Interni / Intervista

La mancata “zona rossa” di Bergamo e gli atti negati dal Viminale

Ad aprile il Consiglio di Stato ha negato l’accesso ai documenti del ministero dell’Interno relativi all’invio di 400 militari nella bergamasca nel marzo 2020 e al loro ritiro, disposto tre giorni dopo. I familiari delle vittime del Covid-19 denunciano un clima di omertà

Vista aerea di Bergamo © Kaspars Upmanis, unsplash

Il 12 aprile il Consiglio di Stato ha negato l’accesso ai documenti del ministero dell’Interno relativi all’invio di 400 militari nella bergamasca -il 5 marzo 2020- e al loro ritiro, disposto tre giorni dopo, senza quindi istituire la “zona rossa” in quella che sarebbe diventata la provincia italiana più flagellata dal Covid-19. “Ancora una volta si ha la prova di una volontà omertosa di non rendere pubblici atti che hanno avuto devastanti riflessi sulla vita delle persone”, commenta Consuelo Locati, legale dell’Associazione dei familiari delle vittime del Covid-19 Sereni e sempre uniti. Una sentenza che, se confrontata con un analogo pronunciamento dell’Alta Corte inglese, fa ancora più specie. Ma andiamo con ordine. A promuovere l’accesso agli atti è stata l’agenzia di stampa Agi, che si è vista rispondere “no” dal Viminale e ha fatto così ricorso al Tar, che in primo grado ha condannato il ministero a renderli pubblici. Il governo ha così fatto a sua volta appello al Consiglio di Stato che, invece, ha ribaltato la sentenza e ha negato la diffusione dei documenti per “rilevanti e apprezzabili esigenze di riservatezza”. 

Avvocato Locati, se lo aspettava?
CL È una sentenza immotivata e illogica. Anche perché il Tar aveva interpellato il procuratore di Bergamo, Antonio Chiappani, il quale aveva risposto che secondo lui nulla ostava al fatto che i documenti venissero consegnati. Ma il Consiglio di Stato ha di fatto accettato la tesi dell’Avvocatura dello Stato, secondo la quale non ci sarebbe stato alcun atto governativo. Non si può avocare segretezza su un tema che riguarda la salute pubblica. 

Il Consiglio di Stato ha spiegato che sono stati impiegati gli stessi contingenti dell’operazione “Strade sicure” e per questo sussiste un’esigenza di riservatezza.
CL
C’è stato un passaggio intermedio in cui il Consiglio di Stato ha chiesto il motivo della segretezza ed è stata depositata una relazione, a firma del capo della polizia, in cui si sosteneva che rendere pubblici i documenti avrebbe messo a rischio l’operazione “Strade sicure”. Vorrei sapere che cosa c’entra. 

Chi avrebbe deciso quindi il ritiro dei militari?
CL Non lo sappiamo, l’Avvocatura dice che non è un atto del governo, dimenticando però il decreto del 5 marzo 2020 per l’istituzione della “zona rossa”, firmato dal ministro della Salute Speranza, ma non dall’allora presidente del Consiglio Conte. Si tratta della stessa procedura utilizzata per la zona del lodigiano. 

Il Consiglio di Stato ha quindi scritto la parola “Fine”?
CL Si può ancora fare ricorso alla Corte europea dei diritti umani. 

Si farà?
CL
I tempi sono molto lunghi, vedremo. Credo che comunque in un modo o nell’altro avremo contezza di quei documenti. 

E come?
CL
Dato che il procuratore di Bergamo, Antonio Chiappani, ha risposto al Tar che nulla ostava alla loro diffusione, evidentemente li aveva. Lo sapremo all’esito delle indagini. 

A che punto è l’inchiesta della Procura di Bergamo per epidemia colposa?
CL
Immagino siano verso la conclusione delle indagini preliminari dopo due anni. Non trapela nulla, ma ho molta fiducia nel lavoro della Procura, che non ha solo una responsabilità giuridica ma anche morale. Credo che questo abbia un peso importante nella valutazione, l’intento è stato quello di indagare fino in fondo, per dare risposte ai cittadini, non solo bergamaschi, ma a tutti noi. 

Recentemente l’Alta Corte inglese ha condannato il ministero della Salute per aver spostato pazienti Covid-19, dimessi dagli ospedali, nelle strutture residenziali per anziani, proprio come è successo in Italia. Questa sentenza può riaprire i giochi in qualche modo anche da noi?
CL
No, non può costituire un precedente da noi, ma è una sentenza importantissima per la motivazione. I giudici inglesi hanno detto che sì, in una situazione di emergenza possono saltare i protocolli interni agli ospedali, ma le istituzioni avrebbero dovuto attenersi al principio di precauzione, che invece è stato violato, dimettendo pazienti in via di guarigione senza tamponarli e isolarli per 14 giorni, proprio come avvenuto da noi. Non è stato considerato il rischio di un contagio da parte degli asintomatici, nonostante questa possibilità fosse già nota. L’Inghilterra ha emulato l’Italia, ma da loro è stata subito creata una Commissione d’inchiesta, che ha rilevato tutti gli errori del Primo ministro, il quale ha ammesso le sue responsabilità. È una questione di trasparenza, correttezza, rispetto e riconoscimento del ruolo politico, che in quanto tale presuppone una responsabilità ulteriore. Da noi funziona esattamente al contrario. 

In Italia a che punto sono le inchieste sulle persone decedute per Covid-19 nelle Rsa?
CL
Molte sono state archiviate, in alcuni casi ci sono stati dei rinvii a giudizio. Il problema è che, senza aver dato mandato per fare una perizia a un consulente, come ha fatto la Procura di Bergamo col professor Andrea Crisanti, è difficile dimostrare i reati dichiarati.

Perché queste due sentenze non hanno avuto grande spazio sui media mainstream, secondo lei? Il Covid-19 non fa più notizia?
CL
Fin dall’inizio (prima come gruppo “Noi denunceremo”, da cui Locati è fuoriuscita creando “Sereni e sempre uniti”, ndr), sempre avvalendoci di documenti, abbiamo dimostrato che quello che è successo non è stato uno tsunami, ma che erano tutti consapevoli. Che la favola del “nessuno sapeva, eravamo tutti impreparati” è falsa. Recentemente, per esempio, abbiamo dimostrato che l’Organizzazione mondiale della sanità, il 5 gennaio 2020, inviò a tutti i paesi un alert, in cui diceva di applicare il protocollo del 2014 relativo alle infezioni respiratorie gravi. Avevano le istruzioni e avevano anche la cassetta degli attrezzi: il famoso piano pandemico rimasto fermo al 2006. Se applicati, anche solo questi due strumenti, avrebbero contribuito a ridurre i contagi. Abbiamo dimostrato anche che esisteva una bozza di un nuovo piano pandemico nazionale dell’aprile 2019, sapevano benissimo che andava aggiornato. Certo, quattro sconosciuti che smontano la favola dello tsunami, sulla scorta di documenti, sono scomodi e vanno zittiti.

Voi avete intentato una causa civile contro Regione Lombardia, presidenza del Consiglio e ministero della Salute, in corso al Tribunale di Roma. A che punto è?
CL
Ci sarà una nuova udienza a gennaio, dopo che la Regione Lombardia si è costituita in giudizio e ha chiamato in causa le proprie assicurazioni. 

C’è molto pessimismo attorno a questa causa, lei è ottimista?
CL
Da un punto di vista civilistico lo scoglio è dimostrare il nesso eziologico, ma la Procura di Roma dovrebbe acquisire la perizia del professor Andrea Crisanti, dove dovrebbero esserci tutti gli estremi per dimostrare tale nesso. Il pessimismo è dovuto a come tutto va a finire in Italia. Ci sono 610 persone, da Nord a Sud, che vogliono solo che venga dichiarata la responsabilità istituzionale. 

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