Paesi maggiormente complici negli abusi fiscali, in particolare delle multinazionali. L’impatto del “successo” svizzero in queste aree ammonta, secondo le stime di Tjn, a perdite fiscali subite da altri Paesi per circa 21 miliardi di dollari all’anno. Abbastanza per vaccinare completamente più di un miliardo di persone contro il Covid-19.

Gli ultimi leak dell’inchiesta “Suisse Secrets”, partita dal giornale tedesco Süddeutsche Zeitung e poi coordinata dall’Offshore Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP), si concentrano su un sottoinsieme di documenti trapelati dalla banca svizzera Credit Suisse.

I malfattori includono una spia yemenita implicata in fatti di tortura; i figli di un uomo forte azero che governa un feudo privato; un trafficante di esseri umani nelle Filippine; un capo della Borsa di Hong Kong in carcere per corruzione, un miliardario che ha ordinato l’omicidio della sua ragazza, popstar libanese, e poi politici e dirigenti corrotti, dall’Egitto al Venezuela, dal Vaticano all’Ucraina. E tanti altri, naturalmente.

All’osservatore disattento le leggi svizzere potrebbero sembrare buone. In pratica, nonostante l’aumento dello scambio automatico di informazioni a livello mondiale, nell’ultimo decennio o giù di lì, con il quale i governi dovrebbero scambiare dettagli finanziari rilevanti con i loro omologhi (per aiutarli a far rispettare le leggi penali e fiscali), la Svizzera ha accuratamente ritagliato delle eccezioni per aiutare i suoi banchieri e così i ceti criminali del mondo.

Per esempio l’articolo 47 della Legge federale sulle banche e l’articolo 127 della Direct Federal Tax Act non sono cambiati, nonostante l’aumento globale dello scambio automatico di informazioni. Sono soprattutto i Paesi a basso reddito a essere penalizzati dalle eccezioni e dalle scappatoie che la Svizzera ha previsto. Lo ha descritto Dominik Gross di Alliance Sud Svizzera: “La Svizzera ha un accordo di scambio automatico di informazioni con la Nigeria. Ma se un trader di petrolio nigeriano lavora con uno studio legale svizzero che gestisce per lui una società di comodo a Panama, non c’è scambio di informazioni tra Nigeria e Svizzera perché lo studio legale è il proprietario del conto”.

Un giornalista sotto copertura che si fingeva un investitore africano è stato informato dalla banca che i conti segreti numerati esistevano, ma erano in fase di eliminazione, ed è stato indirizzato verso la creazione di un trust, un veicolo che è stato a lungo una spina nel fianco per gli attivisti pro trasparenza. L’OCCRP ha aggiunto poi che “per la prima volta un nuovo progetto di legge permetterebbe ai banchieri svizzeri di creare trust nel Paese”.

Vale anche la pena sottolineare, in particolare, che il citato art. 47 è una norma fortemente anti whistleblower: prevede una pena detentiva fino a tre anni a carico delle banche e dei loro dipendenti se questi rivelano i dati dei clienti a terzi non autorizzati. E tutto questo ha congelato il dibattito democratico in Svizzera. Come ha dichiarato l’OCCRP, infatti, “Giornalisti ed esperti sostengono che le leggi draconiane svizzere sul segreto bancario mettono effettivamente a tacere gli addetti ai lavori o i giornalisti che vogliono denunciare gli illeciti all’interno di una banca svizzera. Un gruppo di media svizzeri non ha potuto partecipare all’inchiesta ‘Suisse Secrets’ proprio a causa del rischio di un’azione penale”.

Come in tutti i paradisi fiscali, la deferenza verso i criminali e i ricchi rende il mondo capovolto. Si potrebbe pensare che i clienti più grandi siano soggetti a controlli più intensi sulla provenienza dei loro fondi ma è il contrario, ovviamente.
“La due diligence dei clienti e dei conti, a un livello ad esempio di un milione di dollari, è molto accurata”, ha detto un ex dirigente senior all’OCCRP. “Ma quando si tratta di conti dall’alto valore, i capi incoraggiano tutti a guardare dall’altra parte e i manager si preoccupano per i loro bonus e per la sicurezza del posto. Inoltre, i conti molto grandi sono tenuti così segreti che solo pochi alti dirigenti possono sapere chi li possiede”. […]

L’aumento della rabbia nelle società occidentali è alimentato esattamente da questo tipo di fatti. È un problema di disuguaglianza, un problema di sicurezza nazionale, un problema di corruzione, un problema di manipolazione del mercato, e forse soprattutto un problema di democrazia.

Il professor Sol Picciotto, che ha seguito questi problemi per molti anni, ha ribadito come sia assolutamente fattibile la creazione di “un sistema digitalizzato che dia conto dell’asset ownership, salvaguardando la ‘vera’ privacy e permettendo però l’accesso alle informazioni alle agenzie appropriate”.

“Dopo tutto quello che abbiamo imparato in 50 anni di indagini -ha aggiunto James Henry di Tax Justice Network- è il tempo di una formale Corte internazionale per i crimini finanziari, con potere di indagine e citazione a comparire”.

Nicholas Shaxson è giornalista, membro della rete indipendente sull’equità fiscale “Tax Justice Network” (taxjustice.net) e autore nel 2011 del bestseller “Treasure Islands” sui paradisi fiscali (treasureislands.org). Nel 2018 ha scritto “The finance curse”. Recentemente ha dato vita alla newsletter anti-monopoli “The Counterbalance”

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