Diritti / Attualità

Non solo Rsa: gli altri luoghi di fragilità dimenticati nella pandemia

“In Lombardia gli occhi dei decisori sono rimasti chiusi sulle comunità terapeutico-riabilitative, case alloggio, comunità per minori o appartamenti per donne e uomini in difficoltà”. Con scelte confuse e tardive, applicate senza distinzioni rispetto alle residenze per anziani. Il racconto di Cecco Bellosi, direttore educativo dell’Associazione Comunità Il Gabbiano, attiva in Regione dal 1983

© United Nations

“Ci sono luoghi che racchiudono fragilità e che sono stati dimenticati nella pandemia”, dice Cecco Bellosi, da oltre vent’anni coordinatore e direttore educativo dellAssociazione Comunità Il Gabbiano per persone con problemi di dipendenza e per minori in difficoltà, attiva in Lombardia dal 1983, da Pieve Fissiraga (LO) a Tirano (SO). Bellosi si riferisce in particolare alle comunità terapeutico-riabilitative, case alloggio, comunità per minori, appartamenti per donne e uomini in difficoltà. Spazi dove sono accolte persone con problematiche legate allabuso di sostanze stupefacenti e di alcool, altre mentalmente sofferenti, detenuti, migranti in accoglienza, senza fissa dimora. “Gli occhi dei decisori politici sono chiusi su di loro -spiega riferendosi in particolare a Regione Lombardia-, e lo dico dopo mesi in cui abbiamo assistito a una gestione che è apparsa confusa e poco lucida, per usare un eufemismo”.

Per capire che cosa è successo e sta accadendo ancora, è utile tornare al mese di febbraio di quest’anno. “Senza avere alcun tipo di indicazione ci siamo inventati come muoverci -racconta Bellosi- e, ripensandoci, per fortuna al Gabbiano siamo dovuti partire subito con forme di quarantena preventiva. Faccio un esempio: a Tirano, dove abbiamo una casa alloggio per persone in HIV/AIDS e una comunità terapeutico-riabilitativa per persone che a volte hanno alle spalle lunghi anni di tossicodipendenza e stati di sofferenza mentale, c’era un ospite che era stato in precedenza a Lodi ed era stato in cura all’ospedale di Codogno il 22 febbraio, poco prima della ‘notizia’ del ‘paziente 1′”. In quel caso la “gestione” è stata autonoma e costruita direttamente dal Gabbiano. “Abbiamo contattato direttamente persone amiche e preparate, anche infettivologi, in grado di darci idee e indicazioni. È con loro, con gli operatori e con gli ospiti, che abbiamo costruito un primo modello che poi è stato utilizzato nel periodo del lockdown -ricorda Bellosi-. Penso a come, sin dall’inizio, abbiamo favorito i colloqui telefonici o le videochiamate con parenti e famiglie”.

Alcuni degli ospiti avevano necessità lavorative, perché impiegati nella logistica o nella grande distribuzione organizzata. O in servizi di pulizia: le attività essenziali. “Dovevano andare al lavoro e abbiamo trovato il modo di farli stare in luoghi separati dagli altri, ricavando stanze per le quarantene, sempre in una dimensione fai-da-te”.
Su questo punto Bellosi cambia il tono della voce. “Le indicazioni sono sempre arrivate dopo, intendo mesi dopo, e guarda caso raccoglievano in ritardo le cose che avevamo fatto in autonomia”. E che funzionavano. “L’organizzazione in proprio ci ha permesso fino a oggi di non registrare alcun caso ‘conosciuto’ di Covid-19 tra gli ospiti. E sto parlando di oltre 200 persone non facili da gestire. Abbiamo avuto qualche caso tra gli operatori ma il meccanismo di prevenzione ha funzionato”. Quando le indicazioni da fuori mettevano in guardia sulla febbre a 37.5, al Gabbiano li lasciavamo a casa con 37.1, 37.2. “E i tamponi, come noto, non esistevano”. Da parte delle Agenzie di tutela della salute lombarde (Ats), Bellosi sottolinea risposte non sempre coerenti e  talvolta tardive. “Dai sette ai dieci giorni per farci sapere qualcosa su tamponi da effettuare o quarantene da terminare. Capisco la fibrillazione di fronte all’emergenza e la mancanza di indicazioni precise dall’alto, ma questo stato di disorientamento ha prodotto anche momenti di tensione all’interno delle strutture”.

Gli oltre 90 operatori del Gabbiano, però, hanno reagito bene: “Sono stati bravissimi. Ho persino scoperto ‘grazie’ al lockdown che un terzo dei nostri operatori aveva la mamma, la sorella o il marito che lavorano in ospedale o comunque nel settore sanitario. E questo è stato un ulteriore tipo di problema da gestire”.
Nella difficoltà è nato un prezioso “Piano organizzativo gestionale in funzione dellemergenza sanitaria Covid-19. Fase 2″ di oltre 20 pagine che ha anticipato di due mesi la presa di posizione della Regione Lombardia. Dall’accoglienza di un nuovo ospite ai trasferimenti interni, dalle riunioni di gruppo ai laboratori, dalla sanificazione alla comunicazione esterna, dalle uscite sul territorio ai permessi a casa. Un “manuale”.

“La cosa bella che abbiamo fatto -riprende Bellosi- è stata di aver reso i nostri ospiti protagonisti, superando quel muro tra persone che curano e persone che sono curate. È una dinamica relazionale cui teniamo molto, con le persone in cura che partecipano e diventano responsabili: per questo abbiamo costituito il ‘gruppo ospiti Spartaco’. In ogni comunità il gruppo degli ospiti elegge i propri rappresentanti che si interfacciano sui temi più rilevanti, come quello della pandemia, e sui temi della vita collettiva con il gruppo degli operatori e i responsabili delle comunità. I momenti di confronto possono essere riunioni e assemblee generali, sul ‘modello basagliano'”.

Il problema con la Regione è legato in particolare ai tempi. “Ci siamo sempre trovati di fronte a decisioni  che arrivavano dopo mesi e fuori tempo massimo ed era come se noi vivessimo in una situazione temporale sfasata. Nell’urgenza dovevamo intervenire noi, poi arrivavano loro con decisioni che avevano senso due mesi prima e che poi diventavano controproducenti”. C’è un esempio recente che risale a fine novembre. “Sono usciti con una delibera regionale che vietava i permessi a casa salvo casi eccezionali: tutto questo a fronte del fatto che la Lombardia spingeva per passare da zona rossa a zona arancione. Più di un ospite ci ha detto, lamentandosi: ‘Scusate, ma aprono a tutti e a noi ci chiudono di più'”. Bellosi osserva un cresciuto “senso di responsabilità” tra gli ospiti, maggiore “attenzione verso i compagni più fragili” e “spirito comunitario”. E sempre che possa esser definito un “indicatore”, è significativo il fatto che in questi mesi le persone che hanno abbandonato il percorso al Gabbiano siano state solo due. “La comunità è stata vissuta come manto protettivo”. I servizi di housing e gli appartamenti a bassa intensità assistenziale -da Calolziocorte (LC) a Villa di Tirano (SO)- hanno sofferto di più le chiusure. “Non è come stare in una comunità come Piona (Olgiasca di Colico, LC). Lì quando è arrivata la primavera si potevano sfruttare gli spazi esterni, partecipare alla coltivazione dell’orto biologico per l’autoproduzione”. Negli appartamenti, invece, è stato diverso. “Non a caso quando siamo passati nella seconda fase è lì dove abbiamo garantito più possibilità di movimento. Erano stati letteralmente prigionieri”.

Con l’arrivo del Natale si presentano nuove “sfide”. “Ci sono persone che non vedono parenti o i loro bambini da mesi, alcuni da anni se in arrivo dal carcere, e stiamo cercando e provando a riconoscere criteri di eccezionalità. Voglio vedere chi contesta che avere bambini piccoli che non vedi da anni non abbia carattere di eccezionalità. In questi giorni faremo incontri con tutte le comunità e con il gruppo ‘Spartaco’ per stabilire criteri di priorità oggettivi, cadenzando le uscite, fissando il tampone al rientro e le relative quarantene. Puntiamo anche in questo caso a un meccanismo che permetta di tenere insieme diritti e salute collettiva”.

Resta secondo Bellosi un distacco di fondo da parte della Regione. “Capisco che le Rsa meritino un’attenzione particolare per il tipo di fragilità che racchiudono. Però andrebbero aiutate, supportate, considerate anche le comunità come le nostre. Specialmente perché di norma nei nostri spazi, fatta eccezione per la casa alloggio e la comunità di Tirano, non c’è un presidio infermieristico-sanitario costante. E quando tutto è stato messo sotto stress ci siamo dovuti arrangiare attingendo al volontariato e all’aiuto di altri infermieri. Non puoi trattare questo tipo di luoghi come la fotocopia delle Rsa: una fragilità dovuta alla sofferenza mentale o alle dipendenze è diversa dalla vulnerabilità senile. Regione Lombardia invece ha fatto di ogni erba un fascio: ha cioè esteso le decisioni assunte nelle residenze per anziani, dopo la prima sciagurata scelta di far andar lì le persone malate di Covid-19, senza accorgersi che sono realtà che hanno problemi diversi”.

Un altro esempio: “Una persona che soffre a livello mentale ha bisogno di spazi di libertà diversi da una persona anziana non autosufficiente. Le devi permettere un’uscita al giorno. Un’ora nei campi, nei nostri meleti: non incontrerebbe nessuno. Invece: “No, non puoi farlo’”.
Per fortuna le istituzioni non sono solo la Regione. “Da parte della magistratura di sorveglianza, dell’Ufficio per l’esecuzione penale esterna (Uepe), dei servizi territoriali e direi anche degli stessi Comuni, c’è stata un’attenzione più alta e più forte. Per esempio, con il Comune di Piateda, in provincia di Sondrio, abbiamo prodotto migliaia di mascherine quando non si trovavano da nessuna parte, a Milano abbiamo partecipato alla distribuzione dei pacchi viveri con le Brigate Volontarie e a Calolziocorte con il Circolo Arci Spazio Condiviso, a Olginate (LC) abbiamo provveduto alla sanificazione dell’oratorio: questo è stato molto importante”.
Il mondo del sociale per Bellosi in questo periodo si è “arricchito per intensità e di contenuti”. L’altro, come lo chiama lui, “è rimasto da un’altra parte”.

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